sabato 29 novembre 2014

Dalla malignità umana non si scappa...

... nemmeno andando nello spazio!

Saluti di proporzioni galattiche a chiunque passerà di qui. Scusate il prolungato silenzio, ma oltre a un orario talmente fitto da farmi desiderare la Giratempo di Hermione ho da incolpare anche un nuovo hobby. In modo del tutto inaspettato, la vostra gatta di biblioteca si sta lentamente trasformando in una Trekkie coi controfiocchi. Mi è nata quasi dal nulla una passione per la fantascienza, genere che per anni avevo beatamente ignorato, senza poter dire né di amarlo né di odiarlo, e se mi chiedete dove io sia stata in tutto questo tempo posso rispondervi con relativa sincerità che mi sono presa una vacanza a sedici e qualcosa anni luce da qui, sull'immaginario pianeta Vulcano, perché ultimamente ci ho pensato così tanto che è quasi come esserci stata. (Santo cielo, “sedici e qualcosa”, Spock mi farebbe a fettine. Senza almeno un paio di decimali non lo si fa contento. Quanti erano di preciso? 16,45?)
Ma adesso passiamo a parlare di qualcuno che nello spazio è andato davvero. Se non avete trascorso questi ultimi giorni in un bunker tagliato fuori da qualunque forma di comunicazione, molto probabilmente saprete che domenica 23 novembre l'astronauta italiana Samantha Cristoforetti è partita con la navicella Soyuz per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale. Ammetto che se non fosse stato per questa mia nuova fissazione con “l'ultima frontiera” (sì, era una citazione, secondo voi sono già da ricovero?) non avrei seguito l'evento con tanta trepidazione, ma sta di fatto che ho passato la serata a seguire lo streaming del lancio ed è stata un'esperienza che avrei raccomandato a chiunque.
Ebbene, ricordatemi di non andare mai nello spazio, o più in generale di non diventare mai famosa, perché se alla nostra AstroSam invidio le meravigliose vedute della Terra dalla stazione, certamente non vorrei essere al suo posto sotto tanti altri aspetti, in primis il fatto di essere costantemente sotto gli occhi del pubblico. Quando una persona è celebre, vuoi per invidia, vuoi perché fare certi commenti a distanza e nascosti dietro uno schermo fa cento volte meno paura che dirli in faccia, non può compiere un singolo, stramaledetto passo, in condizioni di gravità normali o meno, senza che le piovano addosso da ogni parte commenti di una cattiveria tale che mi stupisco che l'essere umano possa averne in sé così tanta. Sarà che ho un grande rispetto per la Cristoforetti, sarà che si è sempre comportata come una persona alla mano tutta intenta a dimostrare di essere ancora una donna normale nonostante il suo status tutt'altro che normale, ma quando sento certe critiche nei suoi confronti è quasi come se avessero insultato una mia amica. Mi rendo conto di esagerare, ma quel faccino un po' furbetto che ci sorride dalle stelle mi ispira una tale simpatia che non posso farne a meno.
Eccovi una breve carrellata del meglio del peggio, o del peggio del meglio, insomma... avete capito, no?
Cominciamo con una serie di commenti su Facebook che purtroppo sono costretta a riassumervi perché ho perso di vista lo screenshot. Detto molto in breve, in mezzo a tanti che per fortuna le facevano gli auguri per la missione, qualcuno ha pensato bene di sottolineare o che secondo lui è brutta, o che per essere lì dov'è doveva essere per forza raccomandata.
Ora, io sono la prima a pensare che l'accusa di sessismo ultimamente voli con un po' troppa facilità, ma si può sapere cosa importa se AstroSam non è Miss Universo? È lassù per condurre degli esperimenti, tra i quali non credo che sia contemplato quello di fare la prova di come sia sbaciucchiarsi in microgravità. Qui conta solo il suo cervello, non il suo aspetto. Al massimo, se proprio vogliamo preoccuparci del suo fisico, auguriamoci che resti in forma e che le condizioni di vita sulla ISS non le causino troppi disturbi. In tutto la squadra è composta da sei persone, ma degli americani presenti non mi risulta che qualcuno risponda al nome di James T. Kirk. In caso contrario mi preoccuperei, perché quello colleziona ragazze in giro per la galassia come se fossero figurine, ma per ora Samantha è al sicuro, il nostro caro playboy non dovrebbe nascere fino al ventitreesimo secolo. E a proposito di playboy, vogliamo parlare di quel “mostro d'intelligenza” che si è permesso di supporre che ce ne sia stato qualcuno all'interno dell'Accademia dove la nostra eroina ha sacrificato gli anni migliori della sua vita per diventare quello che è oggi? Io non c'ero e non posso sapere come sia andata, ma stiamo parlando di una persona selezionata tra più di ottomila potenziali candidati. Trovare la raccomandazione una volta, soprattutto in Italia, è un fatto che non mi stupisce, ma trovarla tutte le volte, dall'inizio alla fine del percorso? Spock si divertirebbe a calcolare le probabilità di una cosa del genere. Ah, no, scusatemi, lui non si diverte. Mai. (Certo, caro... non ti crede nessuno!)
Sempre nella stessa vena, una pagina umoristica di cui non mostro il logo per non beccarmi recriminazioni ma che molti di voi riconosceranno sicuramente dal font ha pubblicato questo:

E qui concedetemi un moto femminista di rabbia, se non altro perché anch'io sono un esemplare di quella specie protetta chiamata “ragazze che non pensano allo shopping 24 ore su 24”. Siamo in estinzione, lo so, ma esistiamo, proteggeteci! Infatti, puntuale come un orologio svizzero, arriva subito il commento che avrei voluto fare io:

Direi che non c'è altro da aggiungere.
Ma lasciamo perdere il perché e il percome: legittimamente o meno, Sam alla stazione ci è arrivata, e vi trascorrerà i prossimi sei mesi. Se seguite la sua pagina Facebook, saprete che ha l'abitudine di pubblicare foto della Terra scattate dalla Cupola (PS: anche gli americani e i russi chiamano quella parte Cupola, in italiano, perché a quanto pare è di costruzione nostrana), ma anche e soprattutto scatti divertenti di sé e dei suoi compagni d'avventura in momenti di vita quotidiana, come l'improvvisata cena di Ringraziamento consumata a testa in giù. Ma che bella cosa, direte voi: anche a tutti quei chilometri dalla Terra riesce a raggiungere un certo grado di normalità. Se avete pensato qualcosa del genere, sappiate che io sono con voi, ma non tutti lo sono. Questo è quanto è stato detto in relazione a una foto corredata da una didascalia che parlava di uno degli esperimenti:

Per fortuna, a dimostrazione che qualcuno che ragiona in modo sensato a questo mondo c'è ancora, tale commento ha subito scatenato un signor dibattito, al quale mi sono anche permessa di partecipare. Vi riassumo brevemente le mie posizioni.
Primo: c'è una differenza abissale tra tutto quello che gli astronauti stanno facendo in questi giorni e la minuscola parte che possono, o decidono di, condividere. Se si fanno vedere sorridenti e intenti a fare cose che non hanno l'aria di essere professionali, è per una quantità di ragioni: magari non hanno il permesso di pubblicare materiale direttamente relativo agli esperimenti in corso, o magari è una scelta d'immagine ben precisa. Quella di Samantha è una pagina pubblica, per l'amor del cielo! Se condividesse solo foto di cavi fluttuanti e attrezzature varie, incomprensibili per i non addetti ai lavori, come d'altronde se ne vedono sempre sullo sfondo, quanti pensate che la seguirebbero ancora? Può passare di lì chiunque, dalla nerd patentata come me che si tiene aggiornata perché lo sente come un passo in più verso l'Enterprise al bambino sognatore che prende in prestito l'account della mamma per guardare le sue imprese perché da grande vuol fare anche lui l'astronauta. L'idea di professionalità che si è fatta questa persona, la quale poco più sotto esprime addirittura stupore nei confronti dell'ESA che permette di pubblicare queste foto al di sotto delle sue regali attenzioni, scoraggerebbe una grossa fetta di fan. Ma per l'appunto, se l'ESA le permette, non saranno poi così ridicole e poco professionali, o sbaglio?
Secondo: la sua interpretazione quantomeno personale delle foto mi fa ridere per non piangere. È vero, ce n'è stata una che mostrava Sam che pedalava su una sorta di speciale cyclette spaziale, ma se collegasse il cervello alle dita che digitano saprebbe che non si trattava affatto di un gioco, ma di una parte ben precisa della sua strettissima tabella di marcia. Un'ora o due di esercizio fisico al giorno sono assolutamente necessarie in microgravità per evitare una quantità di spiacevoli conseguenze che non vi so spiegare bene. Dov'è McCoy quando serve? È anche vero che ce n'è stata una che mostrava l'attuale comandante in atto di correre senza peso lungo un corridoio, ma come la didascalia spiegava benissimo, non si trattava di una gara di corsa ingaggiata così, tanto per fare (anche perché Sam non si trova nell'inquadratura, ergo non stava gareggiando con lui) ma di uno scatto che mostra quanto sia bravo lui, che è nello spazio da più tempo, a muoversi in quelle condizioni, rispetto a lei che è arrivata da poco. Le gare vere, se ci saranno mai, si faranno dopo: per ora Sam stava solo esprimendo la sua ammirazione per il suo diretto superiore. Dov'è la mancanza di professionalità? Le foto alla Terra, che peraltro sono bellissime, sono parte integrante di quel lavoro che secondo questo meraviglioso esemplare umano non sta facendo, e anche i suoi predecessori, come Parmitano, ne scattavano a bizzeffe. Infine, due parole sui famosi asparagi reidratati che nell'immagine incriminata Sam acchiappava direttamente con la bocca: solo perché si è fatta vedere mentre mangiava un singolo boccone in modo un po' più giocoso tu sai con certezza che non ha consumato il resto del pacchetto rispettando perfettamente il “galateo” dello spazio? E se invece avesse deciso di prendere il cibo in quel modo perché, mangiandolo con le mani come suggerisci tu, se le sarebbe sporcate? Ti ricordo che, con l'acqua che si comporta in quel modo strano, lavarsi sulla ISS è una delle incombenze più scomode!
Un'altra chicca: Samantha è l'unica italiana in un equipaggio composto da americani e russi, come dimostra anche il simpatico dettaglio, se l'avete mai notato, del nome sulla divisa traslitterato in cirillico appena sotto i caratteri latini. Comunicherà, suppongo, in inglese, che è solo una delle tante lingue che parla. Neanche con il russo ha problemi, e ho sentito raccontare da persone che lo studiano che c'è da strapparsi i capelli. Io non ne so una parola, ma i pochi, sparuti esempi in russo fatti dal mio professore di Linguistica mi hanno sinceramente fatto paura. Tanto di cappello alla nostra poliglotta. Le sue didascalie e gli estratti del diario di bordo (che farfalle nello stomaco quando li vedo, quasi quasi mi aspetto di vederli corredati con le date astrali!) sono sempre bilingui, italiano e inglese, a beneficio di tutti quelli che passano a leggere. Credereste mai che possa capitare da quelle parti qualcuno col coraggio di fare le pulci alla sua grammatica? Eppure è successo! Non riesco più a rintracciare il commento di quell'adorabile grammar nazi, cosa che mi fa sospettare che l'abbia cancellato dopo essersi finalmente resa conto di quanto sia stata miope nel far rilevare una cosa di questo genere di fronte a uno scatto mozzafiato del nostro pianeta visto dall'alto, ma vi garantisco che fino a poco fa c'era ed esprimeva tutta la sua delusione nei confronti dell'astronauta che parla inglese “come una che ha fatto la scuola estiva a Londra” (e questo cosa mi dovrebbe significare? Non è forse vero che entrare in contatto con l'inglese per la strada ti lascia con una conoscenza superiore rispetto ai soli libri? Quello che io prenderei come un complimento, nel contesto, era decisamente venato di critica, come se le tanto celebrate vacanze studio all'estero fossero inutili, e io sono ancora qui a chiedermi perché).
Notare, peraltro, che AstroSam era “colpevole” soltanto di aver fatto un uso dei tempi verbali non elegantissimo, non proprio da libro di testo, ma che nell'inglese parlato di tutti i giorni può capitare, specie a una persona che abbia passato un periodo in un Paese anglofono, com'è capitato a lei, che è stata a lungo a Houston per addestrarsi al Johnson Space Center. Notizie dell'ultim'ora: una lingua non è un monolito, è una cosa viva, che cambia, e nessuno la parla come l'ipotetico John e l'immaginaria Jane che insegnano ai bambini a dire “The cat is on the table”. C'è un'altra didascalia in cui Samantha a mio parere ha effettivamente saltato un articolo: roba da poco, può rimanere nella penna (o tastiera) a chiunque, ma mi è venuto un brivido, già vedevo la maestrina tornare alla carica...
In breve: fatevi un promemoria anche voi per ricordarvi che la celebrità costa. “Essere famosi”, non si sa bene poi per cosa, oggi è il (genericissimo) sogno di molti, ma per me somiglia di più a un incubo. Se siete disposti, in cambio dei riflettori, a dovervi impegnare giorno e notte a essere maledettamente perfetti, per poi scoprire che comunque è inutile, perché le critiche arriveranno in ogni caso, la scelta è solo vostra. Io preferisco restarmene nell'ombra a fare i miei errori in pace, grazie. Come dice il titolo, dalla malignità umana non si scappa nemmeno andando nello spazio.

sabato 14 giugno 2014

Sgranocchiando popcorn: "Maleficent"

Una fiaba classica come non l'avete mai vista

Salve a tutti, cari lettori! Ebbene sì, sono ancora viva. Perdonate la prolungata assenza, ma una gatta di biblioteca sotto esame tende a ritirarsi nella sua tana e non uscirne più per un po', eccezion fatta per l'occasionale capatina al cinema.
In questo caso si tratta della pellicola del 2014 Maleficent, debutto da regista di Robert Stromberg, con Angelina Jolie nel ruolo della malvagia protagonista. 
Un momento, siamo proprio sicuri che sia così malvagia? Il nome sembra certamente suggerirlo, ma già le prime scene sembrano voler ribaltare il punto di vista tradizionale. La creatura cornuta e alata che è Malefica da bambina pare proprio un perfetto esempio di bontà, amica di tutti nel regno fatato chiamato semplicemente Brughiera e tutta intenta a usare la sua magia solo per cosette perfettamente innocenti. E già qui concedetemi un momento di perplessità: bravissimo, caro il mio regista, sei riuscito a farmi capire che il tuo intento è di mostrarmi che Malefica non è nata cattiva... e allora perché il nome? Ma dico io, come si fa a chiamarsi “Malefica” senza sentirne neanche un po' il peso? Non avrebbe avuto più senso che in origine avesse avuto un altro nome dolce, carino e fiabesco al punto giusto, per poi assumere “Malefica” come pseudonimo più avanti?
Perché, come vedremo, cattiva lo diventerà eccome. La gigantesca differenza è che, se nella fiaba classica la fata malvagia è uno di quei cattivi che sono “cattivi e basta” e arrivano a rovinare la festa a tutti senza che si stia a spiegare il perché e il percome, la prima parte del film esplora proprio le sue motivazioni, facendo di qualcun altro il vero antagonista della situazione.
Questo qualcuno è nientepopodimeno che re Stefano, futuro padre della principessa Aurora, che fa la conoscenza di Malefica quando sono entrambi ragazzini e fa amicizia con lei, un'amicizia che pian piano diventa anche qualcosa di più. La nostra fata si fida di lui al punto di rivelargli l'unica grande debolezza della sua specie, cioè che non sopportano il contatto con il ferro. Segnatevelo, perché è uno di quei particolari che torneranno a prendere i protagonisti a sonori calci nel sedere. E a proposito di dettagli da ricordare, guardate bene quella volta in cui Stefano fa l'esperienza del volo attaccato a un piede di Malefica per poi scivolare e cadere in acqua. Fa solo ridere, sul momento, ma non dimenticatelo.
Raggiunta la fatidica soglia dei sedici anni (vi ricorda niente? Eh, sì, è la stessa età a cui dovrà poi scattare il maleficio sulla figlia), si scambiano un bacio che lui le giura essere quello del vero amore, per poi non farsi più vivo per anni. Immaginatevi che effetto può fare una delusione del genere che cova per tutto quel tempo. Ora cominciate a capire le origini della sua presunta cattiveria, vero?
Vi sento già fare congetture: “Oh, ma che bello, la fata e il principino, non mi verrai mica a dire che in realtà Aurora è una figlia illegittima nonché mezza fata?”. Niente di più sbagliato. In effetti, la prima volta che incontriamo Stefano non si capisce proprio come farà a diventare re, dato che le racconta senza mezzi termini di dormire in un pagliaio del castello invece che su cuscini e materassi di piume. Ma aspettate solo che la narrazione compia un balzo in avanti nel tempo facendo improvvisamente invecchiare i nostri eroi, ora interpretati dai due attori che ne sosterranno la parte per il resto del film, la Jolie per lei e Sharlto Copley per lui, e i tasselli torneranno a posto: Stefano è un servo di fiducia del re precedente, Enrico, il quale, tornato sonoramente sconfitto e quasi in punto di morte da un'infruttuosa battaglia per la conquista della Brughiera, riunisce tutti i pretendenti al trono e promette la successione a chiunque riesca a uccidere Malefica, che aveva guidato le schiere nemiche. Naturalmente, tutto questo gran discorso avviene senza tener conto della presenza discreta del nostro ambizioso protagonista, che se ne sta ben zitto, cominciando già a formulare i suoi piani.
Tornato bel bello dalla sua vecchia fiamma, si fa perdonare, le offre da bere qualcosa che a giudicare dalla reazione contiene un sonnifero e sta per eliminarla davvero, ma ha appena un piccolo guizzo di coscienza che lo spinge a optare per una soluzione un po' meno drastica: tira fuori una catenella di ferro che nel buio della scena notturna si capisce a malapena cosa sia, e quando Malefica si sveglia si ritrova sola e con due grosse ferite sulla schiena dove una volta c'erano le sue ali, che Stefano scarica poco cerimoniosamente sul letto del re come “prova” della sua impresa. Fermiamoci un momento ad apprezzare le doti recitative della Jolie in questa parte: il lunghissimo, disperato urlo che emette quando se ne accorge, che non si sa bene in quanta parte sia dolore fisico e in quanta parte emotivo, è a mio parere uno dei momenti più alti del film quanto a espressività, per non parlare poi della trovata, realistica nell'irrealistico, di Malefica che raccoglie un rametto da terra e magicamente ne fa il fido bastone da cui non si separerà più. Non è un vezzo, è una necessità: impossibilitata a volare, vediamo che nel tentare di camminare all'inizio cade ogni pochi passi, non perché non sappia farlo affatto, ma perché era abituata a farlo così poco da ritrovarsi le gambe quasi atrofizzate.
Questo è un punto cruciale della narrazione e il vero momento, segnalato anche visivamente, in cui possiamo cominciare a riconoscere in lei la cattiva disneyana a cui eravamo abituati. Giù il cappello per il team degli effetti visivi, o chiunque sia stato a decidere che la manifestazione della sua magia dovesse essere color oro quando non è di natura particolarmente malvagia e verde, come Disney comanda, quando invece è specificamente volta a fare del male. La costante presenza del bastone, poi, racconta più di mille battute: facendone un veicolo per la sua magia oltre che un ausilio per camminare, Malefica di fatto trasforma l'ammissione della sua debolezza in uno strumento di forza.
Perdere la possibilità di spostarsi in linea d'aria in poco tempo per lei è come perdere un arto, pertanto abbiamo ben presto l'introduzione di un nuovo personaggio: Malefica coglie per caso sul fatto un cacciatore che ha appena catturato un corvo e sta per bastonarlo a morte e lo salva trasformandolo in un uomo, forse perché nell'uccello costretto a terra dalla rete intravede una condizione simile alla propria. Fosco diventa così il fedele servitore di Malefica e le fa da efficacissima spia, riferendole prima dell'incoronazione di Stefano e poi della nascita di Aurora (scena tra l'altro rivelatrice, perché il nostro ex-corvo apprende il sesso della neonata guardando un gruppo di eccitatissime e pettegole filatrici che per passarsi la notizia abbandonano i loro arcolai).
Al battesimo in grande stile tornano le immancabili tre fatine, prima comparse solo di sfuggita, pronte a omaggiare la piccola con i loro doni di bellezza, felicità e... non si sa, come vedremo. Piccola parentesi: una delle tre, Giuggiola, è interpretata da Imelda Staunton di potteriana memoria (Dolores Umbridge). I fan del maghetto in sala avranno sicuramente notato che, guarda caso, delle tre le hanno affibbiato proprio la parte di quella vestita di rosa. Temo che farà una gran fatica a staccarsi da quel colore.
Ulteriore appunto: Giuggiola, Fiorina e Verdelia? Come, prego? Ma non si chiamavano Flora, Fauna e Serena? Pensavo fosse un problema di doppiaggio, ma Wikipedia mi giura che i nomi sono stati proprio cambiati alla radice: Knotgrass, Thistlewit e Flittle nel remake contro Flora, Fauna e Merryweather nel cartone del 1959. La confusione regna sovrana. Perché mai l'avranno fatto?
L'irruzione di Malefica alla cerimonia interrompe Verdelia sul più bello, cosicché non si capisce cos'abbia in mente di donare alla principessina, anche se un piccolo sospetto c'è. A nulla serviranno le suppliche del padre: la fata getta su Aurora il suo canonico maleficio e se ne va. Un momento, sarà proprio quello canonico? Non esattamente: la condanna è al sonno eterno già in partenza, Malefica non decreta la morte della principessa che sarà poi mitigata in sonno dall'ultima fata che deve ancora farle il suo regalo di battesimo, anche se eravamo stati tutti indotti a pensare che l'interruzione servisse proprio a quello. Da come cominciava la frase, però, presumo che Verdelia stesse per augurarle di trovare il vero amore, il che le servirà proprio, perché il famigerato bacio del vero amore è posto come unica condizione che potrà risvegliarla: delusa com'è, Malefica è convintissima che questo metterà fuori gioco Aurora per sempre, perché crede che il vero amore non esista.
Come fiaba comanda, Stefano fa sequestrare e bruciare tutti gli arcolai e manda la piccola a vivere lontano dal castello per sedici anni e un giorno con le fatine. Le quali, se permettete, sono delle emerite idiote. Se fosse stato per loro, Aurora sarebbe morta entro i primi giorni delle loro cosiddette cure. Io posso anche capire che i loro interminabili litigi fossero una parte indispensabile e divertentissima del film Disney, ma queste qui passano da benintenzionate ma pasticcione a colpevolmente disattente. Non hanno idea di cosa fare per una bambina, non sanno neppure che a quell'età si nutre ancora di solo latte, qualche annetto dopo le troviamo così intente a darsi addosso che Aurora si allontana e quasi cade da una rupe. E allora, direte voi, a sedici anni come ci arriva?
Facile: Fosco sarà pure un corvo, ma Malefica è un vero falco e veglia su di lei tutto il tempo, salvandola da tutte le disavventure da lontano nonostante continui a ripetersi che la odia e a chiamarla “bestiolina”. Ma Aurora non è affatto stupida e si accorge che in una cotale serie di felici casualità c'è qualcosa che non torna, tanto che quando finalmente si incontrano non esita un secondo a chiamarla “fata madrina”, anzi, è così soddisfatta di tale appellativo che nemmeno si preoccupa di chiederle il suo nome vero.
Le due passano sempre più tempo insieme, Aurora fa amicizia con tutta la Brughiera e allo scattare dei sedici anni decide di trasferirvisi. Mentre fa le prove del discorsetto da propinare alle sue “zie”, incontra il principe Filippo. Si presentano, imbarazzo alle stelle, è il primo ragazzo umano che lei abbia mai visto e a occhio e croce anche lui non dev'essere stato finora un gran donnaiolo: per farla breve, fin dal primo momento c'è nella scena quell'atmosfera tesa da “adesso si baciano, dai, forza, cosa aspettano ancora?” che sicuramente conoscerete tutti.
Vi do tre possibilità: riuscite a indovinare cosa stanno facendo le fatine quando Aurora arriva con tutta la decisione di questo mondo, pronta a dir loro che vuole andarsene? Esatto, stanno litigando di nuovo! La farina che vola da tutte le parti e Giuggiola che alla fine si ritrova con mezza faccia blu sono una versione condensata dell'epica battaglia per la torta e il vestito che vi ricorderete di certo se avete visto l'originale. Insomma, quando lei comincia il suo pezzo tanto provato, gli animi sono ancora così caldi che le tre si lasciano sfuggire per sbaglio l'esistenza del padre, che Aurora credeva morto, e sono costrette a dirle la verità sul sortilegio.
A proposito del padre, dove l'abbiamo lasciato? È ancora vivo e vegeto al castello, ma i provvedimenti che prende contro Malefica diventano pian piano sempre più irrazionali, come del resto lui stesso, che sorprendiamo a parlare a una stanza vuota come se la sua nemica giurata fosse lì (l'unica debole giustificazione è che si tratta della stanza in cui le ali sono conservate in una teca di vetro come una reliquia). Detto sinceramente, mi piacerebbe un giorno vedere Sharlto Copley confrontarsi col Macbeth. L'ambizione c'è tutta, l'ossessione per le rivelazioni sul futuro dategli da una figura magica anche. In certi primi piani, Copley ha uno sguardo che sarebbe applicabilissimo al barone di Glamis e Cawdor.
Aurora, tradita da tutto e da tutti, affronta Malefica e poi scappa verso il castello, dove, appena riconosciuta dal padre, viene prontamente rinchiusa nella sua stanza, dato che è tornata un giorno prima della scadenza prevista ed è ancora in pericolo. Ma Stefano ha fatto male i conti: se c'è in gioco un maleficio, non c'è porta che tenga e Aurora ben presto si ritrova nella stanza dove sono ammassati i miseri resti bruciacchiati degli arcolai, di cui uno naturalmente si riassembla da solo davanti ai suoi occhi e la punge.
Ci avviciniamo al finale: Malefica trasforma Fosco in un cavallo e corre a perdifiato al castello portando con sé Filippo, addormentato in groppa al suo bianco destriero in modo tale che mi viene da sospettare che sia pure incollato alla sella, altrimenti sarebbe caduto una decina di volte. Filippo si sveglia proprio davanti alla stanza dov'è stata deposta Aurora e, smarrito, chiede informazioni alle fatine con un solo cervello in tre, che prontamente gli aprono le porte e insistono finché non si convince a baciarla. Ma come c'era da sospettare, un bacio così poco spontaneo e motivato da quella che pare sinceramente essere solo una cotta adolescenziale non è sufficiente e Filippo se ne va con le pive nel sacco. Spiacente, signore e signori, ma qui non è lui l'eroe e la scena classica potete pure scordarvela.
Malefica, che già una volta aveva tentato di annullare il sortilegio solo per scoprire di aver lei stessa posto dei termini che le impedivano di farlo, è sinceramente pentita e prima di andare ad affrontare le truppe di Stefano, in lacrime, le dà un bacetto sulla fronte. Sorpresa delle sorprese (ma anche no), Aurora si sveglia e sarebbe prontissima a lasciare il castello e andare a vivere nella Brughiera con la sua “fata madrina”, salvo per un piccolo particolare: Stefano aveva messo al lavoro tutti i fabbri del regno per dotare il suo esercito di alti scudi di ferro e far costruire una rete dello stesso materiale, prontamente calata dal soffitto per catturare la fata, che si ritrova nell'identica posizione in cui aveva trovato il suo servo. In un ultimo, spettacolare ammiccamento al canone Disney, per salvarsi Malefica trasforma Fosco in un drago che mette fuori gioco gran parte delle forze nemiche e le strappa via la rete. Intanto Aurora, nella sua inguaribile curiosità, aveva trovato la stanza delle ali e, riconosciutele dalla descrizione che gliene aveva fatto la fata, assai saggiamente fa cadere a terra la teca, dalla quale queste scappano, dotate di vita propria, per ricongiungersi alla schiena della proprietaria. Da qui in poi l'esito della battaglia è scontato: Stefano aveva appena fatto in tempo a chiederle malignamente come ci si sentisse ad essere una creatura senza ali quando se ne riappropria e schiva abilmente tutti i colpi dei soldati. L'unico momento in cui se la vede brutta è quello in cui Stefano riesce a fermarla prendendole al laccio una caviglia con una catena, ma nonostante il dolore Malefica riesce a tirarlo su di peso e trasportarlo in un'altra area del castello. Vi dico solo che si tratta di un luogo molto alto e che quando una sa volare i parapetti importano ben poco. Mettete questi indizi insieme a quella scena che vi dicevo, quella dell'involontario tuffo, e forse comincerete a capire quale sia il destino del re.
Dopo quest'epico scontro finale che a giudicare da certi passaggi è stato chiaramente concepito per fare un effetto particolarmente intenso in 3D (ma io l'ho visto in 2D e non lo saprò mai), Aurora viene proclamata regina della Brughiera, unificando così il regno degli umani e quello delle creature fatate con Filippo al suo fianco, e la voce narrante femminile che ci aveva accompagnati fin dall'inizio si rivela essere la Bella Addormentata stessa, che col senno di poi riconosce che per ottenere quel risultato non ci è voluto né un vero eroe né un vero cattivo, ma qualcuno che è entrambe le cose.
In conclusione, per essere un debutto alla regia è un film strutturato bene: la prima parte della trama mi è parsa un po' debole e la rappresentazione delle tre fatine caricaturale, ma sono rimasta molto colpita dal fatto che il tutto sia come un cerchio che si chiude: nulla è lasciato al caso, gli elementi che ritroveremo poi alla fine ci sono già tutti all'inizio, basta solo un po' di pazienza per accorgersene.
Valutazione complessiva: 

giovedì 24 aprile 2014

Un diamante è per sempre...

... un amico a quattro zampe anche!

Un saluto a tutti i miei lettori. Oggi ci fermiamo un attimo e diamo spazio a un post un po' diverso dal solito.
Immaginate questo scenario: il vostro migliore amico va in vacanza in un posto meraviglioso. Per un po' sperate che riesca a estendere anche a voi l'invito, ma poi arriva la cattiva notizia: non si può, deve proprio andarci da solo. Pazienza, direte voi: non se lo potrà permettere, oppure la prenotazione ormai è fatta e non si scappa più. Sarete felici per lui, suppongo. Salutatelo e attendete con pazienza che ritorni dalla sua settimana a tutto relax.
A ben pensarci, è strano che non si sia mai fatto vivo, ma voi rispettate la sua privacy e non ve ne lamentate: se ha deciso di tenere il cellulare spento per riposarsi ancora di più, buon per lui, no?
Appena rimette piede in città gli mandate un messaggio: “Com'è andata? Raccontami tutto!”. Be', magari con qualche vocale in meno in mezzo alle parole, ma ci siamo capiti. Aspettate risposta, ma passa un'ora e quella non arriva. Poco male, non avrà sentito arrivare il vostro SMS, appena controllerà vi farà un bel riassunto di quelli da far salire l'invidia alle stelle, ne siete sicurissimi. Passano due ore, poi tre, e ancora niente. Arriva l'indomani e continua a ignorarvi. Pensate bene di provare a contattarlo su Facebook, nella speranza che magari segua le notifiche del social network con un po' più di assiduità, e scoprite con sconcerto che vi ha rimosso dagli amici.
Qui le cose cominciano a mettersi male. Gli avete forse fatto un torto prima che partisse? Eppure non ve ne ricordate proprio! Possibile che si sia dimenticato di voi durante la vacanza? Ma cosa diavolo si mangiava al suo villaggio turistico, i fiori di loto dell'Odissea?
Ma questa è una storia assurda, direte voi. Nessuna vacanza, per quanto formidabile, può cancellare il ricordo di un amico dalla mente di qualcuno. Ne siete proprio sicuri? Questa affermazione forse è vera se l'amico in questione cammina su due gambe, ma se invece di zampe ne ha quattro?
Cominciate a capire dove voglio arrivare, vero? Forse sono un po' fuori stagione, dato che gli appelli come questo di solito proliferano d'estate e siamo appena ad aprile, ma credo che, a parte cellulari e Facebook, un animale abbandonato provi qualcosa di molto simile. Ci vorrebbero fior di scienziati per esserne sicuri, ma ho il sospetto che un pensiero del genere possa aver attraversato la mente di tanti cani lasciati per la strada in favore di una settimana al mare: sarò stato cattivo? Sarà mica colpa mia se i miei umani non mi vogliono più?
Ora torniamo alla nostra scenetta immaginaria e correggiamo un po' il tiro: fingiamo che voi con questo amico ci viveste. Cosa succederebbe se, tornato dalla sua bella villeggiatura, vi cacciasse di casa e rimaneste senza un posto dove andare? Ecco, forse ora la situazione somiglia ancora di più a quella di un animale, vero? Forse trovereste qualcuno disposto ad aiutarvi, o forse no. Forse otterreste almeno un riparo temporaneo, o forse no. Forse riuscireste a recuperare abbastanza cibo da tirare avanti finché non trovate un altro supporto, o forse no. Questione di abilità, ma non ve la cavate un granché in situazioni estreme, il vostro ex amico vi aveva abituati troppo bene e di certo non gli era mai saltato in testa di iscrivervi a un corso di sopravvivenza. Allora dipende tutto dalla fortuna, ma diciamocelo, non è una situazione molto fortunata, la vostra, o sbaglio?
Lasciare un animale a se stesso dopo averlo tenuto tanto tempo in casa non è troppo diverso. Per quanto possano essere geneticamente simili, un cane non è un lupo e un gatto non è un leone. Passare da un giorno all'altro dall'avere pappa e cuccia garantite al dormire all'addiaccio mangiucchiando quel che c'è, per di più in un ambiente ostile dove potrebbero finire sotto un'auto o uccisi da un boccone avvelenato in qualsiasi momento, è quasi una condanna a morte.
E tutto questo per una vacanza al mare, o perché ve ne siete semplicemente stufati? Avrei voglia di riversare addosso a chi si comporta così tutti i peggiori insulti in tutte le lingue che mastico, ma non lo farò. Preferisco farvi notare un'altra cosa.
Se abbandonate un animale in favore di un periodo di pausa o di uno stile di vita che immaginate più tranquillo, mettete sì il quattrozampe in una situazione difficile, ma chi ci perde siete voi. Non sprecherò neanche tempo a spiegarvi per filo e per segno perché un'azione del genere sia moralmente deplorevole. Penso che mi convenga di più dirvi invece, punto per punto, perché sia irrimediabilmente stupida.
Poniamo il caso che l'animale in questione sia un cane. Sarete pure tornati contenti dalle Hawaii, ma avrete perso un efficace deterrente per ladri e malintenzionati assortiti, una scusa per fare una vita più attiva e un amico fedele che vi amava incondizionatamente, anche se chiaramente non ve lo meritavate. Complimenti. La prossima volta che subirete un furto, che i valori dei vostri esami medici soffriranno per la mancanza delle passeggiate, o anche solo che tornerete dal lavoro trovando una casa vuota che non risuona dell'abbaiare entusiasta di qualcuno che è genuinamente felice di vedervi, saprete a chi dare la colpa.
Poniamo il caso che sia un gatto, e qui, se mi conoscete, saprete che ho in mano qualche dato in più. Che prezzo avrete mai pagato per la vostra villeggiatura, se Micio ha la fama (poco meritata) di non affezionarsi quanto Fido? E qui, cari miei, sta l'assurdo. In vacanza si va per combattere lo stress, giusto? Se abbandonate un gatto per una settimana senza preoccupazioni, al vostro ritorno ne troverete ancora di più ad aspettarvi. Accarezzare un gatto è un antistress che nessuna pallina da schiacciare può battere, e se qualcuno per caso ha qualche problemino di pressione alta, sapevate che pare che le fusa l'abbassino? Altro che pet therapy, avete perso un tale dottore peloso che invece del collare avreste potuto mettergli il camice! E quanto all'affetto, provate a uscire per qualche ora e poi tornare a casa. Guardate negli occhi il vostro gatto mentre si struscia sulle vostre gambe – anzi, non fatelo, ché potrebbe prenderlo come un segnale di sfida – e provate a dire in tutta sincerità che non vi ama. Non penso che ci riuscirete.
Dopo aver compilato tutte le scartoffie e superato tutti i controlli per adottare un bambino, lo riportereste da dov'è venuto dopo qualche mese perché la vita con lui non è come l'immaginavate? No? Allora perché c'è ancora tanta gente che con gli animali lo fa? Certe decisioni, quando si prendono, si devono prendere considerando che influenzeranno tutta la vostra vita futura. Bisogna fare attenzione quando ci si risolve ad adottare un cucciolo d'uomo, quindi perché non uno di cane? Bisogna pensarci bene prima di farsi un tatuaggio permanente che vi costerà dolore e soldi, o prima di scegliere la scuola che determinerà tutto il vostro percorso successivo, quindi perché non dedicare la stessa cura a un gatto?
I cani più longevi toccano in media un'età compresa tra i quindici e i diciotto anni, i gatti tra i tredici e i quindici, per non parlare poi di quei casi di Matusalemme pelosi che raggiungono e superano i venti e magari sono ancora abbastanza arzilli. Non è un'intera vita umana, si spera, ma non è nemmeno poco.
Accogliendo in casa un animale dovreste, in teoria, esservi scelti un compagno che sarà al vostro fianco per un bel pezzo. Se pensate che l'abbandono sia un'opzione praticabile o, peggio, se già calcolate che prima o poi avverrà, ho un consiglio per voi. Prendete il cane in quest'ultima foto. Se non lo strapazzate troppo durerà ancora più di uno vivo, non sporcherà, non farà rumore, non vi costringerà a portarlo fuori e soprattutto potrete prenderlo e lasciarlo quando vi pare e piace.
Spero che mi perdonerete se oggi mi sono messa a fare la predica dal pulpito, ma è un tema che mi tocca molto. Pertanto, lasciatemi chiudere il post con un annuncio: può darsi che presto vedrete cambiare magicamente il layout di questo blog per far spazio all'angolo Annunci a quattro zampe, dove tenterò, nel mio piccolo, di diffondere le storie di qualche animale in difficoltà. Se invece interverranno troppe difficoltà tecniche, l'angolo non ci sarà, ma potreste comunque riscontrare un ulteriore rallentamento nell'attività della Biblioteca. Se così sarà, non preoccupatevi, non ho smesso di scrivere: ho solo cambiato un po' campo, mettendo la mia tastiera e parte del mio tempo al servizio dei quattrozampe sfortunati. Mancandomi gli altri mezzi per aiutare, ho deciso di inaugurare una modesta attività di stesura di annunci per adozioni. Se siete, o conoscete, volontari in qualche canile, e avete bisogno di qualcuno che si diverta con le parole per dar voce a chi non ce l'ha, sapete chi chiamare.

sabato 19 aprile 2014

Le parole di Piermario

Settima puntata

Salve a tutti! Rieccomi sui vostri schermi! E stavolta non sono sola.
Pier: Ciao, amici! Finalmente ci rivediamo!
E dunque, sei pronto per una nuova puntata?
Pier: Prontissimo! Io non mi arrugginisco mai, cosa credi?
Bene! Allora saprai di sicuro cosa succede adesso. Tre... due... uno... apri la busta!
Pier: La parola di oggi è... “terso”!
Oh, ma che bella parola primaverile! Speriamo che a casa dei nostri lettori faccia bel tempo, così potranno usarla subito. Regia, cosa c'è in serbo per noi stavolta?

Pier: Be', insomma, non è proprio come lo immaginavo...
Che pignolo! Se fosse stata un'unica superficie azzurra uniforme, non si sarebbe nemmeno capito che era il cielo! Accontentati!
Pier: E va bene...
Vediamo un po' la definizione dell'immortale Zingarelli 2008, che tiriamo giù di nuovo dallo scaffale dopo tanta inattività:

terso part. pass. di tergere; anche agg. 1. Detto di superficie del tutto pulita, priva di macchie.
2. Limpido, senza impurità.
3. (fig.) Detto di scritto o stile che rivela proprietà di linguaggio ed eleganza formale.

Pier: Allora è proprio la parola giusta per riprendere la rubrica col botto!
Eh, già! Dopotutto anche noi, nel nostro piccolo, stiamo aiutando chi ci legge a raggiungere il significato numero tre, o almeno, lo spero...
Pier: Ti proporrei di incrociare le dita, ma con queste zampe non ci riesco...
Non ti preoccupare, è il pensiero che conta!
Pier: Allora facciamo finta che l'abbia fatto... C'è altro, o possiamo passare all'angolo di Sherlock?
Ma guarda, “l'angolo di Sherlock”, che nome carino! Ti piace proprio, eh? Non temere, arriverà presto, solo un'altra considerazione veloce e poi è il tuo momento.
Non trovate anche voi che, per l'ennesima volta, il senso numero due prevalga sul numero uno nell'opinione corrente? Io, per me, se proprio devo usare questa parola di solito lo faccio in riferimento a un cielo sgombro, e difficilmente mi verrà in mente di pronunciarla mettendo piede in un salotto buono in cui ogni cosa superi a pieni voti il test del guanto bianco. Eppure è proprio così: ci accorgiamo a malapena che sia un participio passato, forse perché il verbo da cui deriva si usa poco da solo e tanto all'interno di parole composte (in che stato sono i tergicristalli della vostra auto?), ma il primo significato a cui dovremmo pensare è di pulizia, più che di tempo soleggiato.
E ora, il momento che tutti (soprattutto Pier, a quanto pare) aspettavate: è ora di mettersi cappello e impermeabile e seguire le impronte lasciate dalla parola di oggi fino a risalire alla sua origine! Diamo un'occhiata agli indizi... Accidenti!
Pier: Cosa? Che succede?
Succede che la nostra solita fonte per stavolta ci tradisce e non dice altro che quel che sappiamo già, cioè da che verbo deriva, e anche andando a controllare la voce “tergere” non si ottiene un granché. Riapriamo lo Zingarelli e vediamo se ci aiuta un po' di più.

tergere lat. tĕrgere, di etim. incerta.

Pier: Bell'aiuto! Abbiamo imparato che c'entra di nuovo il latino, cosa che a questo punto sto imparando ad aspettarmi, e poi?
E poi, caro il mio panda, hai ragione a essere deluso, ma non c'è molto altro. Se vuoi possiamo avventurarci nelle paludi di un dizionario etimologico di mia conoscenza, ma sappi che potremmo restarci impantanati e che il linguaggio in cui è scritto potrebbe mettere tanta paura ai nostri lettori da far passare loro la voglia di seguirci...
Pier: Io dico di provarci lo stesso. Non mi spavento di certo, io.
Ma come siamo coraggiosi! Ti fai bello per la tua ragazza?
Pier: Ehm... forse...
Va bene, facciamo come panda comanda (con tanto di rima) e sentiamo che dice l'esperto:

tergere rum. sterge; prov. esterzer; a. fr. terdre; a. sp. terger: = lat. tergere |p. p. tersus|, che i più congiungono a una rad. europ. strag- stendere, drusciare, carezzare.*

Pier: Accipicchia, mi sto pentendo...
Per chi si è perso in questa selva oscura di abbreviazioni, la prima parte altro non è che una bella lista di confronti con altre lingue. In questo caso, il nostro erudito amico che ha compilato il dizionario è riuscito a tirar fuori, nell'ordine: rumeno, provenzale, antico francese e antico spagnolo, e se l'avessimo lasciato andare avanti avrebbe estratto dal cappello anche l'antico alto tedesco e il greco, giusto per non lasciare intentata alcuna ipotesi: chi pensa che derivi da una parola che vuol dire “fregare, strofinare”, chi “rendere arido, disseccare”... insomma, rispetto allo Zingarelli ha fatto molto più che dire semplicemente che l'etimologia è incerta e fermarsi lì, ma non è giunto comunque a una soluzione che metta d'accordo tutti. Mi sa che questo “delitto” resterà senza “colpevole”!
Pier: Ora ci vorrebbe una puntata nella puntata solo per quel “drusciare”, ma il resto mi è chiaro. Peccato per la non-soluzione, però!
Rassegnati, ogni tanto qualche vicolo cieco s'incontra per forza. È passato tanto di quel tempo che non sempre si può essere sicuri di quel che si afferma. A proposito, la parola misteriosa vuol dire “sfregare” ma anche “lusingare, adulare”. Non la faccio lunga perché non stava scritto nel contratto!
Pier: Okay, adesso ho capito tutto. Scommetto che anche parecchi lettori saranno stati contenti di questa parentesi!
Non ne dubito. E adesso invece chiudiamo con qualcosa che nel contratto c'è eccome e vediamo come ha usato il vocabolo di oggi qualcuno che con le parole ci sa fare più di noi:

Era una delle fonti di Merlino,
Delle quattro di Francia da lui fatte,
D'intorno cinta di bel marmo fino,
Lucido, e terso, e bianco più che latte,
Quivi d'intaglio con lavor divino
Avea Merlino immagini ritratte.
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto XXVI**

Pier: Accipicchia! Quanto scommettiamo che gli appassionati di romanzi fantasy staranno impazzendo?
Sai che hai proprio ragione? Non ci si pensa, ma se vi piacciono le storie di magia, in certi poemi dei tempi andati ne incontrerete altrettanta! Certo, non sarà una lettura tanto scorrevole, ma potreste trovarvi le origini più remote di qualcosa che magari eravate convinti che avesse inventato il vostro autore preferito. Vale la pena di fare un tentativo!
Pier: Io mi ci metto subito! Una canna di bambù e un bel libro, questa sì che è vita!
E bravo Pier! Chiudiamo la puntata, così ti lascio alle tue letture. Vi è bastato il nostro spazio di oggi per decidervi a puntare il naso in su ed esclamare: «Che bel cielo terso!», oppure no? Noi speriamo proprio di sì! A presto!
Pier: Ciao ciao!

venerdì 18 aprile 2014

In sala lettura: "Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo"

Tutti a bordo della macchina del tempo!

Salve, amici! Oggi torniamo a rivolgere l'attenzione, com'è giusto in un blog che porta questo nome, a un libro.

Vi avviso fin d'ora che troverete un po' diversa dal solito questa... recensione? Riflessione? Fatico perfino io a trovare il termine giusto, perché le circostanze in cui sono venuta a sapere dell'esistenza del nostro tomo e ho deciso di leggerlo sono piuttosto eccezionali. Holden Caulfield ha un bel dire che un buon libro è quello che ti fa venir voglia di telefonare all'autore (perdonatemi se non sono le parole esatte), ma di norma aver incontrato faccia a faccia la persona dalla cui penna è uscito un libro che ti è piaciuto non è una situazione da tutti i giorni, o sbaglio?

Ebbene, per stavolta mi è capitato. Non sono di certo abbastanza in confidenza con lui da assillarlo con le telefonate-fiume che voleva Holden, ma l'ho conosciuto: Alessandro Barbero, autore (tra gli altri) di Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo, che seguivo già all'interno di Superquark e alle cui lezioni, finalmente, ho assistito anche dal vivo. Inondatemi pure di domande nei commenti: la risposta è sì, è identico a quello della TV, non recita per nulla, l'entusiasmo per la storia è tutto autentico. E questo, se permettete, è un gran bel biglietto da visita per un romanzo storico. Una noticina veloce: la copia che ho letto io ha tutt'altra faccia, è un'edizione più recente di cui non sono riuscita a reperire l'immagine.

Già il titolo è di quelli che riempiono di belle speranze: sicuramente qualche topo, gatto, opossum o lemure di biblioteca si sarà accorto del richiamo a La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Sterne, e se fin dalla copertina un autore dimostra di saper citare (attenzione: citare, non copiare. Sul limite fin troppo sottile tra queste due parole ci vorrebbe un post apposito!), l'impressione che se ne ha è che sappia il fatto suo.

Apriamo il libro: sarà vera quest'impressione? Dal modo che ha di sciorinare date fin dalla prima riga si direbbe proprio che almeno gli aspetti della storia che di solito gli studenti detestano li conosca come il palmo della sua mano; eppure non è nemmeno il suo periodo storico d'elezione!

Eh, già, perché sebbene sappia muoversi un po' in tutte le epoche, basta spulciare un elenco delle sue pubblicazioni per rendersi conto che a prevalere è il Medioevo, mentre qui siamo nell'anno di grazia 1806. Non sarà mica che dovremo temere qualche scivolone in questo terreno ostile? Calma e sangue freddo, amici. Forse sarò l'ultima che può giudicare, ma non ho incontrato nulla che mi paresse fuori posto. Certo, per essere evidenti a una profana dovrebbero essere proprio erroracci macroscopici, e con quelli il Premio Strega vantato dal nostro libro non si vince...

E dunque? Un'infinita lezione di storia in salsa appena un po' romanzata, che fa sbadigliare ogni dieci righe? Ma nemmeno per sogno! Le parti un po' monotone, come vedremo, non mancano, ma anche quelle hanno un motivo ben preciso. Leggere questo libro essendo completamente a digiuno di storia è, se devo essere sincera, un'impresa impossibile, perché i riferimenti ai fatti che si studiano a scuola sono tanti e non semplici, ma a parte qualche momento di lotta all'ultimo sangue con le circostanze di questa o quella guerra, farsi prendere dall'atmosfera è fin troppo facile. Pare di essere trasportati nel passato per la ricchezza di dettagli, alcuni divertenti, altri disgustosi, ma tutti ugualmente utili a dare al racconto il giusto colore.

La parte più affascinante del leggere, e probabilmente anche dello scrivere, un romanzo storico, è avere a che fare con personaggi che agiscono, parlano e pensano in modo inevitabilmente diverso dal nostro e si scontrano ogni giorno con situazioni per noi inconcepibili. Voi riuscireste a calarvi nei panni di un tal Mr. Robert Pyle, inviato straordinario degli Stati Uniti d'America presso Sua Maestà il re di Prussia nel 1806? Il nostro autore l'ha fatto, tanto più che il libro si configura come il diario di Pyle, compilato con certosina precisione ogni santo giorno dal 13 luglio al 14 ottobre del fatidico anno, anche quando, visti gli eventi in cui resta coinvolto, non si sa bene come abbia fatto a non dimenticarsene, a non perdere il prezioso libriccino da qualche parte o anche solo a trovare una buona superficie solida su cui appoggiarsi per scrivere.

E a proposito di dimenticare, Mr. Pyle ha proprio una memoria di ferro, vista la fedeltà con cui riporta le frasi rivoltegli in una quantità di lingue diverse (grazie al cielo esiste, almeno nella mia edizione, un simpatico glossario in fondo che aiuta a dipanare la matassa del tedesco, del francese, dell'olandese, del latino e compagnia cantante!). Sorge il dubbio che forse in un autentico diario compilato sul momento non ci sarebbe spazio per dialoghi tanto particolareggiati e complessi, dato che lasciarsi sfuggire qualche parola è umano, ma la narrazione procede sui suoi bravi binari a un ritmo tale che il lettore non se ne accorge se non con il senno di poi.

Per evitare eccessivi spoiler, vi dico soltanto che nel corso dei suoi viaggi (al plurale, perché attraversare l'oceano e poi fermarsi definitivamente in una sola città europea non gli basta) incontrerà un campione umano dalla varietà veramente impressionante, dal più alto dei nobili titolati all'ultima delle... ehm, ragazze di facili costumi. Mi spiace troppo usare certe parole volgari, Lenchen mi sta simpatica e credo di aver maledetto Schill all'infinito per come deve averla trattata nel segreto della sua stanza.

Il povero Pyle viene sbalzato, con un paragone dolorosamente anacronistico, come una pallina da flipper da un ricevimento al cospetto del re a una bettola puzzolente, da un teatro all'ultima moda a un campo di battaglia (se non fosse che il prologo si svolge a distanza di anni, nel 1848, qui e là mi sarei rosicchiata le unghie a sangue per l'ansia), in una tale girandola di ambienti e avvenimenti diversi che se dovessi stilarne un elenco completo riscriverei il libro intero. Lasciate dunque che vi anticipi solo qualche chicca, come per esempio la cena a casa di un tal professor Fichte (che volete che sia? È “solo” finito sui miei libri di filosofia del liceo, dopotutto!) e l'incontro con il grande poeta Goethe, che già la quarta di copertina prometteva e che io sono stata ad aspettare fin quasi alla fine, borbottando tra me: «Okay, lo trova qui... Ah, no, allora nel prossimo posto dove andrà... No, nel prossimo ancora... Alleluia!». Più che seguire passo per passo lo svolgersi della trama, che è tutto un intreccio inestricabile della più elevata politica e della più bassa vita quotidiana, mi converrà dunque riflettere per temi.

Mr. Pyle e i viaggi. Mi credete se vi dico che ogni volta che il diario riportava una fatidica frase simile a “Il giorno tale sono partito per il talaltro posto” mi venivano le lacrime agli occhi? Le sezioni di viaggio sono quelle noiose di cui vi avevo avvertito, e non noiose per carenze stilistiche da parte dell'autore, ma proprio perché viaggiare nel 1806, oltre che essere scomodo, doveva pure far venire il latte alle ginocchia. Dove il protagonista calcola fiducioso di metterci (numero a caso) quattro giorni, state sicuri che capiterà qualcosa per fargliene impiegare otto! Una volta una malattia, una volta un pantano terribile che blocca la carrozza, un'altra non ci sono i cavalli per il cambio, un'altra ancora l'asse delle ruote si spacca in due di netto... Se non fosse che lungo la strada succede sempre qualcosa d'importante per la comprensione di quel che segue, qui e là sarei stata tentata di saltare il tragitto e seguire Pyle direttamente a destinazione, perché alla fin fine, a parte gli eventi straordinari che tengono il lettore incollato anche alle pagine peggiori, ogni racconto di spostamento si riduce a questo: descrizioni della natura del paesaggio fuori dal finestrino, cronache poco simpatiche del pessimo cibo ingurgitato in qualche locanda, irritazione per le infinite lungaggini alle frontiere e un po' di sano sesso descritto con una quantità di eufemismi e pudori (vogliamo parlare delle metafore militari secondo cui il preservativo sarebbe “l'armatura” e i bollori raffreddati vengono paragonati senza batter ciglio a polveri bagnate?). E questo ci conduce a...

Mr. Pyle e le donne. Ecco, questo è forse l'unico aspetto che mi rende il personaggio un po' antipatico. Non fraintendetemi, Mr. Pyle è un gran bel tipetto, quasi quasi mi andrebbe di conoscerlo, ma dovrei trovare un modo per premunirmi, perché se davvero avessi l'occasione di entrare magicamente tra le pagine e stringergli la mano, il mio più grande timore sarebbe di trovarmi a stringere qualcos'altro un po' più giù! Capisco che quando si legge un romanzo storico si debba far voto di sforzarsi di capire il modo di pensare degli antichi e di non indignarsi se esprimono idee che oggi ci risultano strane od offensive, ma sono rimasta colpita in negativo dall'assoluta naturalezza con cui a Pyle capita di allungare del denaro a qualche ragazza in un angolo sperduto della Germania aspettandosi in cambio che si spogli docilmente, e forse ancor più colpita dal modo in cui le donne stesse (la maggior parte di loro, almeno) non si sentono minimamente lese nella loro dignità da questo comportamento. Un conto è una Lenchen, che lo fa per mestiere, un altro è una qualunque locandiera lungo la strada di cui il nostro uomo non si preoccupa nemmeno di apprendere il nome e le cui mansioni, almeno sulla carta, non prevedono di togliersi i vestiti. Eppure basta una mancia un po' generosa perché (quasi) tutte ci stiano, chi con gioia e chi con riluttanza. Non mi resta che sospirare, stringere i denti e ripetermi che allora era così e basta. Non penso che Mr. Pyle sia dipendente dal sesso o qualcosa di simile, anche se i momenti inopportuni in cui viene colto dal desiderio sembrano confermare quella diceria secondo cui gli uomini avrebbero pensieri di quel genere ogni sette secondi. Fa solo parte di un mondo ormai estraneo. Sta di fatto che leggendo di quell'unica, benedetta volta in cui una ragazza mette in chiaro di non avere intenzione di rendergli quel tipo di servizio, la parte di me che tifava per Pyle si è rattristata, mentre la mia femminista interiore, al vederlo rifiutato, gridava: «Ben gli sta!».

Mr. Pyle e gli stranieri. A proposito di idee offensive, soffermiamoci un attimo sul rapporto che il nostro protagonista ha con gli altri popoli. Pyle ha un bell'arrabbiarsi quando sente qualcuno esprimere convinzioni assurde sui suoi Stati Uniti, che non erano ancora neanche lontanamente la potenza che sono oggi e che molta gente non sapeva nemmeno dove fossero, ma a sua volta non risparmia proprio nessuno: incrocia esponenti di tantissime nazionalità e per ciascuno ha sempre qualche parola da spendere, nel suo caro diario, su quella che crede sia la natura di quel popolo. Sotto i colpi della sua penna cadono come mosche inglesi, olandesi, tedeschi, francesi, italiani, polacchi, ebrei e – con un termine che non so quanto possa essere appropriato – afroamericani. Tutti hanno per lui qualche difetto connaturato, che riconosce infallibilmente in ognuno, come se l'eccezione fosse semplicemente impensabile, e il domestico di colore che si è portato da casa, Will, si prende a sua volta la sua brava dose di frecciate. Il loro rapporto è ancora sorprendentemente buono: la condizione giuridica di Will non è quella di schiavo e il peggio che io ricordi nei loro scambi di battute è uno “stupido negro” rivoltogli quando viene fuori che i conti non tornano e alle finanze di Pyle mancano misteriosamente dei soldi, ma certe affermazioni, ripetute in pubblico ai nostri giorni, basterebbero e avanzerebbero per guadagnargli parecchi nemici.

Per non parlare poi degli ebrei! La “disgraziata razza” (parole sue, non mie) è oggetto delle peggiori considerazioni da parte di Pyle e di parecchi altri personaggi, e c'è un passo che vale la pena di citare perché mi ha messo un brivido.

«[...] I miei compagni di studio sono già occupati a compilare liste di proscrizione in previsione del giorno in cui conquisteranno il potere: il discendente, sia pure in settimo grado, di un francese, di un ebreo o di uno slavo sarà condannato all'esilio.» «Ma queste son cose che si dicono» risposi spazientito dalla sua ingenuità; «figuratevi un po' quale governo potrebbe mai considerare sul serio dei provvedimenti come questi!»

Ora ditemi voi se, col senno di poi, non ricorda un po' troppo Hitler.

Da parte di un lettore distratto e dall'accusa troppo facile, dunque, il nostro professore con questo libro potrebbe prendersi del sessista, del razzista e fors'anche del neonazista e, non ne dubito, un sacco di altri pericolosissimi “-ista”, ma questo significherebbe commettere un grave errore di comprensione. L'immedesimazione è la chiave di tutto: quando un autore assume la maschera di un personaggio che la pensa in modo tanto diverso, bisogna stare ben attenti a tenere i due separati e a ricordare a se stessi a ogni piè sospinto che se Pyle dice una cosa, è perché la crede solo e soltanto Pyle, non certo Barbero. Dargli del razzista perché quei talleri scomparsi spingono il caro Robert a pronunciare parole politicamente scorrette significherebbe non aver capito nulla.

Insomma, seicento e passa pagine che vale la pena di affrontare se volete un libro scritto con vera cognizione di causa, ma che non consiglierei a chiunque. È onestamente il miglior romanzo storico che io abbia letto negli ultimi tempi, ma se non siete già lettori forti del genere posso quasi garantire che non vi piacerà. Se siete pratici, mettetelo nella lista “da leggere” e non ve ne pentirete, ma se non ne avete mai preso in mano uno, usate qualcosa di più leggero come introduzione a questo mondo e poi provatelo più avanti.

Valutazione complessiva: