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venerdì 18 aprile 2014

In sala lettura: "Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo"

Tutti a bordo della macchina del tempo!

Salve, amici! Oggi torniamo a rivolgere l'attenzione, com'è giusto in un blog che porta questo nome, a un libro.

Vi avviso fin d'ora che troverete un po' diversa dal solito questa... recensione? Riflessione? Fatico perfino io a trovare il termine giusto, perché le circostanze in cui sono venuta a sapere dell'esistenza del nostro tomo e ho deciso di leggerlo sono piuttosto eccezionali. Holden Caulfield ha un bel dire che un buon libro è quello che ti fa venir voglia di telefonare all'autore (perdonatemi se non sono le parole esatte), ma di norma aver incontrato faccia a faccia la persona dalla cui penna è uscito un libro che ti è piaciuto non è una situazione da tutti i giorni, o sbaglio?

Ebbene, per stavolta mi è capitato. Non sono di certo abbastanza in confidenza con lui da assillarlo con le telefonate-fiume che voleva Holden, ma l'ho conosciuto: Alessandro Barbero, autore (tra gli altri) di Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo, che seguivo già all'interno di Superquark e alle cui lezioni, finalmente, ho assistito anche dal vivo. Inondatemi pure di domande nei commenti: la risposta è sì, è identico a quello della TV, non recita per nulla, l'entusiasmo per la storia è tutto autentico. E questo, se permettete, è un gran bel biglietto da visita per un romanzo storico. Una noticina veloce: la copia che ho letto io ha tutt'altra faccia, è un'edizione più recente di cui non sono riuscita a reperire l'immagine.

Già il titolo è di quelli che riempiono di belle speranze: sicuramente qualche topo, gatto, opossum o lemure di biblioteca si sarà accorto del richiamo a La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Sterne, e se fin dalla copertina un autore dimostra di saper citare (attenzione: citare, non copiare. Sul limite fin troppo sottile tra queste due parole ci vorrebbe un post apposito!), l'impressione che se ne ha è che sappia il fatto suo.

Apriamo il libro: sarà vera quest'impressione? Dal modo che ha di sciorinare date fin dalla prima riga si direbbe proprio che almeno gli aspetti della storia che di solito gli studenti detestano li conosca come il palmo della sua mano; eppure non è nemmeno il suo periodo storico d'elezione!

Eh, già, perché sebbene sappia muoversi un po' in tutte le epoche, basta spulciare un elenco delle sue pubblicazioni per rendersi conto che a prevalere è il Medioevo, mentre qui siamo nell'anno di grazia 1806. Non sarà mica che dovremo temere qualche scivolone in questo terreno ostile? Calma e sangue freddo, amici. Forse sarò l'ultima che può giudicare, ma non ho incontrato nulla che mi paresse fuori posto. Certo, per essere evidenti a una profana dovrebbero essere proprio erroracci macroscopici, e con quelli il Premio Strega vantato dal nostro libro non si vince...

E dunque? Un'infinita lezione di storia in salsa appena un po' romanzata, che fa sbadigliare ogni dieci righe? Ma nemmeno per sogno! Le parti un po' monotone, come vedremo, non mancano, ma anche quelle hanno un motivo ben preciso. Leggere questo libro essendo completamente a digiuno di storia è, se devo essere sincera, un'impresa impossibile, perché i riferimenti ai fatti che si studiano a scuola sono tanti e non semplici, ma a parte qualche momento di lotta all'ultimo sangue con le circostanze di questa o quella guerra, farsi prendere dall'atmosfera è fin troppo facile. Pare di essere trasportati nel passato per la ricchezza di dettagli, alcuni divertenti, altri disgustosi, ma tutti ugualmente utili a dare al racconto il giusto colore.

La parte più affascinante del leggere, e probabilmente anche dello scrivere, un romanzo storico, è avere a che fare con personaggi che agiscono, parlano e pensano in modo inevitabilmente diverso dal nostro e si scontrano ogni giorno con situazioni per noi inconcepibili. Voi riuscireste a calarvi nei panni di un tal Mr. Robert Pyle, inviato straordinario degli Stati Uniti d'America presso Sua Maestà il re di Prussia nel 1806? Il nostro autore l'ha fatto, tanto più che il libro si configura come il diario di Pyle, compilato con certosina precisione ogni santo giorno dal 13 luglio al 14 ottobre del fatidico anno, anche quando, visti gli eventi in cui resta coinvolto, non si sa bene come abbia fatto a non dimenticarsene, a non perdere il prezioso libriccino da qualche parte o anche solo a trovare una buona superficie solida su cui appoggiarsi per scrivere.

E a proposito di dimenticare, Mr. Pyle ha proprio una memoria di ferro, vista la fedeltà con cui riporta le frasi rivoltegli in una quantità di lingue diverse (grazie al cielo esiste, almeno nella mia edizione, un simpatico glossario in fondo che aiuta a dipanare la matassa del tedesco, del francese, dell'olandese, del latino e compagnia cantante!). Sorge il dubbio che forse in un autentico diario compilato sul momento non ci sarebbe spazio per dialoghi tanto particolareggiati e complessi, dato che lasciarsi sfuggire qualche parola è umano, ma la narrazione procede sui suoi bravi binari a un ritmo tale che il lettore non se ne accorge se non con il senno di poi.

Per evitare eccessivi spoiler, vi dico soltanto che nel corso dei suoi viaggi (al plurale, perché attraversare l'oceano e poi fermarsi definitivamente in una sola città europea non gli basta) incontrerà un campione umano dalla varietà veramente impressionante, dal più alto dei nobili titolati all'ultima delle... ehm, ragazze di facili costumi. Mi spiace troppo usare certe parole volgari, Lenchen mi sta simpatica e credo di aver maledetto Schill all'infinito per come deve averla trattata nel segreto della sua stanza.

Il povero Pyle viene sbalzato, con un paragone dolorosamente anacronistico, come una pallina da flipper da un ricevimento al cospetto del re a una bettola puzzolente, da un teatro all'ultima moda a un campo di battaglia (se non fosse che il prologo si svolge a distanza di anni, nel 1848, qui e là mi sarei rosicchiata le unghie a sangue per l'ansia), in una tale girandola di ambienti e avvenimenti diversi che se dovessi stilarne un elenco completo riscriverei il libro intero. Lasciate dunque che vi anticipi solo qualche chicca, come per esempio la cena a casa di un tal professor Fichte (che volete che sia? È “solo” finito sui miei libri di filosofia del liceo, dopotutto!) e l'incontro con il grande poeta Goethe, che già la quarta di copertina prometteva e che io sono stata ad aspettare fin quasi alla fine, borbottando tra me: «Okay, lo trova qui... Ah, no, allora nel prossimo posto dove andrà... No, nel prossimo ancora... Alleluia!». Più che seguire passo per passo lo svolgersi della trama, che è tutto un intreccio inestricabile della più elevata politica e della più bassa vita quotidiana, mi converrà dunque riflettere per temi.

Mr. Pyle e i viaggi. Mi credete se vi dico che ogni volta che il diario riportava una fatidica frase simile a “Il giorno tale sono partito per il talaltro posto” mi venivano le lacrime agli occhi? Le sezioni di viaggio sono quelle noiose di cui vi avevo avvertito, e non noiose per carenze stilistiche da parte dell'autore, ma proprio perché viaggiare nel 1806, oltre che essere scomodo, doveva pure far venire il latte alle ginocchia. Dove il protagonista calcola fiducioso di metterci (numero a caso) quattro giorni, state sicuri che capiterà qualcosa per fargliene impiegare otto! Una volta una malattia, una volta un pantano terribile che blocca la carrozza, un'altra non ci sono i cavalli per il cambio, un'altra ancora l'asse delle ruote si spacca in due di netto... Se non fosse che lungo la strada succede sempre qualcosa d'importante per la comprensione di quel che segue, qui e là sarei stata tentata di saltare il tragitto e seguire Pyle direttamente a destinazione, perché alla fin fine, a parte gli eventi straordinari che tengono il lettore incollato anche alle pagine peggiori, ogni racconto di spostamento si riduce a questo: descrizioni della natura del paesaggio fuori dal finestrino, cronache poco simpatiche del pessimo cibo ingurgitato in qualche locanda, irritazione per le infinite lungaggini alle frontiere e un po' di sano sesso descritto con una quantità di eufemismi e pudori (vogliamo parlare delle metafore militari secondo cui il preservativo sarebbe “l'armatura” e i bollori raffreddati vengono paragonati senza batter ciglio a polveri bagnate?). E questo ci conduce a...

Mr. Pyle e le donne. Ecco, questo è forse l'unico aspetto che mi rende il personaggio un po' antipatico. Non fraintendetemi, Mr. Pyle è un gran bel tipetto, quasi quasi mi andrebbe di conoscerlo, ma dovrei trovare un modo per premunirmi, perché se davvero avessi l'occasione di entrare magicamente tra le pagine e stringergli la mano, il mio più grande timore sarebbe di trovarmi a stringere qualcos'altro un po' più giù! Capisco che quando si legge un romanzo storico si debba far voto di sforzarsi di capire il modo di pensare degli antichi e di non indignarsi se esprimono idee che oggi ci risultano strane od offensive, ma sono rimasta colpita in negativo dall'assoluta naturalezza con cui a Pyle capita di allungare del denaro a qualche ragazza in un angolo sperduto della Germania aspettandosi in cambio che si spogli docilmente, e forse ancor più colpita dal modo in cui le donne stesse (la maggior parte di loro, almeno) non si sentono minimamente lese nella loro dignità da questo comportamento. Un conto è una Lenchen, che lo fa per mestiere, un altro è una qualunque locandiera lungo la strada di cui il nostro uomo non si preoccupa nemmeno di apprendere il nome e le cui mansioni, almeno sulla carta, non prevedono di togliersi i vestiti. Eppure basta una mancia un po' generosa perché (quasi) tutte ci stiano, chi con gioia e chi con riluttanza. Non mi resta che sospirare, stringere i denti e ripetermi che allora era così e basta. Non penso che Mr. Pyle sia dipendente dal sesso o qualcosa di simile, anche se i momenti inopportuni in cui viene colto dal desiderio sembrano confermare quella diceria secondo cui gli uomini avrebbero pensieri di quel genere ogni sette secondi. Fa solo parte di un mondo ormai estraneo. Sta di fatto che leggendo di quell'unica, benedetta volta in cui una ragazza mette in chiaro di non avere intenzione di rendergli quel tipo di servizio, la parte di me che tifava per Pyle si è rattristata, mentre la mia femminista interiore, al vederlo rifiutato, gridava: «Ben gli sta!».

Mr. Pyle e gli stranieri. A proposito di idee offensive, soffermiamoci un attimo sul rapporto che il nostro protagonista ha con gli altri popoli. Pyle ha un bell'arrabbiarsi quando sente qualcuno esprimere convinzioni assurde sui suoi Stati Uniti, che non erano ancora neanche lontanamente la potenza che sono oggi e che molta gente non sapeva nemmeno dove fossero, ma a sua volta non risparmia proprio nessuno: incrocia esponenti di tantissime nazionalità e per ciascuno ha sempre qualche parola da spendere, nel suo caro diario, su quella che crede sia la natura di quel popolo. Sotto i colpi della sua penna cadono come mosche inglesi, olandesi, tedeschi, francesi, italiani, polacchi, ebrei e – con un termine che non so quanto possa essere appropriato – afroamericani. Tutti hanno per lui qualche difetto connaturato, che riconosce infallibilmente in ognuno, come se l'eccezione fosse semplicemente impensabile, e il domestico di colore che si è portato da casa, Will, si prende a sua volta la sua brava dose di frecciate. Il loro rapporto è ancora sorprendentemente buono: la condizione giuridica di Will non è quella di schiavo e il peggio che io ricordi nei loro scambi di battute è uno “stupido negro” rivoltogli quando viene fuori che i conti non tornano e alle finanze di Pyle mancano misteriosamente dei soldi, ma certe affermazioni, ripetute in pubblico ai nostri giorni, basterebbero e avanzerebbero per guadagnargli parecchi nemici.

Per non parlare poi degli ebrei! La “disgraziata razza” (parole sue, non mie) è oggetto delle peggiori considerazioni da parte di Pyle e di parecchi altri personaggi, e c'è un passo che vale la pena di citare perché mi ha messo un brivido.

«[...] I miei compagni di studio sono già occupati a compilare liste di proscrizione in previsione del giorno in cui conquisteranno il potere: il discendente, sia pure in settimo grado, di un francese, di un ebreo o di uno slavo sarà condannato all'esilio.» «Ma queste son cose che si dicono» risposi spazientito dalla sua ingenuità; «figuratevi un po' quale governo potrebbe mai considerare sul serio dei provvedimenti come questi!»

Ora ditemi voi se, col senno di poi, non ricorda un po' troppo Hitler.

Da parte di un lettore distratto e dall'accusa troppo facile, dunque, il nostro professore con questo libro potrebbe prendersi del sessista, del razzista e fors'anche del neonazista e, non ne dubito, un sacco di altri pericolosissimi “-ista”, ma questo significherebbe commettere un grave errore di comprensione. L'immedesimazione è la chiave di tutto: quando un autore assume la maschera di un personaggio che la pensa in modo tanto diverso, bisogna stare ben attenti a tenere i due separati e a ricordare a se stessi a ogni piè sospinto che se Pyle dice una cosa, è perché la crede solo e soltanto Pyle, non certo Barbero. Dargli del razzista perché quei talleri scomparsi spingono il caro Robert a pronunciare parole politicamente scorrette significherebbe non aver capito nulla.

Insomma, seicento e passa pagine che vale la pena di affrontare se volete un libro scritto con vera cognizione di causa, ma che non consiglierei a chiunque. È onestamente il miglior romanzo storico che io abbia letto negli ultimi tempi, ma se non siete già lettori forti del genere posso quasi garantire che non vi piacerà. Se siete pratici, mettetelo nella lista “da leggere” e non ve ne pentirete, ma se non ne avete mai preso in mano uno, usate qualcosa di più leggero come introduzione a questo mondo e poi provatelo più avanti.

Valutazione complessiva: 

giovedì 3 aprile 2014

"Non è vero, ma ci credo"

Superstizione, sì o no?

Salve a tutti! Come va la vita? Vi sentite fortunati in questo periodo, oppure vi sembra di essere perseguitati dalla malasorte?
Qualunque sia il vostro caso, alzi la mano chi ha qualche sistema per attirarsi il favore della dea bendata o, all'inverso, tenere lontani i guai. Avanti, non c'è niente di male. Sotto sotto, credo che siano ben pochi quelli che non hanno mai, e dico proprio mai, alcun comportamento teso a far andare la vita un po' meglio. Dopotutto, chi non lo vorrebbe?

Si fa presto ad affermare con orgoglio razionalista di non essere superstiziosi, ma la verità è che per non esserlo non è sufficiente passare impuniti sotto tutte le scale che capitano e non far tragedie per uno specchio che va in pezzi. Quel pizzico quasi impercettibile di superstizione c'è anche dove non sembra. La stessa persona che, poniamo, ieri si è rifiutata di fare la scenetta del sale versato e poi gettato dietro la spalla, domani avrà un colloquio importante e puntualmente si metterà la stessa cravatta che aveva indossato l'ultima volta che gliene era andato bene uno. E non è superstizione, questa? Certo che lo è, solo una versione personale invece di una comunemente accettata! Il concetto, a ben vedere, è lo stesso: si tratta sempre di adottare una linea d'azione che si crede fermamente possa influenzare in positivo gli eventi, quando in realtà le due cose sono completamente scollegate. L'uomo, da che mondo è mondo, quando vede un effetto va a cercarne la causa; se poi azzecchi quella corretta è tutta un'altra faccenda. Prende piede la convinzione che un gatto nero che attraversa la strada porti male (quando l'unico potere nefasto del povero micio era quello, nei tempi antichi, di spaventare i cavalli di notte e far loro disarcionare qualche malcapitato viaggiatore)? Chi ne vede uno e ci crede attribuirà qualsiasi evento negativo successivo alla palla di pelo, anche se non c'entra nulla. Il primo colloquio con quella cravatta al collo va bene? La si metterà anche al secondo, quando invece la probabilità di dire qualcosa di sbagliato davanti al Megadirettore Galattico non è affatto diminuita.


Un momento, ne siamo proprio certi? Davvero i portafortuna non hanno alcun effetto? Allora perché portandoli con sé ci si sente così bene?
E proprio qui sta la sorpresa: se un oggetto o un atto scaramantico non possono avere alcuna influenza sugli altri, ne hanno eccome su di noi, e se forse col loro aiuto non saremo più fortunati nel senso che le casualità saranno tutte a nostro favore, è possibilissimo che sapremo giocare meglio le più o meno metaforiche carte che ci capitano, buone o cattive, e ci sono fior di studi che lo dimostrano.
In cinque diversi esperimenti condotti presso la Booth School of Business dell'Università di Chicago (Usa), è stato chiesto a dei volontari di tentare la fortuna in alcuni giochi dopo aver compiuto azioni scaramantiche come toccare ferro, oppure non scaramantiche come ad esempio lanciare una palla. Risultato? Chi aveva compiuto il gesto propiziatorio era meno preoccupato se la prova andava male, e già questo è un primo effetto benefico della scaramanzia. Ma non solo: gli scaramantici che avevano perso la sfida mostravano in seguito di aver dimenticato la propria malasorte e di non aver perso la sicurezza in se stessi.”*
E ancora: “In uno studio pubblicato su Psychological Science, la psicologa Lysann Damisch dell'Università di Colonia (Germania) ha dimostrato che gli amuleti migliorano realmente le prestazioni degli sportivi e li rendono più sicuri e determinati a vincere. Nell'ambito dell'esperimento, ad alcuni sportivi professionisti di discipline diverse è stato chiesto di consegnare il portafortuna inseparabile che li accompagnava in tutte le gare. […] A un gruppo di atleti, il portafortuna è stato riconsegnato prima della competizione, mentre al gruppo di confronto, con una scusa, no. Ebbene: le prestazioni degli sportivi costretti a gareggiare senza il portafortuna sono state nettamente peggiori rispetto a quelle di coloro a cui era stato restituito.”**
E dunque: la fortuna magari resta invariata, ma la sicurezza cambia, eccome se cambia, e sappiamo tutti quanto conti, specie se si è sotto pressione. Vuol forse dire che siamo tutti stupidi? Anche se fosse così facile definire le categorie di “intelligente” e “stupido” e assegnare all'una o all'altra ogni persona sulla Terra, e non lo è, quanto pensate che sia statisticamente probabile che tutti, ma proprio tutti i volontari degli esperimenti citati sopra, per un puro caso, fossero degli inguaribili idioti?
Per quanto smaliziati si possa essere, è un po' troppo sbrigativo giudicare male chiunque abbia orrore del numero diciassette (o tredici, a seconda delle culture): ricordate che quella stessa persona a cui voi, segretamente o meno, date della sciocca per aver fatto qualcosa, bollerà voi come sconsiderati per non averlo fatto.
Tutt'al più, se siete preoccupati che il vostro amico o parente o chissà chi stia permettendo alle sue credenze di controllare troppo la sua vita, provate un approccio più graduale. Invece di sbattergli in faccia un “Devi smettere di crederci perché...”, tentate con “Ma sei proprio sicuro di aver sempre rispettato il precetto? E cosa ti è successo quella volta che te ne sei dimenticato?”. Se siete i fedeli cavalieri della Signora Razionalità e di Madama Scienza, non vi sarà così difficile individuare una possibile causa alternativa, non legata alla superstizione, per i tragici racconti di malasorte che vi pioveranno addosso a questa domanda.
O altrimenti, se preferite non andare a impelagarvi in discussioni senza fine che termineranno, temo, con un gran bel nulla di fatto e lasceranno ciascuno fermo sulle proprie posizioni di prima, adottate il sanissimo principio “Vivi e lascia vivere” e lasciate che i vostri cari superstiziosi credano a quel che ritengono più opportuno. In fondo, che male fanno? Solo i casi estremi andrebbero fermati o quantomeno mitigati per il bene di tutte le persone coinvolte.
Prendiamo l'oroscopo, per esempio. Dal primo post, se qualcuno di voi l'ha letto, ricorderete che non ci credo: trovo che il tipico profilo della personalità del Toro mi descriva bene, anche se non perfettamente, e non sta a me dire se questo fosse scritto nelle stelle o se sia una coincidenza, ma non vedo perché a tutte le persone nate, come me, tra il 21 aprile e il 20 maggio, dovrebbero capitare all'incirca le stesse cose nello stesso periodo. In effetti, non ricordo una sola previsione che si sia avverata. L'elettrocardiogramma della mia vita sentimentale è rimasto piatto anche nelle settimane che promettevano meraviglie nel settore amoroso, alla faccia di tutte le presunte veggenti con le loro complicate mappe astrali.
Conoscerete, immagino, qualcuno che invece ci crede. Cerca più o meno scherzosamente di inquadrare il carattere di una persona appena conosciuta in base al segno? Lasciatelo fare: se poi costui o costei è tutto l'opposto, avrà ben modo di dimostrarlo. Si rifiuta di uscire di casa se l'astrologa di fiducia gli ha predetto un giorno sfortunato? C'è decisamente qualcosa che non va.
Ora, io capisco che avere un tot di regole da seguire possa dare sicurezza, o che una persona che si presenti dicendo di avere conoscenze o poteri superiori alla media diventi fin troppo facilmente un punto di riferimento per chi sente di averne bisogno, ma un conto è farsi aiutare a prendere una decisione da una persona che si spera che oltre alle stelle consulti anche il buonsenso, un altro è non muovere più un passo senza. Questa è di fatto una forma di dipendenza, e sono sicura che nel numero di chi si diletta di oroscopi e compagnia bella ci siano persone oneste che non abusano del potere che hanno sui clienti, ma è altrettanto vero che gli approfittatori pronti a calcare la mano per cavarne fino all'ultimo centesimo sono ovunque. Non so abbastanza di giurisprudenza da riempirmi la bocca di termini legali che definiscano per benino come si chiama questo crimine e cosa merita chi lo commette, ma non ci vuole l'Azzeccagarbugli per farsi venire in mente la parola “truffa”.
Correggiamo un po' il tiro e facciamo un esempio celebre che però con le stelle c'entra poco: Wanna Marchi e la storia del trucchetto del sale che conoscerete certamente se guardavate Striscia la Notizia nel 2001. Alle vittime, perché di vittime si tratta, veniva raccontato che quel sale (comune sale da cucina o, se preferite farvi belli coi paroloni scientifici, cloruro di sodio) aveva chissà quali proprietà tali per cui, se non si fosse sciolto in acqua, sarebbe stato un segnale che sul malcapitato incombeva il malocchio (da allontanare pagando profumatamente, chiaro!). Peccato solo che costei facesse ben attenzione a indicare quantità d'acqua studiate per non farlo sciogliere.
Ora, forse ci sarà stato qualche caso in cui il potenziale truffato aveva sufficienti nozioni di chimica per sapere che la concentrazione del sale superava il limite di solubilità, ma (senza offesa alla categoria) temo proprio che l'immortale “casalinga di Voghera” non lo sapesse e che magari, anche se aveva un amico scienziato, le fosse stato sconsigliato di parlarne ad anima viva con minacciose promesse di maledizioni (quest'ultimo dato non è certo, mi sembra solo il modo più immediato per scongiurare lo smascheramento).
Di fronte a casi simili, ahimé, non ho affermazioni da fare, ma solo domande: cosa succederà mai nel cervello di chi si lascia abbindolare fino a questo punto? Se io intraprendo qualcosa di nuovo di cui non so assolutamente nulla e la mia ignoranza mi porta a credere in perfetta buona fede alla prima informazione, anche sbagliata, che sento, è già più comprensibile, ma se qualcuno viene a contraddire qualcosa che credevo di sapere e io, nonostante le prove in senso opposto, mi fido, cosa sta succedendo in me? Il senso comune dice che un pacchetto di sale col malocchio c'entra ben poco, sempre che esista, poi arriva la Marchi, mi dice che è un metodo infallibile e io la seguo. Cosa mi ha fatto cambiare idea? Il suo modo di porsi? La paura per me e per i miei cari? Questo non lo so proprio. Continua a sembrarmi strano che il cervello umano sia così portato alla fiducia cieca in una più o meno presunta autorità.
Alziamoci un attimo dalle stalle alle stelle e tiriamo in ballo Aristotele, che anticamente veniva citato in merito a (quasi) tutto, era il pezzo da novanta che assicurava la vittoria in qualsiasi dibattito: “se Aristotele dice così, allora è proprio vero e tu che la pensi diversamente hai per forza torto”. Ebbene, il nostro filosofo aveva le sue idee anche su come fosse fatto il corpo umano, ma un medico moderno inorridirebbe a sentirle. E di questo, considerati i mezzi a sua disposizione, non possiamo certo fargli una colpa: non vuol dire che in realtà fosse un somaro, tutt'altro. Eppure la gente continuò a credere alle sue teorie anche davanti alle prove concrete dei suoi errori! Si dissezionava un cadavere e si scopriva che dentro era fatto così e così, ma finché Aristotele avesse continuato dall'alto della sua autorità a dire che era cosà, i signori dottori (non gli ultimi arrivati, dunque, non pensiamo a una massa di ignoranti) avrebbero affermato senza esitare che era cosà. Chissà, forse vedevano solo quello che si aspettavano di vedere. E finché tutto questo restava chiuso nei libroni di teoria passi, ma nel momento in cui si passava alla pratica c'era da preoccuparsi, non trovate? Voi sareste disposti a essere messi sotto i ferri da un chirurgo persuaso – poniamo – che il cervello non sia un organo poi così importante, messo lì principalmente per raffreddare il sangue?
E dunque, per il bene di tutti, se vedete che qualcuno vicino a voi si sta lasciando convincere a fare cose che vanno contro la logica comune, fate il possibile per dargli una bella scrollatina e dimostrargli che forse le cose non stanno esattamente come dice il suo guru del momento. Alla lunga vi ringrazierà.
Questo detto da colei che si piazzò sul podio di un concorso di latino indossando la “maglietta fortunata” il giorno della versione, eh. Non sono immune neanch'io al fascino del portafortuna, ma un conto è una maglietta con scritto “veni, vidi, vici” di fronte a un brano di Cesare, un conto è presentarsi in toga secondo il consiglio di una medium convintissima di aver parlato con l'autore in persona.

*Fonte: Airone, anno XXXIII – n° 395 – marzo 2014, pagg. 9-10
**Fonte: Airone, anno XXXIII – n° 395 – marzo 2014, pagg. 15-16

martedì 1 aprile 2014

Sgranocchiando popcorn: "Storia di una ladra di libri"

Quando le parole sono più forti della morte

Cari amici, oggi si ritorna al cinema. Oltre al popcorn, vi suggerisco di premunirvi di una scatola di fazzoletti. Preferibilmente formato famiglia.
E perché, vi chiederete voi, cotante lacrime? Perché il film in questione è Storia di una ladra di libri, del 2013, con Brian Percival al timone della regia. Chiamatemi sentimentale, oppure (a vostra scelta) date tutta la colpa al mio ormai ampiamente dimostrato status di topo, o gatta, di biblioteca, ma è veramente toccante.
Germania, 1938. La nostra ladra si chiama Liesel Meminger (Sophie Nélisse) e la incontriamo per la prima volta su un treno che la sta portando, con la madre e il fratellino, all'altro capo del Paese. Stando al poco che si riuscirà a ricostruire, la madre è una comunista in fuga dal regime di Hitler che ha deciso di dare i figli in adozione. Dei due, solo Liesel arriverà sana e salva nella nuova casa: il piccolo morirà in viaggio, come si può intuire peraltro dal particolarissimo punto di vista narrativo del film. Di tanto in tanto, infatti, interviene una voce narrante tranquilla, superiore, appena un po' ironica, che rappresenta nientemeno che la Morte.
La causa del decesso non è ben specificata: da incolpare sono forse le condizioni proibitive del viaggio unite a una preesistente malattia. La scena, tuttavia, sacrifica la chiarezza in favore di una grandissima classe: una sparuta gocciolina di sangue e – espediente, questo, che ho trovato intelligentissimo – lo strillo di Liesel che si fonde col fischio del treno.
La carriera di ladra di libri per la nostra eroina comincia presto: al funerale si appropria di un volumetto caduto che si scoprirà poi essere un manuale per becchini e che conserva ancora quando arriva in Via del Paradiso come fosse la cosa più cara che ha.
La nuova vita sembra promettere bene e male in parti uguali: da una parte c'è Rosa Hubermann (Emily Watson) che si presenta come una vera aguzzina che non esita a chiamare Liesel “sporca” e “stupida” entro i primi due minuti, e dall'altra Hans (un grandissimo Geoffrey Rush che nel ruolo di simpaticone e, come vedremo, di maestro, sguazza come un pesciolino dai tempi de Il discorso del re), che invece la convince a uscire dall'auto dov'è rintanata semplicemente sorridendole e chiamandola, per scherzo, “Vostra Maestà”. Un piccolo appunto: a causa di ciò ho impiegato parecchio tempo a capire che “Via del Paradiso” era l'indirizzo reale e non un'altra sua invenzione per renderlo più invitante. Col tempo, per fortuna, anche Rosa si addolcirà e farà capire che brontola per lo più a vuoto, ma non è una cattiva persona.
Ebbene? Una storia qualunque sulla Seconda Guerra Mondiale e una ragazzina a cui piace leggere, sai che novità! E invece la novità c'è perché, come si scopre con un discreto shock poco dopo, quando arriva per la prima volta a scuola accompagnata dal vicino di casa Rudy Steiner (con cui nasce immediatamente quel tipo di amicizia a suon di “non ti sopporto, ma ti voglio bene”, e chissà che non ci sia qualcosa di più), Liesel non sa leggere. Non si sa bene perché non abbia mai imparato, ma è proprio così: la sua attrazione verso l'oggetto libro è completamente indipendente dalle parole che ci sono dentro.
Il comportamento dei compagni alla rivelazione sembra il classico episodio di bullismo (quando il termine “bullismo” ancora non si usava), ma è più significativo di quel che sembra: quando Liesel reagisce a pugni agli insulti del più cattivo di tutti, Franz Deutscher, si guadagna improvvisamente il rispetto generale. Niente di strano, direte voi. Ebbene, quello con cui la incitano a fare a botte è lo stesso identico tono con cui Franz e compari, sfrecciando per strada in bicicletta e sventolando trionfanti il giornale, annunceranno che la Germania è in guerra. Adesso è più inquietante, vero?
Dopo la memorabile figuraccia Liesel è inconsolabile, ma Hans, con pazienza, comincia a insegnarle a leggere, tra l'altro facendole confessare tra mille imbarazzi il furto del manuale, più o meno così:
«È tuo?»
[…]
«Non è sempre stato mio».
Segnatevi questo dialogo, perché tornerà con gli interessi.
Non solo Hans la guida piano piano dall'inizio alla fine del suo primo libro, ma fa di più: essendo di mestiere imbianchino, non ha problemi a rivestire i muri della cantina di un abbecedario gigante con tanto spazio vuoto perché Liesel vi possa aggiungere parole nuove.
Praticamente un idillio, eh? Sbagliato. Col suo secondo furto, Liesel salva da un pubblico rogo di libri (oh, l'atroce sofferenza! Alla futura bibliotecaria che c'è in me viene la nausea, e non solo per nobili questioni sulla libertà di stampa, ma proprio alla vista della carta in fiamme di per sé!) una copia de L'uomo invisibile di H.G. Wells, ma è notata dalla moglie del borgomastro. Quando poi dovrà consegnarle una cesta di bucato pulito e stirato, la scena è di quelle che ti fanno afferrare i braccioli fino a lasciarvi il segno per l'ansia: «E così ti piacciono i libri?». Pare la strega delle fiabe che sta per metterla in gabbia e ingrassarla fino a mangiarsela. Invece Ilsa è più una fata madrina che una strega, e ogni volta che Liesel fa le sue consegne la lascia stare per un po' nella fornitissima biblioteca del figlio Johann, morto nel conflitto mondiale precedente, perlomeno fino a quando la scopre il marito (che, sarà bene specificare, aveva fatto precedere il rogo da un discorso che a quelli dello stesso Hitler aveva poco da invidiare).
In breve tempo, insomma, le pareti-abbecedario scoppiano di parole. E qui sarà bene fermarsi e notare un particolare che mi ha dato un certo fastidio. Io capisco che il film non sia di produzione tedesca, ma per quale arcano motivo tutte le insegne e i cartelli per strada sono in tedesco e invece ogni volta che Liesel legge o scrive lo fa in inglese? Non può essere la sua lingua d'origine, a giudicare dal nome, e dubito che Hans e Ilsa siano perfettamente bilingui.
La situazione precipita quando, con uno stacco brusco, si passa dalle scene paesane a un misterioso vetro spaccato che, a sapere un po' di storia, fa capire subito dove siamo prima ancora che spunti la didascalia: è la Notte dei Cristalli. Un ragazzo ebreo, Max Vandenburg, riesce a scappare dal caos e si presenta trafelato e denutrito alla porta dei nostri eroi, che – come si intuisce presto – avevano contratto un debito con la sua famiglia quando il padre aveva salvato Hans nella Prima Guerra Mondiale. Rosa ha i suoi dubbi, ma infine accettano di ospitarlo. Anche Max si porta dietro, come la nostra eroina, un libro che “non era sempre stato suo”, un libro che parla di Hitler. Solo più avanti si vedrà chiaramente che è una copia del Mein Kampf.
Scampato a un controllo della cantina al cardiopalmo (come farà a non rivelarsi trasalendo per il rumore mentre l'agente butta giù oggetti e picchia sul soffitto, proclamandolo infine troppo basso per diventare un rifugio antiaereo, io proprio non lo so).
Arriva il Natale, e la cantina è talmente fredda che vi si possono trasportare intere secchiate di neve per farne un pupazzo e una battaglia con tutti i crismi. Max, che non ne ha mai celebrato uno, tuttavia ha un regalo per Liesel: il suo ex Mein Kampf. Dico “ex” perché il giovane, non avendo altro da fare, ha passato le giornate seduto a cancellarne ogni singola pagina con la vernice. Non si capisce cosa stia combinando finché non glielo consegna: quello che vediamo dell'operazione è una foto del Führer che sparisce sotto le pennellate. Più che un regalo pare uno sfogo. Invece è proprio un dono, il migliore che le potesse fare: un libro vuoto, dove le uniche parole sono la dedica e poi, nella prima pagina, alcune lettere ebraiche per lei indecifrabili che vogliono dire “scrivi”. E basta. Il resto sta a lei.
Nel gelido scantinato, Max si ammala a tal punto che si teme non si svegli più, ma Liesel continua imperterrita a leggergli ad alta voce libri “presi in prestito” da Ilsa entrando dalla finestra della biblioteca. Ma se un solo furto può anche passare inosservato, tanti prima o poi saranno scoperti, e così succede anche alla nostra eroina: per fortuna a sorprenderla è Rudy, che ben presto le estorce anche l'esistenza di Max. Franz a sua volta li sente discutere: non arriva in tempo a carpire il gran segreto, ma sa che qualcosa c'è e per scoprire cos'è ricorre ai pugni. Purtroppo la scena si svolge su un ponte e, nella colluttazione, il diario mascherato da Mein Kampf cade nel fiume. Rudy si espone al serio rischio di assideramento per salvarlo. Se non è affidabile ora, che altro deve fare per provarlo?
Intanto, la guerra accolta con tanta gioia dai compagni si fa sentire nei suoi aspetti peggiori: il padre di Rudy viene arruolato e più avanti il ragazzo stesso, che è un eccellente corridore, viene scelto per un addestramento speciale e – per qualche ora, non di più – vagheggia di scappare perché “vuole crescere prima di morire”. Certo che finire a giocare nei boschi a chi grida più forte il proprio odio per Hitler non è una grande idea: sono lontani da tutti e nessuno sente, grazie al cielo, ma mette tanta ansia che ci si dimentica quanto sia commovente.
C'è un nuovo sviluppo quando Hans commette un errore fatale: espone la famiglia al sospetto difendendo un vicino di casa di cui sono appena state scoperte le origini ebraiche e Max, ormai guarito, deve lasciare la casa. Poco dopo, anche il nostro capofamiglia viene coscritto, nonostante l'età: pare che Liesel, pezzo per pezzo, stia perdendo tutti. Ma “perdere” non significa “dimenticare” e la nostra eroina si mette a sua volta nei guai, urlando il nome di Max per strada quando vede un uomo che gli somiglia in una fila di ebrei destinati a un campo chissà dove.
E qui, signori, cominciano le dolenti note, perché l'ultima parte del film è una sequela di scherzi del caso talmente improbabili da far colare a picco la credibilità: prima la camionetta di Hans è coinvolta in un'esplosione che lo costringe a tornare a casa zoppo e con le orecchie malandate ma vivo, poi Via del Paradiso viene bombardata per errore e Liesel si salva solo perché si era addormentata in cantina mentre compilava il suo prezioso diario e Hans, chissà perché, aveva deciso di lasciarla lì al freddo invece di prenderla di peso e portarla a letto. Non era la stessa cantina dichiarata inefficace come rifugio da un cosiddetto esperto?
Alla vista dei suoi cari morti, Liesel sviene tra le macerie e quando si sveglia, peraltro trovandosi davanti al naso un libro di cui naturalmente si appropria senza pensarci due volte, scopre che il padre di Rudy è tornato illeso ed è disposto ad adottarla e prenderla come aiutante nel suo negozio. Tra l'altro, non per essere macabra, ma qui avrei bisogno dell'aiuto di un esperto per essere sicura della prossima affermazione: i cadaveri estratti da quel che resta di Via del Paradiso non hanno, per il poco che so, l'aspetto di persone sorprese dalle bombe. Capisco la volontà di evitare di scadere nel grottesco, che è sempre cosa buona e giusta, ma composti e pulitini come sono sembra quasi che si siano addormentati. E credetemi, io non sono il genere di persona che nei film vorrebbe sempre un po' di sangue in più, tutt'altro.
Due anni dopo, la vediamo alzare gli occhi dal lavoro al suono della campanella dell'ingresso. Indovinate un po' chi ha spinto quella porta? Non vi faccio spoiler, anzi sì: è qualcuno che i più pessimisti supponevano già finito in un forno crematorio da qualche parte.
In un finale che chiude il cerchio, il narratore-Morte ci rivela a spizzichi e bocconi che Liesel vivrà fino a novanta onorevolissimi anni, piena di figli, nipotini e soprattutto libri, dato che a giudicare dallo stato dell'appartamento è diventata scrittrice.
Insomma: uno spaccato di vita senza errori storici macroscopici (ma il periodo non è il mio forte, dovrebbero essere davvero enormi perché io me ne accorga), una protagonista adorabile con intorno un cast coi controfiocchi, ma una narrazione qui e là confusa e forse un po' troppe felici casualità, come se qualcuno fosse stato indeciso tra una conclusione senza speranza e una che invece addolcisse un po' la pillola amara della Seconda Guerra Mondiale.
Valutazione complessiva:

domenica 30 marzo 2014

L'effetto Barbie

Corpi impossibili ieri e oggi

Salve a tutti, belli e brutti.
E a proposito di belli, oggi si parla proprio di questo: di bellezza, o meglio, di com'è cambiata e delle stranezze che la gente era (ed è) disposta a fare per averla. Spero mi perdonerete, lettori dotati di cromosoma Y, se mi soffermerò principalmente sul lato femminile della questione: sono una donna anch'io, conosco meglio il campo. Attenzione, alcune delle immagini che seguiranno potrebbero risultarvi disgustose o inquietanti. Se non vi ritenete sufficientemente forti di stomaco, non ve ne farò una colpa.
Partiamo da lontano. Questo vi sembra bello da vedere? Spero per voi che abbiate risposto di no. Ebbene, c'erano popolazioni – Maya e Incas, per nominare solo le due più note – perfettamente convinte che una testa di questa forma denotasse un'origine nobile: se la ragione per sottoporre i bambini in tenerissima età a fasciature strette e altri sistemi anche molto dolorosi di deformazione artificiale del cranio non era dunque esclusivamente estetica, ma piuttosto economica e sociale, possiamo supporre con un certo grado di sicurezza che un aspetto “da ricchi” fosse anche considerato desiderabile*. Cosa questo significhi per il cervello, ci vorrebbe un medico per dirlo e io non lo sono, ma a occhio e croce non può trattarsi di conseguenze piacevoli. Voi lascereste che una cosa del genere fosse fatta a un vostro ipotetico figlio, fratellino, nipotino o altro parente qualsiasi la cui scatola cranica sia ancora suscettibile di trasformazioni? No, vero? Eppure di spinte verso un corpo dalle forme innaturali ne riceviamo ancora, tutti, da ogni parte. Magari non fisiche, ma ne riceviamo.
Sempre parlando di deformazioni, spostiamoci in tutt'altro angolo di mondo e facciamo un altro esempio forse più celebre: quello dell'antica usanza cinese di fasciare i piedi delle donne in modo da ostacolarne la crescita. Nell'immagine un confronto tra un piede lasciato libero di svilupparsi e uno sottoposto a questa pratica. Se anch'essa aveva i suoi bravi motivi sociali (una donna con difficoltà a camminare era materialmente dipendente dal marito: le fasciature infatti si effettuavano a età diverse e con tecniche diverse a seconda della necessità o meno che le bambine fossero abili al lavoro, ed escluderle da subito da un'occupazione fisicamente impegnativa indicava la speranza che trovassero uno sposo sufficientemente abbiente da mantenerle), è altrettanto accertato che i piedi piccoli (tra i 7 e i 12 centimetri), soprannominati Loto d'oro o Gigli d'oro, e la caratteristica andatura oscillante che conferivano, avessero per gli uomini anche una forte valenza erotica, paragonabile a quella che in Occidente ha il seno, e che l'abbigliamento femminile facesse del suo meglio per esaltarli tra scarpine finemente lavorate e pantaloni dall'orlo colorato**. 
Pare che addirittura la scarpetta di cristallo di Cenerentola in origine non fosse altro che una pantofolina di pelo di fattura cinese passata attraverso un errore di trascrizione, e che quindi la protagonista dimostrasse di essere la più bella e nobile di tutte proprio perché i suoi piedi erano particolarmente piccoli. C'è chi dice che una scarpa di vetro o cristallo come quella che immaginiamo noi, infatti, sia fisicamente impossibile: bella da vedere su una modella seduta, magari, ma non indossabile per camminare né tantomeno ballare, perché si frantumerebbe sotto il peso del corpo con tutte le dolorose schegge del caso. Se ho appena distrutto qualche infanzia, ve ne chiedo umilmente perdono.
Ma queste, direte voi, sono cose lontane nel tempo e nello spazio, che non ci riguardano: la nostra società non fa cose del genere. Spiace dirlo, ma se l'avete pensato siete nel torto: l'Occidente ha prodotto eccome tentativi di modificare il corpo umano in nome di un ideale di bellezza e di presunta salute, solo che, invece che in cima o in fondo, bisogna andarli a cercare nella sua parte centrale.
Ci siete già arrivati? Sto parlando dell'abitudine di indossare sotto gli abiti femminili il celeberrimo corsetto irrigidito da tutta una serie di materiali rari (stecche di balena) o, in mancanza di essi, anche più comuni (rinforzi in vimini o metallici), per inseguire il mitico “vitino di vespa”. Se ne associa l'uso tipicamente al XIX secolo, ma i primi paragonabili a quelli che tutti abbiamo in mente risalgono al XVI e sono delle autentiche gabbie di metallo che non sarebbe troppo scorretto definire, per peso e scomodità, delle mini-armature. Caratteristiche, queste, che (per fortuna!) li fecero presto tramontare in favore di versioni sempre strettissime, ma almeno più leggere.
Oltre alle ragioni estetiche ce n'era, stavolta, una medica: si era interamente persuasi che la donna, per natura più fragile dell'uomo, avesse bisogno del corsetto come sostegno. Si tentava poi di “dimostrarlo” facendo magari provare a camminare senza una donna che l'avesse portato da sempre, senza comprendere che a renderlo impossibile erano proprio le deformazioni ossee portate dal suo uso. Qualcuno, per la precisione Samuel Thomas von Sömmerring, si era già accorto dei pericoli nel 1793, ma ciò non impedì alla corsetto-mania di dominare la moda femminile e, in versione un po' meno estrema, anche maschile del secolo a venire. Sua l'illustrazione che confronta un corpo di donna naturale con uno modificato dal busto***.
Se questi stilisti e queste fashion victim ante litteram ne avessero avuto la possibilità, sicuramente avrebbero ristretto i vitini dei soggetti delle prime fotografie con Photoshop, non credete? Ma le meraviglie della grafica erano ancora un sogno e l'inventiva umana preferiva la soluzione drastica di intervenire direttamente sul corpo piuttosto che sulla sua immagine.
Ma sarà tanto più salutare deformare le ragazze di copertina con qualche clic? Di certo ha l'enorme vantaggio di non essere doloroso, ma da qui a pensare che il nostro ideale di corpo umano abbia raggiunto il perfetto accordo con la natura ne passa, di acqua sotto i ponti. Per quanto si ripeta all'infinito che le modelle che compaiono sulle riviste, per essere così scolpite, oltre che per diete ed esercizi sono passate anche attraverso una pesante mano di aiutini al computer, resta il fatto che un'immagine colpisce più di mille parole, e che se una figura di donna con gambe chilometriche, pancia artificialmente appiattita e seni aumentati con una mastoplastica additiva che invece che in sala operatoria avviene su uno schermo ci viene proposta insieme a un bombardamento di messaggi che in sostanza dicono “Quella lì sì che è bella”, tenderemo più o meno consciamente a crederci. È naturale e non è detto che siamo tutti sciocchi pecoroni per questo: un conto è credere ciecamente a qualsiasi panzana ci venga raccontata, un altro è comportarsi secondo meccanismi inevitabili legati a come funziona il nostro cervello. Neanche il più smaliziato di noi può liberarsene del tutto.
Ma se un corpo tonico si può ottenere con uno stile di vita sano e chi s'impegna per averlo, nei giusti limiti e coi giusti metodi, considerando la salute come obiettivo primario e la bellezza come un bonus aggiunto, è solo da stimare, un fisico come quello creato da un programma di grafica, a meno di non sottoporsi a una lunga serie di interventi chirurgici che riproducano nella carne gli effetti impressi ai pixel, è proprio impossibile e, a ben vedere, non auspicabile: gli esperti, a parte qualche errore clamoroso, di solito sanno quale sia il confine tra un risultato che funziona e uno grottesco e si fermano prima di raggiungerlo, quindi a colpo d'occhio non lo vediamo, ma una donna con quelle forme camminerebbe male, curva per l'eccessiva fragilità delle gambe lunghissime unite al seno troppo pesante.
E a proposito di dubbie proporzioni, trasferiamoci dalle donne di carta patinata a quelle di plastica e pensiamo un po' ai modelli con cui giocano le bambine. Preparatevi a essere stupiti: se l'intramontabile Barbie diventasse magicamente una ragazza reale, ma conservando, in scala, tutte le sue misure, cosa pensate che accadrebbe? Problemi posturali, forse? No, peggio. Addirittura non potrebbe fare una vita normale! Sempre che sopravviva, il che non è così scontato.
In sintesi, una donna con il corpo di Barbie avrebbe, dall'alto in basso, questa impressionante serie di patologie:
- una testa di circonferenza superiore alla media che il collo, più lungo e sottile del normale, non riuscirebbe a sostenere;
- spazio nell'addome solo per mezzo fegato e una manciata di centimetri d'intestino;
- un rapporto tra vita e fianchi di 0,56, quando il valore medio è 0,80 (forse il mito della vespa non è morto);
- polsi troppo esili per eseguire qualunque lavoro di sollevamento pesi;
- gambe più sottili di quanto sia naturale e del 50% più lunghe delle braccia contro una media del 20%;
- impossibilità di camminare se non a gattoni per una combinazione di caviglie troppo fragili, piedi di una misura da bambina innestati su un corpo adulto e cattiva distribuzione del peso del corpo, con troppa massa nella parte alta e poca in basso.
E sappiamo tutti cosa può succedere facendo giocare una bambina solo con bambole di un certo tipo, vero? Be', sicuramente lo sapeva Manzoni, che si è ben premurato di includere i giocattoli di Gertrude tra i metodi di coercizione applicati dalla sua famiglia...

Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: - bello eh? - […] Nessuno però le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un’idea sottintesa e toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi destini futuri.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo IX****

Con questo non dico di bandire le Barbie dai giochi delle bambine, anche perché ormai è difficile se non impossibile: o con lei o con qualcun'altra che le somiglia verranno in contatto di sicuro, a casa di amichette se non nella propria, e cercare di evitarlo equivale più o meno a svuotare l'oceano con un cucchiaino. Prego soltanto di avere l'accortezza di alternarle con qualche immagine più accessibile, perché di storie di vite rovinate o finite in nome di un ideale irraggiungibile se ne sentono fin troppe.


Fate un confronto tra queste foto. Entrambi i risultati sono frutto, in tutto o in parte, di sacrifici, ma l'atteggiamento alla base è sano in un caso e malato nell'altro. A certi livelli, si parla di stili di vita che a quello di una futura monaca hanno poco da invidiare quanto a restrizioni.

Prima di decidere di seguire il proverbio “Chi bella vuole apparire un po' deve soffrire”, cercate almeno di avere le idee chiare su quale di queste due ragazze sia davvero bella. Vi chiedo solo questo.

sabato 22 marzo 2014

Sgranocchiando popcorn: "Hysteria"

Storia di un'invenzione o commediola in salsa di corsetti e crinoline?

Cari lettori, oggi apriamo lo spazio dedicato ai film con una riflessione su una pellicola del 2011 ambientata in un'epoca di cui spero (se amate la storia) e temo (se la detestate) che sentirete parlare ancora: l'Ottocento della regina Vittoria, o più precisamente, in questo caso, l'anno di grazia 1880.
Si tratta di Hysteria, per la regia di Tanya Wexler, una commedia che ha per pretesto l'invenzione del vibratore.
Un pretesto e non di più, perché se un tale argomento avrebbe potuto dar luogo al peggior trash che avessi mai avuto la malasorte di vedere, in questo film gli aspetti scabrosi si trattano ancora con una certa classe, pur non senza le sue brave cadute di stile.
Il giovane medico Mortimer Granville (Hugh Dancy), che tira avanti grazie all'aiuto della famiglia del facoltoso amico Edmund St. John-Smythe (un Rupert Everett dal look irriconoscibile per me che l'avevo in precedenza visto soltanto nei panni di un Oberon ben sbarbato in Sogno di una notte di mezza estate del 1993), viene licenziato senza troppe cerimonie dall'ospedale in cui lavora per aver sostenuto teorie più moderne di quelle in cui crede il suo superiore e, dopo una spettacolare serie di fallimenti, riesce a farsi assumere come assistente nello studio privato del dottor Robert Dalrymple (Jonathan Pryce), esperto di isteria e fervente sostenitore della terapia a base di massaggi capaci di indurre nelle pazienti dei “parossismi” (leggasi: orgasmi). Ben presto viene introdotto il resto della famiglia, composto dalle due figlie di Dalrymple, Emily e Charlotte (rispettivamente Felicity Jones e Maggie Gyllenhaal): l'una un angelo del focolare apparentemente perfetto, per cui Mortimer ha un'infatuazione istantanea seguita ad un primo incontro ad altissima densità di doppi sensi (vogliamo parlare del test improvvisato di frenologia? Testuali parole: «Il suo trombo è così rigido, sporgente e protuberante che mi ha fatta trasalire». Ditemi voi se non è un frullato di sottintesi), l'altra un ciclone di energia che il padre tratta più come una paziente che come una figlia, tanto che all'inizio si può intuire la parentela solo dal fatto che la chiami per nome. Ben lungi dall'essere un'isterica come tante altre, invece, Charlotte è una donna generosa dalle idee troppo progressiste per essere accettate sulla condizione del proprio sesso.
Le due vengono contrapposte su tutta la linea in modo fin troppo visibile dal primo minuto in scena, come se non fosse già stato un meccanismo abbastanza ovvio, tanto per gradire, dar loro gli stessi nomi di battesimo di altre due sorelle famose, Emily e Charlotte Brontë: sarebbe anche uno schema apprezzabile, che forse ha reminiscenze classiche (penso ad Antigone e Ismene), se non fosse così trasparente.
Per sentirsi utile, Charlotte dirige una casa per i poveri nell'East End di Londra, dove ha fatto e continua a fare conoscenze discutibili, quali Fanny, una donna in perenne pericolo di sfratto che le dà una mano nella gestione, e l'ex prostituta Molly, che ha salvato dalle strade convincendo il padre ad assumerla come cameriera: una storia secondaria drammatica dalle grandissime potenzialità andata tristemente sprecata in nome del mantenimento di un tono per lo più leggero. Scelta azzeccata, volendo restare nel tracciato del genere commedia, ma che non giustifica del tutto il fatto che Molly diventi un personaggio-macchietta che usa un tono di voce sensuale anche quando c'entra come i cavoli a merenda, facendo suonare qualsiasi cosa dica come un'allusione spinta. Perfino l'innocente consiglio di mettere un po' di salsa sul pesce in bocca a lei pare l'offerta di servizi di un certo tipo! Ricordare il suo passato è un conto, ma così è troppo.
I soldi per l'opera di carità non bastano mai: il sogno di Charlotte sarebbe di avere duemila sterline per comprare i due edifici adiacenti, ma deve impegnare un paio di orecchini della defunta madre anche solo per averne duecento. Attraverso tutta una serie di situazioni, inclusa una scontatissima scena di scontro in cui le mani di Mortimer sembrano viaggiare da sé in direzione del seno di lei, comincia a chiarirsi quale delle due sorelle gli piaccia davvero, anche se ancora non lo ammette.
Intanto, il rapporto di lavoro che sembrava andare alla grande, tanto che – un po' per autoconvincimento, un po' per le spintarelle del dottore – Mortimer chiede a Emily di sposarlo con quella che dev'essere la proposta più fredda e inautentica della storia del cinema, smette di essere così idilliaco quando il nostro protagonista, talmente sfiancato dai massaggi da avere i crampi, spaventa una paziente toccandola (mi aspetto i brividi da parte femminile e magari, per empatia, pure da parte maschile) con una mano che aveva appena immerso in acqua ghiacciata per cercare sollievo. L'imbarazzo sale alle stelle e Mortimer, temporaneamente, viene cacciato dallo studio, ma la soluzione cade dal cielo nella forma di una delle strambe invenzioni di Edmund, che ha una smodata passione per qualsiasi oggetto in cui scorra questa sconosciuta, l'elettricità. Provando oziosamente un piumino per la polvere ad alta (per allora) tecnologia, Mortimer riscontra un immediato miglioramento dei suoi crampi grazie alla vibrazione dello strumento e, modifica tu che modifico anch'io, il piumino viene spennato come un pollo e diventa il primo esemplare al mondo di... parossismatore? Massaggiatore elettrico? Ululatore, vista la reazione di Molly in qualità di cavia numero uno? Le proposte strane per il nome non si contano.
Rassicurato dalle testimonianze dei due amici, Dalrymple acconsente a provarlo sulla paziente precedentemente insoddisfatta, una cantante lirica spagnola che, assurdamente ma non troppo, reagisce gorgheggiando a gola spiegata un'aria de La traviata.
Gaudio e tripudio! Granville e Dalrymple sono ancora soci, gli appuntamenti s'infittiscono, e soprattutto questo matrimonio s'ha (di nuovo) da fare!
Peccato che la sfarzosa festa di fidanzamento a casa di Edmund venga interrotta dall'irruzione di Fanny, sanguinante e seguita da due agenti di polizia: era stata catturata e ferita per non aver potuto restituire le duecento sterline con gli interessi.
Si scatena un putiferio durante il quale Charlotte colpisce un poliziotto; si fissa la data del suo processo e pare che l'unico modo per salvare il buon nome della famiglia sia di dichiararla isterica e farla internare. A tale scopo, Dalrymple chiede a Mortimer di testimoniare in qualità di esperto in materia, ma – con sorpresa di tutti tranne che del pubblico del film – il nostro protagonista arriva al tribunale in ritardo, tutto trafelato, e si pronuncia ormai convinto che l'isteria non esista, ripetendo testuali parole l'opinione che la sua amata aveva espresso poco tempo prima alla festa. Vi lascio immaginare la conclusione. Un indizio? Allarme spoiler: almeno è scongiurato il manicomio.
Nel frattempo, le rotelline nel cervello dell'amico inventore hanno continuato a girare e il magico strumento, diventato portatile, viene venduto direttamente alle donne, “per uso domestico!”, si dice in tono incredulo. Questo significa ulteriori profitti, che Mortimer prevedibilmente consegna a Charlotte insieme a tutta una serie di altri simpatici regalini: una pelliccia che contiene nella tasca interna gli orecchini ormai ricomprati e una proposta di matrimonio come si deve, coronata da un bacio.
Piuttosto divertente il finale in cui si mostra il nome commerciale definitivo dell'altrimenti innominabile gingillo, “Jolly Molly”, e tutto un montaggio di pudiche donne vittoriane che prima di azionarlo si guardano accuratamente in giro e/o chiudono pesanti tendaggi. Come ultimo colpo di coda, s'insinua che possa usarlo perfino la regina Vittoria in persona, nel segreto di Buckingham Palace: quanto sia storicamente accurata la cosa, non lo so, ma se consideriamo che si sussurrava che, lungi dal mantenere il lutto strettissimo fin dal lontano 1861, avesse di che trastullarsi tra i suoi servi preferiti...
A proposito di credibilità, alcuni particolari sparsi per gli appassionati del genere. La bicicletta di Charlotte è promossa per il rotto della cuffia: ha le ruote di dimensioni uguali, e da quel che ho capito il famigerato velocipede, con quella sproporzione che tutti abbiamo in mente, in quegli anni era già tramontato, ma non da molto. Pollici in su anche per la discussione tra Granville e il suo superiore che, entro i limiti della mia conoscenza della medicina ottocentesca, mi è parsa attendibile, e per la menzione delle pillole Beekman come rimedio universale in realtà ben poco efficace: ho scoperto da poco che esistevano davvero.
I costumi stavolta sono quasi tutti ben realizzati. La scelta delle forme e dei colori è di solito inappuntabile, con una buona resa delle differenze tra gli strati sociali, cravatte a pois che pare fossero molto indossate all'epoca, tournure ridicolmente (e correttamente) gonfie sui delicati posteriori delle ragazze e un Dancy a cui il cappello a cilindro dona parecchio (pardon, per me col cilindro sta bene qualunque essere dotato di cromosoma Y, non posso farci niente). Disgustoso ma accurato il dettaglio iniziale sui piedi del gran dottore che, con le scarpe tirate a lucido protette da immacolate soprascarpe, negli ultimi passi che lo separano dall'ospedale raccoglie il poco simpatico ricordino di un cane e alcune foglie secche, per poi ripulirsi sommariamente prima di entrare con uno sfregamento appena sufficiente a staccarle.
Bocciato, bocciatissimo, il look delle due sorelle alla festa di fidanzamento. Charlotte indossa un abito talmente diverso da quello di tutte le altre che anche un occhio inesperto si accorgerebbe che non è storicamente credibile: senza spalline, con una gran bella visuale sulla schiena della Gyllenhaal e di una forma che senza dubbio valorizza il suo corpo, ma getta tutta la grande attenzione messa fino ad allora dai costumisti... diciamo giù da un dirupo, per essere fini. Emily, d'altro canto, sarà pure attendibile dalla testa ai piedi, ma su quella testa ha una tale impalcatura di capelli da diventare una parodia di se stessa. Chiaramente questo non è altro che un espediente per mettere in risalto Charlotte e far restare nell'ombra la protagonista solo teorica dell'evento, come se non l'avessimo già capito dall'equivoco dei St. John-Smythe senior che scambiano Charlotte per la fidanzata.
Insomma: un tema pruriginoso affrontato con (abbastanza) stile, un quadro intelligente della condizione femminile nell'Ottocento e oltre, ma anche una commedia senza la minima sorpresa, con schemi narrativi talmente lapalissiani da far ridere involontariamente. Buono per passare cento minuti tondi tondi gradevoli, ma non di più.
Valutazione complessiva: