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sabato 14 giugno 2014

Sgranocchiando popcorn: "Maleficent"

Una fiaba classica come non l'avete mai vista

Salve a tutti, cari lettori! Ebbene sì, sono ancora viva. Perdonate la prolungata assenza, ma una gatta di biblioteca sotto esame tende a ritirarsi nella sua tana e non uscirne più per un po', eccezion fatta per l'occasionale capatina al cinema.
In questo caso si tratta della pellicola del 2014 Maleficent, debutto da regista di Robert Stromberg, con Angelina Jolie nel ruolo della malvagia protagonista. 
Un momento, siamo proprio sicuri che sia così malvagia? Il nome sembra certamente suggerirlo, ma già le prime scene sembrano voler ribaltare il punto di vista tradizionale. La creatura cornuta e alata che è Malefica da bambina pare proprio un perfetto esempio di bontà, amica di tutti nel regno fatato chiamato semplicemente Brughiera e tutta intenta a usare la sua magia solo per cosette perfettamente innocenti. E già qui concedetemi un momento di perplessità: bravissimo, caro il mio regista, sei riuscito a farmi capire che il tuo intento è di mostrarmi che Malefica non è nata cattiva... e allora perché il nome? Ma dico io, come si fa a chiamarsi “Malefica” senza sentirne neanche un po' il peso? Non avrebbe avuto più senso che in origine avesse avuto un altro nome dolce, carino e fiabesco al punto giusto, per poi assumere “Malefica” come pseudonimo più avanti?
Perché, come vedremo, cattiva lo diventerà eccome. La gigantesca differenza è che, se nella fiaba classica la fata malvagia è uno di quei cattivi che sono “cattivi e basta” e arrivano a rovinare la festa a tutti senza che si stia a spiegare il perché e il percome, la prima parte del film esplora proprio le sue motivazioni, facendo di qualcun altro il vero antagonista della situazione.
Questo qualcuno è nientepopodimeno che re Stefano, futuro padre della principessa Aurora, che fa la conoscenza di Malefica quando sono entrambi ragazzini e fa amicizia con lei, un'amicizia che pian piano diventa anche qualcosa di più. La nostra fata si fida di lui al punto di rivelargli l'unica grande debolezza della sua specie, cioè che non sopportano il contatto con il ferro. Segnatevelo, perché è uno di quei particolari che torneranno a prendere i protagonisti a sonori calci nel sedere. E a proposito di dettagli da ricordare, guardate bene quella volta in cui Stefano fa l'esperienza del volo attaccato a un piede di Malefica per poi scivolare e cadere in acqua. Fa solo ridere, sul momento, ma non dimenticatelo.
Raggiunta la fatidica soglia dei sedici anni (vi ricorda niente? Eh, sì, è la stessa età a cui dovrà poi scattare il maleficio sulla figlia), si scambiano un bacio che lui le giura essere quello del vero amore, per poi non farsi più vivo per anni. Immaginatevi che effetto può fare una delusione del genere che cova per tutto quel tempo. Ora cominciate a capire le origini della sua presunta cattiveria, vero?
Vi sento già fare congetture: “Oh, ma che bello, la fata e il principino, non mi verrai mica a dire che in realtà Aurora è una figlia illegittima nonché mezza fata?”. Niente di più sbagliato. In effetti, la prima volta che incontriamo Stefano non si capisce proprio come farà a diventare re, dato che le racconta senza mezzi termini di dormire in un pagliaio del castello invece che su cuscini e materassi di piume. Ma aspettate solo che la narrazione compia un balzo in avanti nel tempo facendo improvvisamente invecchiare i nostri eroi, ora interpretati dai due attori che ne sosterranno la parte per il resto del film, la Jolie per lei e Sharlto Copley per lui, e i tasselli torneranno a posto: Stefano è un servo di fiducia del re precedente, Enrico, il quale, tornato sonoramente sconfitto e quasi in punto di morte da un'infruttuosa battaglia per la conquista della Brughiera, riunisce tutti i pretendenti al trono e promette la successione a chiunque riesca a uccidere Malefica, che aveva guidato le schiere nemiche. Naturalmente, tutto questo gran discorso avviene senza tener conto della presenza discreta del nostro ambizioso protagonista, che se ne sta ben zitto, cominciando già a formulare i suoi piani.
Tornato bel bello dalla sua vecchia fiamma, si fa perdonare, le offre da bere qualcosa che a giudicare dalla reazione contiene un sonnifero e sta per eliminarla davvero, ma ha appena un piccolo guizzo di coscienza che lo spinge a optare per una soluzione un po' meno drastica: tira fuori una catenella di ferro che nel buio della scena notturna si capisce a malapena cosa sia, e quando Malefica si sveglia si ritrova sola e con due grosse ferite sulla schiena dove una volta c'erano le sue ali, che Stefano scarica poco cerimoniosamente sul letto del re come “prova” della sua impresa. Fermiamoci un momento ad apprezzare le doti recitative della Jolie in questa parte: il lunghissimo, disperato urlo che emette quando se ne accorge, che non si sa bene in quanta parte sia dolore fisico e in quanta parte emotivo, è a mio parere uno dei momenti più alti del film quanto a espressività, per non parlare poi della trovata, realistica nell'irrealistico, di Malefica che raccoglie un rametto da terra e magicamente ne fa il fido bastone da cui non si separerà più. Non è un vezzo, è una necessità: impossibilitata a volare, vediamo che nel tentare di camminare all'inizio cade ogni pochi passi, non perché non sappia farlo affatto, ma perché era abituata a farlo così poco da ritrovarsi le gambe quasi atrofizzate.
Questo è un punto cruciale della narrazione e il vero momento, segnalato anche visivamente, in cui possiamo cominciare a riconoscere in lei la cattiva disneyana a cui eravamo abituati. Giù il cappello per il team degli effetti visivi, o chiunque sia stato a decidere che la manifestazione della sua magia dovesse essere color oro quando non è di natura particolarmente malvagia e verde, come Disney comanda, quando invece è specificamente volta a fare del male. La costante presenza del bastone, poi, racconta più di mille battute: facendone un veicolo per la sua magia oltre che un ausilio per camminare, Malefica di fatto trasforma l'ammissione della sua debolezza in uno strumento di forza.
Perdere la possibilità di spostarsi in linea d'aria in poco tempo per lei è come perdere un arto, pertanto abbiamo ben presto l'introduzione di un nuovo personaggio: Malefica coglie per caso sul fatto un cacciatore che ha appena catturato un corvo e sta per bastonarlo a morte e lo salva trasformandolo in un uomo, forse perché nell'uccello costretto a terra dalla rete intravede una condizione simile alla propria. Fosco diventa così il fedele servitore di Malefica e le fa da efficacissima spia, riferendole prima dell'incoronazione di Stefano e poi della nascita di Aurora (scena tra l'altro rivelatrice, perché il nostro ex-corvo apprende il sesso della neonata guardando un gruppo di eccitatissime e pettegole filatrici che per passarsi la notizia abbandonano i loro arcolai).
Al battesimo in grande stile tornano le immancabili tre fatine, prima comparse solo di sfuggita, pronte a omaggiare la piccola con i loro doni di bellezza, felicità e... non si sa, come vedremo. Piccola parentesi: una delle tre, Giuggiola, è interpretata da Imelda Staunton di potteriana memoria (Dolores Umbridge). I fan del maghetto in sala avranno sicuramente notato che, guarda caso, delle tre le hanno affibbiato proprio la parte di quella vestita di rosa. Temo che farà una gran fatica a staccarsi da quel colore.
Ulteriore appunto: Giuggiola, Fiorina e Verdelia? Come, prego? Ma non si chiamavano Flora, Fauna e Serena? Pensavo fosse un problema di doppiaggio, ma Wikipedia mi giura che i nomi sono stati proprio cambiati alla radice: Knotgrass, Thistlewit e Flittle nel remake contro Flora, Fauna e Merryweather nel cartone del 1959. La confusione regna sovrana. Perché mai l'avranno fatto?
L'irruzione di Malefica alla cerimonia interrompe Verdelia sul più bello, cosicché non si capisce cos'abbia in mente di donare alla principessina, anche se un piccolo sospetto c'è. A nulla serviranno le suppliche del padre: la fata getta su Aurora il suo canonico maleficio e se ne va. Un momento, sarà proprio quello canonico? Non esattamente: la condanna è al sonno eterno già in partenza, Malefica non decreta la morte della principessa che sarà poi mitigata in sonno dall'ultima fata che deve ancora farle il suo regalo di battesimo, anche se eravamo stati tutti indotti a pensare che l'interruzione servisse proprio a quello. Da come cominciava la frase, però, presumo che Verdelia stesse per augurarle di trovare il vero amore, il che le servirà proprio, perché il famigerato bacio del vero amore è posto come unica condizione che potrà risvegliarla: delusa com'è, Malefica è convintissima che questo metterà fuori gioco Aurora per sempre, perché crede che il vero amore non esista.
Come fiaba comanda, Stefano fa sequestrare e bruciare tutti gli arcolai e manda la piccola a vivere lontano dal castello per sedici anni e un giorno con le fatine. Le quali, se permettete, sono delle emerite idiote. Se fosse stato per loro, Aurora sarebbe morta entro i primi giorni delle loro cosiddette cure. Io posso anche capire che i loro interminabili litigi fossero una parte indispensabile e divertentissima del film Disney, ma queste qui passano da benintenzionate ma pasticcione a colpevolmente disattente. Non hanno idea di cosa fare per una bambina, non sanno neppure che a quell'età si nutre ancora di solo latte, qualche annetto dopo le troviamo così intente a darsi addosso che Aurora si allontana e quasi cade da una rupe. E allora, direte voi, a sedici anni come ci arriva?
Facile: Fosco sarà pure un corvo, ma Malefica è un vero falco e veglia su di lei tutto il tempo, salvandola da tutte le disavventure da lontano nonostante continui a ripetersi che la odia e a chiamarla “bestiolina”. Ma Aurora non è affatto stupida e si accorge che in una cotale serie di felici casualità c'è qualcosa che non torna, tanto che quando finalmente si incontrano non esita un secondo a chiamarla “fata madrina”, anzi, è così soddisfatta di tale appellativo che nemmeno si preoccupa di chiederle il suo nome vero.
Le due passano sempre più tempo insieme, Aurora fa amicizia con tutta la Brughiera e allo scattare dei sedici anni decide di trasferirvisi. Mentre fa le prove del discorsetto da propinare alle sue “zie”, incontra il principe Filippo. Si presentano, imbarazzo alle stelle, è il primo ragazzo umano che lei abbia mai visto e a occhio e croce anche lui non dev'essere stato finora un gran donnaiolo: per farla breve, fin dal primo momento c'è nella scena quell'atmosfera tesa da “adesso si baciano, dai, forza, cosa aspettano ancora?” che sicuramente conoscerete tutti.
Vi do tre possibilità: riuscite a indovinare cosa stanno facendo le fatine quando Aurora arriva con tutta la decisione di questo mondo, pronta a dir loro che vuole andarsene? Esatto, stanno litigando di nuovo! La farina che vola da tutte le parti e Giuggiola che alla fine si ritrova con mezza faccia blu sono una versione condensata dell'epica battaglia per la torta e il vestito che vi ricorderete di certo se avete visto l'originale. Insomma, quando lei comincia il suo pezzo tanto provato, gli animi sono ancora così caldi che le tre si lasciano sfuggire per sbaglio l'esistenza del padre, che Aurora credeva morto, e sono costrette a dirle la verità sul sortilegio.
A proposito del padre, dove l'abbiamo lasciato? È ancora vivo e vegeto al castello, ma i provvedimenti che prende contro Malefica diventano pian piano sempre più irrazionali, come del resto lui stesso, che sorprendiamo a parlare a una stanza vuota come se la sua nemica giurata fosse lì (l'unica debole giustificazione è che si tratta della stanza in cui le ali sono conservate in una teca di vetro come una reliquia). Detto sinceramente, mi piacerebbe un giorno vedere Sharlto Copley confrontarsi col Macbeth. L'ambizione c'è tutta, l'ossessione per le rivelazioni sul futuro dategli da una figura magica anche. In certi primi piani, Copley ha uno sguardo che sarebbe applicabilissimo al barone di Glamis e Cawdor.
Aurora, tradita da tutto e da tutti, affronta Malefica e poi scappa verso il castello, dove, appena riconosciuta dal padre, viene prontamente rinchiusa nella sua stanza, dato che è tornata un giorno prima della scadenza prevista ed è ancora in pericolo. Ma Stefano ha fatto male i conti: se c'è in gioco un maleficio, non c'è porta che tenga e Aurora ben presto si ritrova nella stanza dove sono ammassati i miseri resti bruciacchiati degli arcolai, di cui uno naturalmente si riassembla da solo davanti ai suoi occhi e la punge.
Ci avviciniamo al finale: Malefica trasforma Fosco in un cavallo e corre a perdifiato al castello portando con sé Filippo, addormentato in groppa al suo bianco destriero in modo tale che mi viene da sospettare che sia pure incollato alla sella, altrimenti sarebbe caduto una decina di volte. Filippo si sveglia proprio davanti alla stanza dov'è stata deposta Aurora e, smarrito, chiede informazioni alle fatine con un solo cervello in tre, che prontamente gli aprono le porte e insistono finché non si convince a baciarla. Ma come c'era da sospettare, un bacio così poco spontaneo e motivato da quella che pare sinceramente essere solo una cotta adolescenziale non è sufficiente e Filippo se ne va con le pive nel sacco. Spiacente, signore e signori, ma qui non è lui l'eroe e la scena classica potete pure scordarvela.
Malefica, che già una volta aveva tentato di annullare il sortilegio solo per scoprire di aver lei stessa posto dei termini che le impedivano di farlo, è sinceramente pentita e prima di andare ad affrontare le truppe di Stefano, in lacrime, le dà un bacetto sulla fronte. Sorpresa delle sorprese (ma anche no), Aurora si sveglia e sarebbe prontissima a lasciare il castello e andare a vivere nella Brughiera con la sua “fata madrina”, salvo per un piccolo particolare: Stefano aveva messo al lavoro tutti i fabbri del regno per dotare il suo esercito di alti scudi di ferro e far costruire una rete dello stesso materiale, prontamente calata dal soffitto per catturare la fata, che si ritrova nell'identica posizione in cui aveva trovato il suo servo. In un ultimo, spettacolare ammiccamento al canone Disney, per salvarsi Malefica trasforma Fosco in un drago che mette fuori gioco gran parte delle forze nemiche e le strappa via la rete. Intanto Aurora, nella sua inguaribile curiosità, aveva trovato la stanza delle ali e, riconosciutele dalla descrizione che gliene aveva fatto la fata, assai saggiamente fa cadere a terra la teca, dalla quale queste scappano, dotate di vita propria, per ricongiungersi alla schiena della proprietaria. Da qui in poi l'esito della battaglia è scontato: Stefano aveva appena fatto in tempo a chiederle malignamente come ci si sentisse ad essere una creatura senza ali quando se ne riappropria e schiva abilmente tutti i colpi dei soldati. L'unico momento in cui se la vede brutta è quello in cui Stefano riesce a fermarla prendendole al laccio una caviglia con una catena, ma nonostante il dolore Malefica riesce a tirarlo su di peso e trasportarlo in un'altra area del castello. Vi dico solo che si tratta di un luogo molto alto e che quando una sa volare i parapetti importano ben poco. Mettete questi indizi insieme a quella scena che vi dicevo, quella dell'involontario tuffo, e forse comincerete a capire quale sia il destino del re.
Dopo quest'epico scontro finale che a giudicare da certi passaggi è stato chiaramente concepito per fare un effetto particolarmente intenso in 3D (ma io l'ho visto in 2D e non lo saprò mai), Aurora viene proclamata regina della Brughiera, unificando così il regno degli umani e quello delle creature fatate con Filippo al suo fianco, e la voce narrante femminile che ci aveva accompagnati fin dall'inizio si rivela essere la Bella Addormentata stessa, che col senno di poi riconosce che per ottenere quel risultato non ci è voluto né un vero eroe né un vero cattivo, ma qualcuno che è entrambe le cose.
In conclusione, per essere un debutto alla regia è un film strutturato bene: la prima parte della trama mi è parsa un po' debole e la rappresentazione delle tre fatine caricaturale, ma sono rimasta molto colpita dal fatto che il tutto sia come un cerchio che si chiude: nulla è lasciato al caso, gli elementi che ritroveremo poi alla fine ci sono già tutti all'inizio, basta solo un po' di pazienza per accorgersene.
Valutazione complessiva: 

martedì 1 aprile 2014

Sgranocchiando popcorn: "Storia di una ladra di libri"

Quando le parole sono più forti della morte

Cari amici, oggi si ritorna al cinema. Oltre al popcorn, vi suggerisco di premunirvi di una scatola di fazzoletti. Preferibilmente formato famiglia.
E perché, vi chiederete voi, cotante lacrime? Perché il film in questione è Storia di una ladra di libri, del 2013, con Brian Percival al timone della regia. Chiamatemi sentimentale, oppure (a vostra scelta) date tutta la colpa al mio ormai ampiamente dimostrato status di topo, o gatta, di biblioteca, ma è veramente toccante.
Germania, 1938. La nostra ladra si chiama Liesel Meminger (Sophie Nélisse) e la incontriamo per la prima volta su un treno che la sta portando, con la madre e il fratellino, all'altro capo del Paese. Stando al poco che si riuscirà a ricostruire, la madre è una comunista in fuga dal regime di Hitler che ha deciso di dare i figli in adozione. Dei due, solo Liesel arriverà sana e salva nella nuova casa: il piccolo morirà in viaggio, come si può intuire peraltro dal particolarissimo punto di vista narrativo del film. Di tanto in tanto, infatti, interviene una voce narrante tranquilla, superiore, appena un po' ironica, che rappresenta nientemeno che la Morte.
La causa del decesso non è ben specificata: da incolpare sono forse le condizioni proibitive del viaggio unite a una preesistente malattia. La scena, tuttavia, sacrifica la chiarezza in favore di una grandissima classe: una sparuta gocciolina di sangue e – espediente, questo, che ho trovato intelligentissimo – lo strillo di Liesel che si fonde col fischio del treno.
La carriera di ladra di libri per la nostra eroina comincia presto: al funerale si appropria di un volumetto caduto che si scoprirà poi essere un manuale per becchini e che conserva ancora quando arriva in Via del Paradiso come fosse la cosa più cara che ha.
La nuova vita sembra promettere bene e male in parti uguali: da una parte c'è Rosa Hubermann (Emily Watson) che si presenta come una vera aguzzina che non esita a chiamare Liesel “sporca” e “stupida” entro i primi due minuti, e dall'altra Hans (un grandissimo Geoffrey Rush che nel ruolo di simpaticone e, come vedremo, di maestro, sguazza come un pesciolino dai tempi de Il discorso del re), che invece la convince a uscire dall'auto dov'è rintanata semplicemente sorridendole e chiamandola, per scherzo, “Vostra Maestà”. Un piccolo appunto: a causa di ciò ho impiegato parecchio tempo a capire che “Via del Paradiso” era l'indirizzo reale e non un'altra sua invenzione per renderlo più invitante. Col tempo, per fortuna, anche Rosa si addolcirà e farà capire che brontola per lo più a vuoto, ma non è una cattiva persona.
Ebbene? Una storia qualunque sulla Seconda Guerra Mondiale e una ragazzina a cui piace leggere, sai che novità! E invece la novità c'è perché, come si scopre con un discreto shock poco dopo, quando arriva per la prima volta a scuola accompagnata dal vicino di casa Rudy Steiner (con cui nasce immediatamente quel tipo di amicizia a suon di “non ti sopporto, ma ti voglio bene”, e chissà che non ci sia qualcosa di più), Liesel non sa leggere. Non si sa bene perché non abbia mai imparato, ma è proprio così: la sua attrazione verso l'oggetto libro è completamente indipendente dalle parole che ci sono dentro.
Il comportamento dei compagni alla rivelazione sembra il classico episodio di bullismo (quando il termine “bullismo” ancora non si usava), ma è più significativo di quel che sembra: quando Liesel reagisce a pugni agli insulti del più cattivo di tutti, Franz Deutscher, si guadagna improvvisamente il rispetto generale. Niente di strano, direte voi. Ebbene, quello con cui la incitano a fare a botte è lo stesso identico tono con cui Franz e compari, sfrecciando per strada in bicicletta e sventolando trionfanti il giornale, annunceranno che la Germania è in guerra. Adesso è più inquietante, vero?
Dopo la memorabile figuraccia Liesel è inconsolabile, ma Hans, con pazienza, comincia a insegnarle a leggere, tra l'altro facendole confessare tra mille imbarazzi il furto del manuale, più o meno così:
«È tuo?»
[…]
«Non è sempre stato mio».
Segnatevi questo dialogo, perché tornerà con gli interessi.
Non solo Hans la guida piano piano dall'inizio alla fine del suo primo libro, ma fa di più: essendo di mestiere imbianchino, non ha problemi a rivestire i muri della cantina di un abbecedario gigante con tanto spazio vuoto perché Liesel vi possa aggiungere parole nuove.
Praticamente un idillio, eh? Sbagliato. Col suo secondo furto, Liesel salva da un pubblico rogo di libri (oh, l'atroce sofferenza! Alla futura bibliotecaria che c'è in me viene la nausea, e non solo per nobili questioni sulla libertà di stampa, ma proprio alla vista della carta in fiamme di per sé!) una copia de L'uomo invisibile di H.G. Wells, ma è notata dalla moglie del borgomastro. Quando poi dovrà consegnarle una cesta di bucato pulito e stirato, la scena è di quelle che ti fanno afferrare i braccioli fino a lasciarvi il segno per l'ansia: «E così ti piacciono i libri?». Pare la strega delle fiabe che sta per metterla in gabbia e ingrassarla fino a mangiarsela. Invece Ilsa è più una fata madrina che una strega, e ogni volta che Liesel fa le sue consegne la lascia stare per un po' nella fornitissima biblioteca del figlio Johann, morto nel conflitto mondiale precedente, perlomeno fino a quando la scopre il marito (che, sarà bene specificare, aveva fatto precedere il rogo da un discorso che a quelli dello stesso Hitler aveva poco da invidiare).
In breve tempo, insomma, le pareti-abbecedario scoppiano di parole. E qui sarà bene fermarsi e notare un particolare che mi ha dato un certo fastidio. Io capisco che il film non sia di produzione tedesca, ma per quale arcano motivo tutte le insegne e i cartelli per strada sono in tedesco e invece ogni volta che Liesel legge o scrive lo fa in inglese? Non può essere la sua lingua d'origine, a giudicare dal nome, e dubito che Hans e Ilsa siano perfettamente bilingui.
La situazione precipita quando, con uno stacco brusco, si passa dalle scene paesane a un misterioso vetro spaccato che, a sapere un po' di storia, fa capire subito dove siamo prima ancora che spunti la didascalia: è la Notte dei Cristalli. Un ragazzo ebreo, Max Vandenburg, riesce a scappare dal caos e si presenta trafelato e denutrito alla porta dei nostri eroi, che – come si intuisce presto – avevano contratto un debito con la sua famiglia quando il padre aveva salvato Hans nella Prima Guerra Mondiale. Rosa ha i suoi dubbi, ma infine accettano di ospitarlo. Anche Max si porta dietro, come la nostra eroina, un libro che “non era sempre stato suo”, un libro che parla di Hitler. Solo più avanti si vedrà chiaramente che è una copia del Mein Kampf.
Scampato a un controllo della cantina al cardiopalmo (come farà a non rivelarsi trasalendo per il rumore mentre l'agente butta giù oggetti e picchia sul soffitto, proclamandolo infine troppo basso per diventare un rifugio antiaereo, io proprio non lo so).
Arriva il Natale, e la cantina è talmente fredda che vi si possono trasportare intere secchiate di neve per farne un pupazzo e una battaglia con tutti i crismi. Max, che non ne ha mai celebrato uno, tuttavia ha un regalo per Liesel: il suo ex Mein Kampf. Dico “ex” perché il giovane, non avendo altro da fare, ha passato le giornate seduto a cancellarne ogni singola pagina con la vernice. Non si capisce cosa stia combinando finché non glielo consegna: quello che vediamo dell'operazione è una foto del Führer che sparisce sotto le pennellate. Più che un regalo pare uno sfogo. Invece è proprio un dono, il migliore che le potesse fare: un libro vuoto, dove le uniche parole sono la dedica e poi, nella prima pagina, alcune lettere ebraiche per lei indecifrabili che vogliono dire “scrivi”. E basta. Il resto sta a lei.
Nel gelido scantinato, Max si ammala a tal punto che si teme non si svegli più, ma Liesel continua imperterrita a leggergli ad alta voce libri “presi in prestito” da Ilsa entrando dalla finestra della biblioteca. Ma se un solo furto può anche passare inosservato, tanti prima o poi saranno scoperti, e così succede anche alla nostra eroina: per fortuna a sorprenderla è Rudy, che ben presto le estorce anche l'esistenza di Max. Franz a sua volta li sente discutere: non arriva in tempo a carpire il gran segreto, ma sa che qualcosa c'è e per scoprire cos'è ricorre ai pugni. Purtroppo la scena si svolge su un ponte e, nella colluttazione, il diario mascherato da Mein Kampf cade nel fiume. Rudy si espone al serio rischio di assideramento per salvarlo. Se non è affidabile ora, che altro deve fare per provarlo?
Intanto, la guerra accolta con tanta gioia dai compagni si fa sentire nei suoi aspetti peggiori: il padre di Rudy viene arruolato e più avanti il ragazzo stesso, che è un eccellente corridore, viene scelto per un addestramento speciale e – per qualche ora, non di più – vagheggia di scappare perché “vuole crescere prima di morire”. Certo che finire a giocare nei boschi a chi grida più forte il proprio odio per Hitler non è una grande idea: sono lontani da tutti e nessuno sente, grazie al cielo, ma mette tanta ansia che ci si dimentica quanto sia commovente.
C'è un nuovo sviluppo quando Hans commette un errore fatale: espone la famiglia al sospetto difendendo un vicino di casa di cui sono appena state scoperte le origini ebraiche e Max, ormai guarito, deve lasciare la casa. Poco dopo, anche il nostro capofamiglia viene coscritto, nonostante l'età: pare che Liesel, pezzo per pezzo, stia perdendo tutti. Ma “perdere” non significa “dimenticare” e la nostra eroina si mette a sua volta nei guai, urlando il nome di Max per strada quando vede un uomo che gli somiglia in una fila di ebrei destinati a un campo chissà dove.
E qui, signori, cominciano le dolenti note, perché l'ultima parte del film è una sequela di scherzi del caso talmente improbabili da far colare a picco la credibilità: prima la camionetta di Hans è coinvolta in un'esplosione che lo costringe a tornare a casa zoppo e con le orecchie malandate ma vivo, poi Via del Paradiso viene bombardata per errore e Liesel si salva solo perché si era addormentata in cantina mentre compilava il suo prezioso diario e Hans, chissà perché, aveva deciso di lasciarla lì al freddo invece di prenderla di peso e portarla a letto. Non era la stessa cantina dichiarata inefficace come rifugio da un cosiddetto esperto?
Alla vista dei suoi cari morti, Liesel sviene tra le macerie e quando si sveglia, peraltro trovandosi davanti al naso un libro di cui naturalmente si appropria senza pensarci due volte, scopre che il padre di Rudy è tornato illeso ed è disposto ad adottarla e prenderla come aiutante nel suo negozio. Tra l'altro, non per essere macabra, ma qui avrei bisogno dell'aiuto di un esperto per essere sicura della prossima affermazione: i cadaveri estratti da quel che resta di Via del Paradiso non hanno, per il poco che so, l'aspetto di persone sorprese dalle bombe. Capisco la volontà di evitare di scadere nel grottesco, che è sempre cosa buona e giusta, ma composti e pulitini come sono sembra quasi che si siano addormentati. E credetemi, io non sono il genere di persona che nei film vorrebbe sempre un po' di sangue in più, tutt'altro.
Due anni dopo, la vediamo alzare gli occhi dal lavoro al suono della campanella dell'ingresso. Indovinate un po' chi ha spinto quella porta? Non vi faccio spoiler, anzi sì: è qualcuno che i più pessimisti supponevano già finito in un forno crematorio da qualche parte.
In un finale che chiude il cerchio, il narratore-Morte ci rivela a spizzichi e bocconi che Liesel vivrà fino a novanta onorevolissimi anni, piena di figli, nipotini e soprattutto libri, dato che a giudicare dallo stato dell'appartamento è diventata scrittrice.
Insomma: uno spaccato di vita senza errori storici macroscopici (ma il periodo non è il mio forte, dovrebbero essere davvero enormi perché io me ne accorga), una protagonista adorabile con intorno un cast coi controfiocchi, ma una narrazione qui e là confusa e forse un po' troppe felici casualità, come se qualcuno fosse stato indeciso tra una conclusione senza speranza e una che invece addolcisse un po' la pillola amara della Seconda Guerra Mondiale.
Valutazione complessiva:

venerdì 28 marzo 2014

Sgranocchiando popcorn: "Saving Mr. Banks"

La donna dietro Mary Poppins

Cari lettori, quest'oggi ci armiamo di nuovo di popcorn, ma forse uno snack salato non è la migliore delle idee, perché tutto quel che seguirà andrà preso con “un poco di zucchero”.
Capita la citazione? Ebbene sì, il film che metteremo, è proprio il caso di dirlo, sotto i riflettori è la pellicola del 2013 Saving Mr. Banks, per la regia di John Lee Hancock, che con la scusa di mostrarci le mille (e poco note) peripezie nascoste dietro la produzione della celeberrima versione Disney di Mary Poppins, quella con Julie Andrews nel ruolo della protagonista e le canzonette orecchiabili che tutti certamente abbiamo in testa, traccia a spizzichi e bocconi una toccante biografia dell'autrice dei libri originali, Pamela Lyndon Travers, all'anagrafe Helen Goff (portata sullo schermo da Emma Thompson da adulta e Annie Rose Buckley nelle scene che la mostrano bambina). 

E già la questione del nome ne solleva molte altre: la nostra eroina si configura da subito come una personcina precisa fino alla patologia e testarda fin quasi al ridicolo, piena di piccole e inspiegabili idiosincrasie. È, e deve essere, “la signora Travers” per tutti: non si lascia chiamare per nome nemmeno dall'agente che conosce da sempre, figurarsi da un insistente Walt Disney (Tom Hanks) che da vent'anni la contatta senza sosta per convincerla a firmare il contratto di cessione dei diritti del suo amatissimo libro per l'infanzia. È estremamente riluttante a lasciare una Londra a cui è evidentemente molto legata, ma che non è neppure la sua terra d'origine, dato che di nascita è australiana, per andare a discutere del copione in California, e quando finalmente si convince a partire, le sue richieste la fanno diventare l'incubo di tutti, dalla hostess all'autista, dalla segretaria ai fratelli Sherman, compositori delle famose canzoni. L'impatto con l'America è uno shock per tutte le persone coinvolte, spettatori inclusi: se loro trovano lei insopportabile, lei è disgustata dalla loro espansività e confidenza che interpreta come maleducazione, e noi che guardiamo siamo colpiti dall'improvviso cambio di marcia della colonna sonora come da uno schiaffo in pieno viso, in quanto il brano che parte nel preciso istante dell'atterraggio a Los Angeles, rispetto ai toni tranquilli della musica londinese, è di un'allegria sfacciata.
Una nota passeggera: c'è chi, nel modo di Disney di toccare la Travers a ogni occasione (non fatevi strane idee, parlo di strette di mano più vigorose del necessario e pacche sulle spalle non richieste, non di più) e di continuare imperterrito a chiamarla Pam nonostante tutto, ha visto un flirt. Io non sono d'accordo: non è altro che un trucco per contrapporre lo stereotipo dell'americano amicone a quello dell'inglese formale fino all'estremo, in modo non dissimile da quello di A Royal Weekend, sequel ideale de Il discorso del re, in cui Roosevelt trattava Giorgio VI quasi come un compagno di merende. In quello, che io sappia, nessuno ha visto un flirt omosessuale, o sbaglio?
Tra le pretese della nostra autrice, in nessun ordine particolare: niente pere nel cestino di frutta di benvenuto in albergo (finiranno defenestrate tra la perplessità generale dei clienti che le vedono cadere in piscina), un totale stravolgimento degli schizzi iniziali di casa Banks, che deve avere esattamente l'aspetto della sua, un look pulito e sbarbato per il padre dei bambini che invece Disney aveva voluto coi baffi, solo attori reali senza alcuna sequenza animata, completa eliminazione del colore rosso dal film (immaginatevi le obiezioni: come si fa a togliere il rosso da una storia ambientata in un Paese dalla bandiera bianca, rossa e blu?) e soprattutto, con sommo sconforto dei due fratelli musicisti, niente canzoni. Peraltro, pollice in giù per il trucco e parrucco della Thompson in questo frangente: se i costumi e tutto il resto dell'apparato estetico erano stati finora ineccepibili, avrebbero potuto almeno evitare la contraddizione del farle dire cose come «Mi trovo improvvisamente “anti-rosso”» e «Non lo indosserò mai più» per poi metterle sulle labbra rossetti più scarlatti di un semaforo e un evidentissimo strato di smalto rosso ai piedi. Oh, be', perlomeno lo scivolone è compensato dal puro valore comico dell'imbarazzo provato da uno dei due Sherman, che nel giorno della sua requisitoria contro il colore ha sfortunatamente messo un gilet che più rosso non si può.
Un personaggino strano, nevvero? E in particolare – viene da chiedersi durante la visione – come diamine è possibile che il film sia stato prodotto così come lo conosciamo se lei continua a depennare in tronco idee che lo spettatore medio sa che invece furono poi incluse?
Nella parte iniziale la Thompson è davvero brava a indossare i panni della zitella acida: dapprima ti colpisce con un'inquadratura che è un vero pugno allo stomaco, la primissima, in cui il suo sguardo fisso sembra letteralmente bucare lo schermo per raggiungere l'osservatore (non oso pensare all'effetto che mi avrebbe fatto in 3D), e poi si trasforma in un'autentica macchinetta che non sa far altro che dire no, no e no. No, non chiamiamoci tutti per nome come si fa normalmente negli studi Disney, io sono la signora Travers! No, la scena dei pinguini danzanti non s'ha da fare! No, niente parole inventate nelle canzoni, se proprio si deve cantare! Esatto, questo significa bocciatura senza appello anche per Supercalifragilistichespiralidoso. Brutto colpo, eh?
Eppure tutte queste cose nel film ci sono. Le infinite controversie in sala prove lasciano un senso di profonda confusione: per quanto ci s'impegni a cercare di intuire la continuazione, sembra proprio impossibile che una così rigida faccia un tale cambiamento e trasformi tutti i suoi no in sì.
Tuttavia, man mano che lo sfiancante lavoro con la squadra Disney fa riaffiorare i suoi ricordi, si comincia a provare più empatia per questa donna monolitica dalla penna rossa troppo facile, perché diventa via via più chiaro che ogni sua stranezza trova una ragion d'essere nella sua non facile infanzia: si vede scivolare di mano un padre (Travers Goff, l'origine del suo pseudonimo, interpretato da Colin Farrell) dolce, divertente e pieno d'amore con cui la vita al di fuori delle mura domestiche non è stata affatto gentile, che diventa sempre più preda dell'alcol fino a morirne lasciando la conduzione familiare in mano a una moglie troppo debole per occuparsene. Nell'impossibilità di cavarsela da sola, la madre di Helen chiede aiuto alla sorella Ellie, che quando si presenta sull'uscio di casa è identica alla tata: stesso ombrello, stesso abito, stessa borsa impossibile da cui estrae qualunque cosa, dalle medicine ai fiori freschi in vaso, da una tazza da tè con piattino senza la benché minima crepa a un ananas intero il cui ciuffo di foglie non si è neppure piegato un po', e tutto questo presumibilmente dopo un lungo viaggio tra treni e carrozze dall'ammortizzazione non proprio eccelsa.
Non è chiaro quanto di tutto questo sia reale e quanto sia una distorsione portata dal tempo che passa: allo stesso modo, qualche scena prima, una delle canzoni degli Sherman si era fusa nella sua mente con un disastroso discorso tenuto dal padre a una fiera locale.
Non solo ogni sua mania personale è legata a un preciso trauma di quel difficile periodo, ma anche ogni personaggio del suo capolavoro, dunque, ha uno o più omologhi reali. L'impressione che se ne ricava è che Mary Poppins, che nell'opera originale è molto più severa di Julie Andrews, altro non sia che una fusione tra la zia e il lato migliore del padre, mentre il freddo e distante Mr. Banks sia l'incarnazione del peggiore: in questo senso il film s'intitola Saving Mr. Banks. L'incomprensione di fondo tra Disney e la Travers sta nell'interpretazione della storia: lui, che voleva farne una commedia brillante, è inizialmente convinto che lo scopo unico della tata sia di salvare i bambini, mentre lei, che aveva cominciato a scriverla da adolescente per alleviare il dolore dei suoi fratelli per poi pubblicarla a distanza di anni, sa che quello che ha bisogno di essere salvato è il padre, che avrebbe voluto veder tornare com'era prima di divenire schiavo del bere.
Ci vorrà un fior di inseguimento, con lei che prende il volo di ritorno senza firmare la cessione e lui che prenota in extremis un posto sul successivo, e una toccante scena a cuore aperto in cui Disney, che non sa i dettagli ma ha intuito abbastanza, le confessa le brutture della sua fanciullezza altrettanto dolorosa, per convincerla a siglare il sospirato contratto, ma alla fine la cittadella chiamata Pamela Lyndon Travers crollerà sotto l'assedio dell'esercito nemico e, in una conclusione che più disneyana di così si muore, abbigliata in un bianco e azzurro che chissà perché fa tanto Cenerentola, la nostra eroina andrà alla prima di Los Angeles come fosse un gran ballo, scortata in sala da un servizievole figurante col costume da Topolino.
Fin troppo disneyana, forse: avrei apprezzato di più se nel corso del film si fosse nominata anche qualche idea che poi fosse stata effettivamente tolta dal prodotto finale, invece di concentrarsi tanto solo su quelle accettate. Capisco l'affetto: fa sorridere il pensiero che concetti, personaggi e motivi a cui tutti siamo abituati abbiano rischiato grosso prima di essere approvati. Così facendo, però, si fa apparire il cedimento della Travers come una resa totale invece di un più dignitoso compromesso, facendone vacillare l'immagine accuratamente costruita di donna forte in favore di una soluzione “salvatutti” da cartone animato, appunto, in cui il cattivo ha una conversione quasi magica, troppo integrale per essere credibile, e si unisce cantando e saltellando alla schiera dei buoni. Uno strano trattamento, dato che l'unico vero cattivo della situazione si trovava semmai sul fondo di una bottiglia di whisky.
Valutazione complessiva: 

sabato 22 marzo 2014

Sgranocchiando popcorn: "Hysteria"

Storia di un'invenzione o commediola in salsa di corsetti e crinoline?

Cari lettori, oggi apriamo lo spazio dedicato ai film con una riflessione su una pellicola del 2011 ambientata in un'epoca di cui spero (se amate la storia) e temo (se la detestate) che sentirete parlare ancora: l'Ottocento della regina Vittoria, o più precisamente, in questo caso, l'anno di grazia 1880.
Si tratta di Hysteria, per la regia di Tanya Wexler, una commedia che ha per pretesto l'invenzione del vibratore.
Un pretesto e non di più, perché se un tale argomento avrebbe potuto dar luogo al peggior trash che avessi mai avuto la malasorte di vedere, in questo film gli aspetti scabrosi si trattano ancora con una certa classe, pur non senza le sue brave cadute di stile.
Il giovane medico Mortimer Granville (Hugh Dancy), che tira avanti grazie all'aiuto della famiglia del facoltoso amico Edmund St. John-Smythe (un Rupert Everett dal look irriconoscibile per me che l'avevo in precedenza visto soltanto nei panni di un Oberon ben sbarbato in Sogno di una notte di mezza estate del 1993), viene licenziato senza troppe cerimonie dall'ospedale in cui lavora per aver sostenuto teorie più moderne di quelle in cui crede il suo superiore e, dopo una spettacolare serie di fallimenti, riesce a farsi assumere come assistente nello studio privato del dottor Robert Dalrymple (Jonathan Pryce), esperto di isteria e fervente sostenitore della terapia a base di massaggi capaci di indurre nelle pazienti dei “parossismi” (leggasi: orgasmi). Ben presto viene introdotto il resto della famiglia, composto dalle due figlie di Dalrymple, Emily e Charlotte (rispettivamente Felicity Jones e Maggie Gyllenhaal): l'una un angelo del focolare apparentemente perfetto, per cui Mortimer ha un'infatuazione istantanea seguita ad un primo incontro ad altissima densità di doppi sensi (vogliamo parlare del test improvvisato di frenologia? Testuali parole: «Il suo trombo è così rigido, sporgente e protuberante che mi ha fatta trasalire». Ditemi voi se non è un frullato di sottintesi), l'altra un ciclone di energia che il padre tratta più come una paziente che come una figlia, tanto che all'inizio si può intuire la parentela solo dal fatto che la chiami per nome. Ben lungi dall'essere un'isterica come tante altre, invece, Charlotte è una donna generosa dalle idee troppo progressiste per essere accettate sulla condizione del proprio sesso.
Le due vengono contrapposte su tutta la linea in modo fin troppo visibile dal primo minuto in scena, come se non fosse già stato un meccanismo abbastanza ovvio, tanto per gradire, dar loro gli stessi nomi di battesimo di altre due sorelle famose, Emily e Charlotte Brontë: sarebbe anche uno schema apprezzabile, che forse ha reminiscenze classiche (penso ad Antigone e Ismene), se non fosse così trasparente.
Per sentirsi utile, Charlotte dirige una casa per i poveri nell'East End di Londra, dove ha fatto e continua a fare conoscenze discutibili, quali Fanny, una donna in perenne pericolo di sfratto che le dà una mano nella gestione, e l'ex prostituta Molly, che ha salvato dalle strade convincendo il padre ad assumerla come cameriera: una storia secondaria drammatica dalle grandissime potenzialità andata tristemente sprecata in nome del mantenimento di un tono per lo più leggero. Scelta azzeccata, volendo restare nel tracciato del genere commedia, ma che non giustifica del tutto il fatto che Molly diventi un personaggio-macchietta che usa un tono di voce sensuale anche quando c'entra come i cavoli a merenda, facendo suonare qualsiasi cosa dica come un'allusione spinta. Perfino l'innocente consiglio di mettere un po' di salsa sul pesce in bocca a lei pare l'offerta di servizi di un certo tipo! Ricordare il suo passato è un conto, ma così è troppo.
I soldi per l'opera di carità non bastano mai: il sogno di Charlotte sarebbe di avere duemila sterline per comprare i due edifici adiacenti, ma deve impegnare un paio di orecchini della defunta madre anche solo per averne duecento. Attraverso tutta una serie di situazioni, inclusa una scontatissima scena di scontro in cui le mani di Mortimer sembrano viaggiare da sé in direzione del seno di lei, comincia a chiarirsi quale delle due sorelle gli piaccia davvero, anche se ancora non lo ammette.
Intanto, il rapporto di lavoro che sembrava andare alla grande, tanto che – un po' per autoconvincimento, un po' per le spintarelle del dottore – Mortimer chiede a Emily di sposarlo con quella che dev'essere la proposta più fredda e inautentica della storia del cinema, smette di essere così idilliaco quando il nostro protagonista, talmente sfiancato dai massaggi da avere i crampi, spaventa una paziente toccandola (mi aspetto i brividi da parte femminile e magari, per empatia, pure da parte maschile) con una mano che aveva appena immerso in acqua ghiacciata per cercare sollievo. L'imbarazzo sale alle stelle e Mortimer, temporaneamente, viene cacciato dallo studio, ma la soluzione cade dal cielo nella forma di una delle strambe invenzioni di Edmund, che ha una smodata passione per qualsiasi oggetto in cui scorra questa sconosciuta, l'elettricità. Provando oziosamente un piumino per la polvere ad alta (per allora) tecnologia, Mortimer riscontra un immediato miglioramento dei suoi crampi grazie alla vibrazione dello strumento e, modifica tu che modifico anch'io, il piumino viene spennato come un pollo e diventa il primo esemplare al mondo di... parossismatore? Massaggiatore elettrico? Ululatore, vista la reazione di Molly in qualità di cavia numero uno? Le proposte strane per il nome non si contano.
Rassicurato dalle testimonianze dei due amici, Dalrymple acconsente a provarlo sulla paziente precedentemente insoddisfatta, una cantante lirica spagnola che, assurdamente ma non troppo, reagisce gorgheggiando a gola spiegata un'aria de La traviata.
Gaudio e tripudio! Granville e Dalrymple sono ancora soci, gli appuntamenti s'infittiscono, e soprattutto questo matrimonio s'ha (di nuovo) da fare!
Peccato che la sfarzosa festa di fidanzamento a casa di Edmund venga interrotta dall'irruzione di Fanny, sanguinante e seguita da due agenti di polizia: era stata catturata e ferita per non aver potuto restituire le duecento sterline con gli interessi.
Si scatena un putiferio durante il quale Charlotte colpisce un poliziotto; si fissa la data del suo processo e pare che l'unico modo per salvare il buon nome della famiglia sia di dichiararla isterica e farla internare. A tale scopo, Dalrymple chiede a Mortimer di testimoniare in qualità di esperto in materia, ma – con sorpresa di tutti tranne che del pubblico del film – il nostro protagonista arriva al tribunale in ritardo, tutto trafelato, e si pronuncia ormai convinto che l'isteria non esista, ripetendo testuali parole l'opinione che la sua amata aveva espresso poco tempo prima alla festa. Vi lascio immaginare la conclusione. Un indizio? Allarme spoiler: almeno è scongiurato il manicomio.
Nel frattempo, le rotelline nel cervello dell'amico inventore hanno continuato a girare e il magico strumento, diventato portatile, viene venduto direttamente alle donne, “per uso domestico!”, si dice in tono incredulo. Questo significa ulteriori profitti, che Mortimer prevedibilmente consegna a Charlotte insieme a tutta una serie di altri simpatici regalini: una pelliccia che contiene nella tasca interna gli orecchini ormai ricomprati e una proposta di matrimonio come si deve, coronata da un bacio.
Piuttosto divertente il finale in cui si mostra il nome commerciale definitivo dell'altrimenti innominabile gingillo, “Jolly Molly”, e tutto un montaggio di pudiche donne vittoriane che prima di azionarlo si guardano accuratamente in giro e/o chiudono pesanti tendaggi. Come ultimo colpo di coda, s'insinua che possa usarlo perfino la regina Vittoria in persona, nel segreto di Buckingham Palace: quanto sia storicamente accurata la cosa, non lo so, ma se consideriamo che si sussurrava che, lungi dal mantenere il lutto strettissimo fin dal lontano 1861, avesse di che trastullarsi tra i suoi servi preferiti...
A proposito di credibilità, alcuni particolari sparsi per gli appassionati del genere. La bicicletta di Charlotte è promossa per il rotto della cuffia: ha le ruote di dimensioni uguali, e da quel che ho capito il famigerato velocipede, con quella sproporzione che tutti abbiamo in mente, in quegli anni era già tramontato, ma non da molto. Pollici in su anche per la discussione tra Granville e il suo superiore che, entro i limiti della mia conoscenza della medicina ottocentesca, mi è parsa attendibile, e per la menzione delle pillole Beekman come rimedio universale in realtà ben poco efficace: ho scoperto da poco che esistevano davvero.
I costumi stavolta sono quasi tutti ben realizzati. La scelta delle forme e dei colori è di solito inappuntabile, con una buona resa delle differenze tra gli strati sociali, cravatte a pois che pare fossero molto indossate all'epoca, tournure ridicolmente (e correttamente) gonfie sui delicati posteriori delle ragazze e un Dancy a cui il cappello a cilindro dona parecchio (pardon, per me col cilindro sta bene qualunque essere dotato di cromosoma Y, non posso farci niente). Disgustoso ma accurato il dettaglio iniziale sui piedi del gran dottore che, con le scarpe tirate a lucido protette da immacolate soprascarpe, negli ultimi passi che lo separano dall'ospedale raccoglie il poco simpatico ricordino di un cane e alcune foglie secche, per poi ripulirsi sommariamente prima di entrare con uno sfregamento appena sufficiente a staccarle.
Bocciato, bocciatissimo, il look delle due sorelle alla festa di fidanzamento. Charlotte indossa un abito talmente diverso da quello di tutte le altre che anche un occhio inesperto si accorgerebbe che non è storicamente credibile: senza spalline, con una gran bella visuale sulla schiena della Gyllenhaal e di una forma che senza dubbio valorizza il suo corpo, ma getta tutta la grande attenzione messa fino ad allora dai costumisti... diciamo giù da un dirupo, per essere fini. Emily, d'altro canto, sarà pure attendibile dalla testa ai piedi, ma su quella testa ha una tale impalcatura di capelli da diventare una parodia di se stessa. Chiaramente questo non è altro che un espediente per mettere in risalto Charlotte e far restare nell'ombra la protagonista solo teorica dell'evento, come se non l'avessimo già capito dall'equivoco dei St. John-Smythe senior che scambiano Charlotte per la fidanzata.
Insomma: un tema pruriginoso affrontato con (abbastanza) stile, un quadro intelligente della condizione femminile nell'Ottocento e oltre, ma anche una commedia senza la minima sorpresa, con schemi narrativi talmente lapalissiani da far ridere involontariamente. Buono per passare cento minuti tondi tondi gradevoli, ma non di più.
Valutazione complessiva: