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venerdì 17 febbraio 2017

Donne, du du du...



Ovvero: istruzione e stereotipi di genere


Salve a tutti!

Sì, questo blog esiste ancora, quale inaspettata rivelazione. Lo so, sparisco sempre e torno solo ogni tanto con qualche dubbio guizzo d’ispirazione, ma spero che possiate accontentarvi e apprezzare lo stesso quanto segue.

Oggi vorrei dire la mia su un argomento di quelli delicati, di cui si parla all’infinito e sembra di non dire mai abbastanza: i tanto vituperati stereotipi di genere che, a sentire una certa corrente, danneggiano le future prospettive di carriera delle ragazze fin dall’infanzia.



Perdonate l’inglese imperante: credo che il messaggio passerebbe pure in aramaico, e comunque non è mai una cattiva idea fare un po’ di esercizio!

Le statistiche citate dagli innumerevoli articoli e video a tema come questo possono cambiare un po’ a seconda di com’è stato fatto il calcolo, ma il cuore dell’argomentazione è sempre il medesimo: da una certa età in poi, molto prima di quanto ci si renda conto, le bambine perdono interesse per i campi cosiddetti STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) perché convinte di essere meno intelligenti dei maschi, o comunque meno portate per le discipline scientifiche.

Ora, io non voglio affermare né che sia vero né che sia falso in generale. Voglio solo permettermi di raccontare com’è stato per me, per giungere alla conclusione che forse, ma proprio forse, queste femministe inalberate, per quanto animate dalle migliori intenzioni, affrontino la questione in maniera non dico sbagliata, ma almeno un po’ incompleta.

Partiamo dalle basi: a me nessuno ha mai detto in faccia che le femmine, o la sottoscritta in quanto femmina, fossero meno intelligenti dei maschi o per natura meno inclini alle scienze dure. Di fatto, un periodo della mia vita in cui ero brava in matematica c’è stato, ed è durato all’incirca fino alla quarta elementare. Lo ricordo come un passaggio fondamentale: la maestra che ci insegnò a far di conto fino alla quarta e che tutti adoravamo per la sua dolcezza e i suoi metodi divertenti e coinvolgenti andò in pensione senza riuscire a portarci fino in quinta e fu sostituita da un’altra, che col senno di poi probabilmente era ingiusto giudicare male come la vedevo allora, ma che ci confuse tutti quanti. Con lei mi pareva di non essere più capace di fare cose che fino all’anno prima mi riuscivano benissimo, e cominciai ad aver paura della matematica. Ho sudato sui numeri da allora, a prescindere dai diversi insegnanti avuti, ciascuno con i propri modi e le proprie pretese. Ma nemmeno lei favoriva in alcun modo i maschi: eravamo spiazzati tutti.

In compenso, e qui sta il bello, capii che mi piaceva scrivere. Mi era sempre piaciuto, a dirla tutta, ma fino alla quarta forse non avevo una singola materia preferita. Magari avrei addirittura risposto “matematica” alla fatidica domanda, perché quando facevo i compitini per la maestra tanto buona e simpatica mi divertivo di più, ma per essere onesti non avevo ancora capito da che parte tendessero le mie inclinazioni naturali. Mi piaceva imparare, punto. Tutto. In quinta, con la delusione della nuova insegnante, mi buttai sul lato opposto anima e corpo e scoprii che, ohibò, scrivere era proprio una gran bella cosa che non mi faceva venire altrettanto mal di stomaco! Ed eccomi qua a scrivere per voi. Quel fatidico cambio è stata una delle esperienze più formative della mia vita, se vogliamo essere sinceri.

Però, però… capite cosa vuol dire essere una giovane donna che studia materie umanistiche e trovarsi davanti al naso analisi come quella riportata sopra? Fa venire dubbi infiniti. Fa star male. Almeno in parte, in quello stereotipo mi devo riconoscere: anch’io sono una femmina che ha perso interesse per le materie STEM durante l’infanzia, poco importa che la causa della perdita d’interesse, per come la percepisco io, sia ben diversa da quella indicata. E se stessi dando la colpa alla maestra erroneamente? E se avessi subito questo apparente lavaggio del cervello senza rendermene conto? E se fossi stata destinata a una brillante carriera che avrebbe messo in ombra pure Margaret Hamilton? E se, e se, e se…?

Ma come si suol dire, “con i se e con i ma la storia non si fa”. È successo quel che è successo, io ora studio materie umanistiche, mi piace farlo, e grazie tante. Non lo faccio perché credo che le donne non siano tagliate per fare le scienziate, ma perché credo che questa donna che sta scrivendo questo post abbia tutto il diritto di questo mondo di prendere un’altra strada per sincero interesse.

Alle femministe arrabbiate vorrei dire, alla fin fine, soltanto questo: noi studentesse non STEM, felici e per nulla limitate dalla nostra scelta, esistiamo. Se vedete una donna che sceglie Lettere o Filosofia, provate almeno a non presumere che l’abbia fatto perché persuasa dal padre, dai fratelli o dagli insegnanti (magari maschi) di non poter fare altro. Io trovo parte della radice di quel che sono ora in due insegnanti donne, addirittura, sicuramente entrambe valide, ma di cui una mi piaceva e l’altra no. Il sesso non ha niente a che fare con la loro bravura.

Non ho intenzione di negare che esista un marketing separato per genere nel vestiario e nei giocattoli, con l’azzurro da una parte e il rosa dall’altra e i giochi “da femmine” che a quanto pare ci vogliono tutte o casalinghe disperate o bellissime principesse, come se gli unici due modelli disponibili fossero le due opposte versioni di Cenerentola, mentre quelli “da maschi” propongono un ideale o di uomo d’azione stile supereroe o di intelligentissimo scienziato, col Piccolo Chimico e similari. Sarebbe da stupidi. Vedo benissimo che è così.

Ma non ho intenzione di permettere che un’invasione di video e articoli sull’argomento, per quanto veritieri, mettano in dubbio la validità del modo in cui sono stata cresciuta. Sentir dire, generalizzando a volontà, che le bambine vengono educate in funzione di stereotipi femminili limitanti e dannosi, è molto semplicemente un insulto ai miei genitori che non intendo sopportare. Non è così per tutte, alla faccia dei vari hashtag #YesAllWomen che impazzano sulle pagine delle femministe irriducibili.

Sì, ho avuto una cucina giocattolo.

Sì, ho avuto un’infinità di Barbie.

Sì, guardavo i film Disney in cui le principesse erano buone solo a cantare canzoncine e farsi salvare dal principe di turno.

Ma da piccola mi scambiavano per un maschio per via dei capelli corti.

Ho avuto il mio bravo set per gli “esperimenti scientifici” e, anche senza quello, riuscivo a fare infiniti pasticci nella cucina della nonna dopo aver guardato con gran piacere l’ultimo episodio de Il laboratorio di Dexter. E odiavo la sorellina scema.

Oltre al desiderio infantile di essere una principessa, ho avuto periodi di fissazioni decisamente “maschili”, se vogliamo dar retta ai compartimenti stagni, come le gerarchie dell’esercito e lo spionaggio alla James Bond.

Sì, vestivo e rivestivo le mie bambole e inventavo storie su storie. Ma le mie compagne di plastica erano impegnate anche in attività molto meno fashion, tra cui i tuffi acrobatici alla Tania Cagnotto e improbabili acrobazie circensi appese al filo del telefono.

A sentire mia madre adoravo Biancaneve e Cenerentola, ma quel che ricordo io è di aver corso per tutta la casa usando l’asta della nostra bandiera italiana come il lungo bastone con cui si allenava Mulan. Sapevo benissimo che a volte la principessa si salva da sola.

Questo non sembra proprio il profilo di una futura donna limitata dagli stereotipi di genere, o sbaglio?
Eppure eccomi qua. Studio Filologia, scrivo, se vedo un’equazione a distanza di dieci metri scappo. Uno stereotipo vivente. O no?

mercoledì 25 novembre 2015

L'abito non fa il monaco... e il titolo?

Riflessioni post-laurea



Salve a tutti!
Perdonate l’ennesima lunga sparizione, ma durante quest’ultimo periodo di silenzio sono successe tante cose, la più grossa delle quali è che mi sono laureata.
Spero dunque che giustificherete un post un filino più egocentrico del solito. Sento il bisogno di buttar giù qualche riga sul valore di questo parolone che mi è piovuto addosso dal cielo, “dottoressa”, e chiaramente dovrò parlare estesamente della mia esperienza per farlo.
Quello che mi chiedo è perché certa gente dia ai titoloni tanto valore. Non propongo di abolirli, per carità, né intendo sminuire la fatica di nessuno nell’ottenerli, perché così facendo svilirei anche me stessa, e questo vedete bene che è illogico (immaginate che io abbia appena sollevato un sopracciglio à la Spock, se vi pare). Laurearsi è un parto, in un certo senso: in questi ultimi mesi, quando chiamavo scherzosamente ma non troppo la tesi “la mia bambina”, non esageravo poi tanto. Dunque non ritengo che richieda poco sforzo, o che non si debba riconoscere il valore della laurea. Lungi da me.
Ma il peso dato alla parola “dottore”, francamente, un po’ mi schiaccia, e non perché sia troppo piena di significato, ma perché è troppo vuota. Sembra un paradosso, ma vedrete che non lo è. Cerco di spiegarmi meglio con un esempio pratico, il mio.
Ho conseguito il titolo il 23 settembre 2015. Ebbene? Quando scatta la magia? Il 23 sono miracolosamente diventata una persona diversa rispetto al 22? Oppure per far funzionare l’incantesimo ci vuole una sola ora, cosicché non ero nessuno alle tre e, abracadabra, ero diventata qualcuno alle quattro? O cinque minuti? Plebea alle 15:55 e improvvisamente nobilitata alle 16:00? O una manciata di secondi, quelli necessari alla presidente di commissione per finire la frase? Neanche fosse “bibidi bobidi bù”. Francamente, non faccio nomi, ma la professoressa nel ruolo della Fata Smemorina non ce la vedo proprio.
Visto? Davvero un pessimo effetto, non trovate?

No, scusate tanto, ma per me non funziona così. A renderti una persona diversa e – si spera – migliore non è la discussione della tesi, che, parliamoci chiaro, è stata uno dei momenti più adrenalinici della mia vita, né tantomeno qualche frasetta cerimoniale seguita da un giro di strette di mano. È l’esperienza intera, con i suoi alti e bassi, gli sforzi intellettuali e, diciamocelo, anche fisici che implica (sondaggio tra studenti più o meno in crisi: voi dopo un esame avete fame? Io non sono brava a valutare il consumo di calorie che comporta, ma sono convintissima che qualcosina si bruci!). Il titolo altro non è che una formalizzazione di questo percorso, un qualcosa che serve a dire al mondo che l’hai fatto, che sei sopravvissuto anche a questo, ma anche se non ci fosse, io per parte mia non rischierei certo di scordarmelo. Mi ha lasciato dei segni, metaforici ma neanche tanto, che se anche fossi mai stata interessata a farmi un tatuaggio sarebbero già sufficienti a levarmi la voglia. Anche se nessuno mi chiamasse mai più “dottoressa”, quel che ho passato lo saprei io. So quanto ho sudato per arrivare fin qui, ricordo ogni crisi isterica pre-esame, l’incubo in cui il professore sembrava parlare in ostrogoto antico del Nordest (?) per quanto ne capivo, quello in cui il mio inconscio o chi per esso assimilava gli esami agli Hunger Games, quello in cui ricevevo un maldestro tentativo d’incoraggiamento a suon di onore guerriero da parte di Worf (Star Trek: The Next Generation e Deep Space Nine, per chi non è abbastanza nerd da saperlo) e anche quello in cui un fantomatico scritto d’inglese veniva valutato in tandem dalla mia maestra delle elementari e dal presidente Obama. Credetemi, so quanto vale una laurea. Ma lo saprei anche senza titolo.
Perché insistere tanto? È una questione di rispetto, direte voi. Ma il rispetto non sta in una sola parola, sta in tutto l’atteggiamento che viene prima, durante e dopo. Se non mi chiamano “dottoressa” ogni due per tre, io non la percepisco affatto come mancanza di rispetto. Per esempio, mi sento più rispettata da una persona che, senza usare questa benedetta parola, mi coinvolga in una conversazione interessante da pari a pari e mostri di prendere sul serio il mio punto di vista che da una che usi mille titoli e salamelecchi e poi mi annoi a morte blaterando di argomenti in cui non posso inserire più che qualche “Certo”, “Infatti” e “Mm-hm” di circostanza, ignorando il mio disinteresse e andando avanti come un bulldozer.
Obietterete che se non uso il titolo che uno si è guadagnato col sudore della propria fronte quella persona potrebbe offendersi. Nulla di più distante dalle mie intenzioni. Il titolo, se so che una persona ce l’ha, lo uso, perché la convenzione sociale dice così e va seguita, che mi piaccia o no. Ma siamo proprio sicuri sicuri che il valore di un uomo o di una donna stia in quelle poche letterine prima del nome? Non ditemi che non vi è mai capitato di conoscere qualcuno che titolato non è, ma che per voi vale dieci dottori, cinque chiarissimi professori e tre eccellenze, perché ha fatto esperienze di vita che certi eruditi si sognano, o perché è una persona di buon cuore che vi ha aiutato quando altri, con le loro fior di pergamene appese alla parete dello studio, vi hanno voltato le spalle.
E poi, onestamente, questo titolo quanto vale davvero? Sia chiaro, ancora una volta, che non voglio sminuire proprio nessuno (ricordate quello che ho detto prima: se sminuisco i dottori in generale, sminuisco pure la sottoscritta), ma guardiamo i fatti: la società cambia, e il valore dei titoli con essa.
Mi hanno regalato un set di biglietti da visita con il mio nome preceduto da questa sigla benedetta. Grazie mille. Non ho (ancora) l’abitudine né l’occasione di distribuirli a destra e a manca, ma grazie mille. Non sputo in faccia a un regalo. Mi piace pensare di essere stata educata meglio di così. Ma proprio perché, per ora, l’utilità pratica di questo dono così elegante è pochina, è dolorosamente chiaro che si tratti di un gesto compiuto per la soddisfazione di vederlo scritto da qualche parte. Dato che una targa sulla porta sarebbe un po’ troppo, si è deciso di ripiegare sui biglietti, diciamo. Ma io non ho passato tre anni della mia vita a studiare per una targa o per un set di biglietti o per non so quale altra gloriosa scritta. L’ho fatto per me stessa, per migliorarmi, per imparare, per fare esperienze, e tutto questo sarebbe successo ugualmente anche se non fosse stata versata una sola goccia d’inchiostro per sottolinearlo.
Eppure c’è gente, anche a me molto vicina, che a vederlo scritto e a sentirlo dire tiene più di me. Una figlia, una nipote dottoressa suona bene. Per la gran carità, suona bene pure a me, ma non tanto da pensare che debba precedere il mio nome ovunque io vada. Ora che frequento la magistrale, dovrei sentirmi svilita dai non rari professori che danno del tu agli studenti e inalberarmi a nome mio e dei miei colleghi perché non ci chiamano tutti dottori e dottoresse? Semmai mi fa ancora un po’ strano il contrario: ho impiegato un 90% buono della mia esperienza con la triennale solo a cominciare ad abituarmi al “lei”! Dovrei arrivare all’estremo francamente ridicolo di pretendere il titolone sempre e comunque da tutti, anche da chi fino a due mesi fa non si faceva problemi a chiamarmi per nome? Ma fatemi il favore! Attaccarsi tanto al titolo è, diciamolo gentilmente, una pratica un po’ vintage. E lo dico solo perché scrivere la parola “anacronistico” mi fa paura, probabilmente mi attirerebbe un po’ di ire funeste, quindi evitiamo.
La parola “dottore” è inflazionata. Non lo dico né con gioia né con malinconia. È un semplice dato di fatto: oggi ci sono, numeri alla mano, più dottori che in passato. Sì, mi sono laureata, e questo fa di me, legalmente, una dottoressa. Questo fa un effetto molto diverso su mia nonna che su di me, tanto per fare un esempio. I miei nonni, benedetti loro, sono della generazione che chiama “scuole alte” le superiori, figurarsi l’università. Sono ancora intrisi di un’idea di società diversa, cristallizzata come un insetto in un pezzo d’ambra. Percepiscono una nipote dottoressa come un avanzamento sociale, sono convinti che ci sia qualcosa di speciale in quelle dieci letterine, non si rendono conto di quanto stia diventando comune.
Non ne faccio loro una colpa, ma le cose ormai stanno diversamente da come le vedono. Per me, l’idea di andare all’università era praticamente scontata. So che dovrei essere molto più grata per il mio diritto allo studio di quanto queste frasi mi facciano sembrare, e lo sono, fidatevi, ma devo di necessità essere un po’ brutale. Per valere qualcosa sul mercato del lavoro, non avevo alternative.
Osserviamo da vicino un normale percorso d’istruzione di oggi. Userò il mio come esempio perché lo conosco meglio, e mi rendo conto che ce ne siano (per fortuna!) di diversi, ma ritengo che sia adatto a spiegare bene quello che intendo.
Partiamo da lontano: zainetto in spalla, primo giorno di scuola elementare. Mi aspettano cinque anni, e di scelta non ce n’è. Chiamasi scuola dell’obbligo, e questo nome esiste per un motivo ben preciso.
Poi vengono le medie: altri tre anni fissi, siamo ancora in quella lunga fase in cui la scuola è sì un diritto, ma è anche, per legge, un dovere.
Successivamente migro verso il magico mondo delle superiori, nel mio caso il liceo classico. E qui succede la prima cosa strana: l’obbligo dura fino a sedici anni. Sedici. Ohibò e poffarbacco. Ciò vuol dire che una parte è obbligatoria e l’altra no! Volendo, potrei mollare. Certo che non voglio (be’, a parte in quei momenti in cui la versione di greco di turno mi fa strappare i capelli), però, accidenti, potrei. Ma parliamo con franchezza: al giorno d’oggi, chi lascia la scuola a sedici anni lo fa per motivi gravi. Non ho intenzione di giudicare, né bene né male, chi decide di farlo, ma a meno che la vita non gli metta tra le ruote delle travi portanti, più che dei bastoni, per lo più lo studente medio della mia generazione a sedici anni non smette. E allora andiamo avanti e acceleriamo la videocassetta fino alla maturità. Adrenalina in corpo a mille, studio matto e disperatissimo, tema su Montale, versione di Aristotele, quizzone, il temutissimo orale. E ora?
E ora, be’, suvvia, l’università è uno sbocco naturale per il classico, non vorrai mica smettere adesso! No, certo che no. Non voglio dire che l’università non fosse una prospettiva attraente. Non vedevo l’ora di cambiar musica, ad essere proprio sincera, e con questo non intendo accusare nessuno. Dopo cinque anni, è fisiologico essere stanchi e aver bisogno di un nuovo inizio. Dico solo che non c’è mai stata una vera scelta, se non quella della facoltà e della città dove frequentarla. L’obbligo, questo mostro con le catene ai polsi e la palla al piede, è finito già da un po’, formalmente, ma informalmente è ancora lì, vivo e vegeto. Seconda stranezza.
E allora via, nuova casa, nuovi amici, nuove abitudini, nuovo tutto. Si sentiva proprio la necessità di una boccata d’aria fresca, e alla faccia della boccata. Sono stati, giustamente, i tre anni più intensi della mia vita, ed è altrettanto giusto che si siano conclusi con un riconoscimento in pompa magna.
Ma una laurea conseguita nel 2015, socialmente, ha ancora lo stesso valore di una del 1965 o di ancor prima? Il “pezzo di carta” è diventato sempre più necessario col passare degli anni, è diventato un requisito anche per svolgere lavori che prima non lo richiedevano, e qui torniamo alla vecchia questione del valore di una persona.
Prendete gli infermieri, per esempio. Oggi esiste la facoltà di Scienze Infermieristiche, e grazie al cielo esiste! Tutti vogliamo che l’infermiere che si occupa di noi quando stiamo male sia il meglio del meglio che l’ospedale ha da offrire. Ma non è sempre stato così. Un tempo, fino alla generazione di mia madre e anche oltre, era sufficiente iscriversi a una qualunque scuola superiore, generalmente di stampo professionale, e frequentarne due-tre anni per poi passare alla scuola per infermieri, una scuola di ordine molto pratico che prevedeva una lunghissima e men che piacevole gavetta in ospedale. Questo significa che attualmente nei nostri ospedali lavorano tranquillamente infermieri provenienti da entrambi i percorsi: i giovani usciti freschi freschi da Scienze Infermieristiche da una parte, e dall’altra i più “veterani” che hanno ottenuto il posto quando la facoltà non era nemmeno ancora stata fondata. E voi, dove con “voi” intendo la parte dei miei lettori con le conoscenze mediche dell’italiano medio, quando andate a fare il prelievo periodico del sangue riuscite a distinguere i laureati come se avessero scritto “dottore” in fronte, o li trovate entrambi ugualmente bravi (o, ahimè, un po’ meno bravi) a svolgere simili compiti di routine?
Con ciò non intendo dire né che la facoltà non avrebbe ragion d’essere, né che Scienze Infermieristiche faccia parte di quell’elusivo gruppo di indirizzi universitari perfidamente soprannominato “Scienze delle Merendine”. Per la carità! Sono laureata in Lettere, le materie umanistiche sono le prime a cadere come mosche sotto i colpi di tali appellativi non troppo lusinghieri, non mi permetterei mai di sparare giudizi simili sugli altri. Ma se avere il titolo fosse indispensabile come l’aria che respiriamo, non credete che butterebbero fuori a calci tutti gli infermieri un po’ più attempati perché non più adatti ai requisiti più selettivi della medicina moderna?
E delle maestre che mi dite? Oggi diventare insegnante, a qualunque livello, è una gran complicazione. Lo so più per sentito dire che per esperienza diretta, perché per quanto si ripeta che l’insegnamento è la prosecuzione naturale degli studi di Lettere, non è questo che intendo fare, quindi posso riferire poco o nulla, basandomi sulle esperienze dei colleghi che inveiscono contro i crediti necessari, il TFA e non so che altro.
E per le maestre elementari, che hanno il delicatissimo compito di formare i bambini, esiste quest’altra relativa novità chiamata Scienze delle Formazione. Ma anche quella, rispetto ad altre, è una facoltà assai giovane. Cosa succedeva prima? Leggete e trasecolate: le maestre elementari dei “bei” tempi andati, di cui ho già avuto modo di parlare, non erano nemmeno laureate! Quale immenso orrore! Dopo le medie facevano le magistrali, che duravano quattro anni. Avete letto bene, quattro. Di fatto, in termini di tempo, studiavano meno di un ragioniere o di tante altre figure professionali a cui si richiedesse di completare almeno una scuola superiore da cinque, eppure erano rispettatissime, alla maestra si aveva paura perfino di dare torto.
Finita la pericolosa digressione in questo campo che conosco così poco, tiriamo le somme: a mio modestissimo parere, il concetto di “scuola dell’obbligo” sta invecchiando, e invecchiando cambia, non significa più la stessa cosa. C’è l’obbligo di legge, e poi ce n’è un altro tipo, più sottile, che forse assume forme e durate diverse per ciascuno di noi. Il primo si ferma a sedici anni, il secondo… be’, non lo so, ma ho come l’impressione che stia crescendo a vista d’occhio. Per me si è esteso come minimo alla triennale, e francamente sento che resiste ancora adesso. Una laurea magistrale sta meglio sul curriculum, e pertanto va ottenuta.
Non dico che questo sia una brutta cosa. Tutt’altro. So di essere fortunata, privilegiata, a vivere in un Paese in cui il diritto allo studio ha raggiunto un punto tale da farmi prendere l’università come un dato di fatto. Eppure… bella soddisfazione, essere chiamata dottoressa dopo aver fatto soltanto una lunga, lunghissima scuola dell’obbligo. Che gusto c’è nei titoli, a questo punto? Inventiamone uno anche per i bimbi che finiscono la quinta. Ogni ciclo dovrebbe averne uno, per quello che valgono.

martedì 23 dicembre 2014

Finger knitting, che passione!

Un'idea regalo dell'ultimo minuto

Saluti a tutti quanti e, visto che siamo nel periodo, buone feste a chi le celebra. A proposito di feste, ormai è quasi Natale: avete già pensato ai regali? Come sarebbe a dire, no? Non preoccupatevi, la vostra gatta di biblioteca è qui per salvare la situazione! Oggi vi parlo di una tecnica semplicissima e divertente che ho trovato per puro caso in giro per il Web: il finger knitting, che per chi non ci sa fare con l'inglese significa lavorare a maglia con le dita. Proprio così: con queste istruzioni potrete confezionare facilmente, in una pigra serata invernale, una simpatica sciarpa ad anello senza toccare neanche un ferro, ma solo con le mani! Se avete una parente o amica freddolosa, è il regalo perfetto (ma anche se non l'avete: io ne ho realizzata una per la persona meno freddolosa che conosco!).
OCCORRENTE:
Un gomitolo di lana molto spessa o, meglio ancora, due un po' più sottili
Un paio di forbici
Opzionale: quattro penne o matite
Le vostre dita
Tanta pazienza
COME SI FA:
Premessa: le istruzioni sono scritte presumendo che siate destrorsi. Suppongo che a un mancino possa essere più comodo scambiare i ruoli delle due mani, ma non so se o come cambi il procedimento in questo caso. Inoltre, da qui in poi si darà sempre per scontato che abbiate scelto di usare due fili insieme, ma la procedura con uno solo è identica.
Per prima cosa, togliete eventuali anelli dalla mano sinistra, o il filo vi si potrebbe incastrare. Trovate il famigerato bandolo della matassa e legatevelo al pollice sinistro con un nodo scorsoio semplice. Cercate di non fare il nodo proprio all'estremo, ma di lasciare un po' di filo inutilizzato. Sembra senza importanza, ma se non lo fate ora avrete problemi dopo: quei centimetri che paiono inutili all'inizio serviranno alla fine. Afferrate i fili tra il pollice e la base delle altre dita.


Assicuratevi di aver svolto un po' i gomitoli (sarà un gesto che dovrete ripetere più volte: si lavora meglio se non tirano troppo) e prendete nella mano destra i due fili contemporaneamente. Da qui in poi li userete sempre insieme, come se fossero uno solo: per questo un gomitolo spesso e due più sottili si equivalgono. Fateli passare sopra l'indice, sotto il medio, sopra l'anulare e sotto il mignolo.



A questo punto avvolgete i fili intorno al mignolo e tornate indietro: sotto l'anulare, sopra il medio e sotto l'indice.



Noioso? Complicato? No problem, una delle parti peggiori è appena finita. Fate passare i fili sopra le dita, tutte e quattro, senza fare altri slalom, e lasciateli momentaneamente andare. Per non fare confusione, assicuratevi che la parte di filo che avete fatto passare tra le dita si trovi proprio alla base, più in basso che potete, e la parte appoggiata sopra un po' più in alto. Abbassare i fili sarà un altro di quei gesti che vi ritroverete a compiere spesso. Mi raccomando, fatelo: rende tutto più chiaro e previene molti errori.

Ora, partendo dal mignolo, sollevate il filo in basso e sfilatevelo da ogni dito facendolo accavallare su quello in alto, di fatto scambiandoli. Aiutatevi in questo passaggio piegando il dito di turno, così eviterete che il punto scivoli via.





Una volta assicurati i fili alle dita in questo modo, afferrateli e fateli passare sotto l'intera mano e poi sopra: dovreste trovarvi in una situazione simile a prima, coi fili che passano intorno all'indice e attraversano tutte e quattro le dita che state usando come telaio.

Accavallate di nuovo i fili dito per dito, sempre con quello sotto che passa sopra e si sfila. Ripetete il procedimento a oltranza, fino alla fine dei gomitoli. Sarà un lavoro ripetitivo, ma ne varrà la pena. Dopo qualche passaggio, la vostra sciarpa comincerà a pendere dal dorso della mano e dovrebbe avere più o meno questo aspetto. Sembra bruttino e terribilmente sbagliato, ma vi assicuro che è giusto.

Quando comincia a prendere forma sfilate il nodo dal pollice e scioglietelo. Tirate piano l'estremità e guardate cosa succede: dovreste ottenere una grossa treccia che vi dà l'idea dell'aspetto finale del vostro lavoro. Da qui in poi, consiglio di dare una gentile tiratina ogni tanto, senza cadenza regolare, quando vi viene in mente, giusto per assicurarvi che il vostro serpentone di lana intrecciata stia crescendo bene.

Premiamo fast forward sul telecomando: ora dovreste avere un gran bell'accumulo di sciarpa accanto a voi e due gomitoli che, via via che lavorate, si fanno sempre più piccoli.
Oh, no! Avete necessità d'interrompere il lavoro per riprenderlo in seguito (inventatevi voi il motivo). Come fare a sfilare il tutto senza perdere i punti in corso? Assicuratevi per prima cosa, per evitare confusione, di trovarvi all'inizio (o alla fine, a seconda dei punti di vista) di un giro.
Prendete quattro penne o matite, meglio se con alcune caratteristiche precise: tutte diverse d'aspetto, in modo da potervi ricordare quale fosse associata a quale dito, e più lisce possibili, senza pupazzetti all'estremità né altri ostacoli allo scorrimento. Con molta attenzione, sostituite ogni dito con una di esse. Fate qualche esperimento: potreste trovarvi meglio sfilando il punto e inserendovi subito la penna o matita, oppure allentandolo in modo da infilarla insieme al vostro dito per poi toglierlo e lasciarla da sola.
Una volta ripetuto il procedimento con tutte e quattro, dovreste trovarvi entrambe le mani libere e il lavoro interrotto dovrebbe apparire all'incirca così:

Andate a fare quel che dovete e, al ritorno, fate il gesto inverso: sostituite ogni penna o matita con il rispettivo dito. Se necessario, fatevi aiutare in questi passaggi da una seconda persona: io ho riscontrato qualche difficoltà nel farlo da sola, e ho sicuramente trovato più complicato riprendere che interrompere. È una tecnica lenta, che non va affatto bene se il vostro bisogno di fermarvi è improvviso, ma purtroppo non ne conosco altre.
Mandiamo avanti ancora un po' la cassetta (sì, sono antica, ma mi è simpatico l'effetto che fa un VHS accelerato, con le righe che attraversano lo schermo e i tipici rumorini associati, un DVD non dà l'immagine mentale che cercavo!) e vediamo cosa succede quando avete finito. Un consiglio spassionato: quando vedete che i fili sono agli sgoccioli, cercate sempre di fare un giro in meno piuttosto che uno in più. Ai fini della chiusura della sciarpa, è molto più scomodo trovarsi con un'estremità troppo corta e difficile da maneggiare che con una troppo lunga che si può poi semplicemente tagliare. Assicuratevi di nuovo di trovarvi tra un passaggio e l'altro, prendete il poco filo rimasto e fatelo passare sotto la parte avvolta al mignolo.

Sfilate la lana dal mignolo e tirate piano: l'estremità dovrebbe cominciare a chiudersi come in foto. Fate lo stesso con le altre dita, una per una, fino a liberarvi tutta la mano.

Ora ripescate l'estremità iniziale dal mucchio di lana che si sarà sicuramente formato, trovate un buco qualsiasi tra i primi punti di quella opposta e infilatevi la parte extra di filo: ora capite perché all'inizio bisognava lasciarne pendere un po', vero? Fate lo stesso all'altro capo e legate le estremità con il più semplice dei nodi. Il tutorial che ho seguito suggerisce di ripetere la procedura un altro paio di volte per maggiore sicurezza, ma così facendo io ho riscontrato un problema: tende a formarsi una sorta di accumulo, mentre noi puntiamo a una chiusura invisibile. Furbescamente, io mi arrangio chiudendo con un nodo doppio o pure triplo, senza ripetere. Giuro che funziona, ho tirato e non si sfila. Basta stringere più che si può.


Armatevi di forbici e, con molta attenzione, tagliate l'eccesso: dovete tagliare vicinissimo alla chiusura, in modo che non resti più nulla di pendente, ma senza spezzare inavvertitamente altre parti.

Dovreste avere un enorme anello di lana intrecciata, a prima vista non semplicissimo da maneggiare, come quello in foto.

Afferratelo in qualsiasi punto e mettetevelo al collo (o, se la chiusura non vi è riuscita perfetta, assicuratevi che si trovi dietro, dove si vede poco) e cominciate a fare diversi giri, finché la sciarpa smetterà di pendere fino a terra. Il bello è che potete tenerla larga o stretta quanto volete. Se siete maldestri come me, avrete bisogno di qualche esperimento per trovare la larghezza giusta: io ho fatto una prova e l'ho messa troppo stretta, non dico fino a soffocare, ma procurandomi un certo fastidio. Messa come si deve è comodissima, promesso.

Forza, armatevi tutti di gomitoli: avete ancora il tempo di confezionare un regalino per riscaldare qualche conoscente sensibile al freddo in questo inverno appena cominciato! Con meno lana, meno pazienza o una combinazione delle due cose, potreste realizzare con lo stesso sistema anche dei simpatici bracciali artigianali.
Come ultimo colpo di coda, ringrazio di cuore la mia amica S. che si è prestata come modella: per realizzare le foto del tutorial ci volevano almeno tre mani, due che lavorassero e una che scattasse! Thank you, merci, gracias, danke, arigato, insomma... ci siamo capite! Sarai ricompensata per l'impegno con un esemplare tutto tuo, il che poi è solo una scusa per farne un'altra: una volta cominciato, non ci si ferma più, parola di Gatta.