giovedì 3 aprile 2014

"Non è vero, ma ci credo"

Superstizione, sì o no?

Salve a tutti! Come va la vita? Vi sentite fortunati in questo periodo, oppure vi sembra di essere perseguitati dalla malasorte?
Qualunque sia il vostro caso, alzi la mano chi ha qualche sistema per attirarsi il favore della dea bendata o, all'inverso, tenere lontani i guai. Avanti, non c'è niente di male. Sotto sotto, credo che siano ben pochi quelli che non hanno mai, e dico proprio mai, alcun comportamento teso a far andare la vita un po' meglio. Dopotutto, chi non lo vorrebbe?

Si fa presto ad affermare con orgoglio razionalista di non essere superstiziosi, ma la verità è che per non esserlo non è sufficiente passare impuniti sotto tutte le scale che capitano e non far tragedie per uno specchio che va in pezzi. Quel pizzico quasi impercettibile di superstizione c'è anche dove non sembra. La stessa persona che, poniamo, ieri si è rifiutata di fare la scenetta del sale versato e poi gettato dietro la spalla, domani avrà un colloquio importante e puntualmente si metterà la stessa cravatta che aveva indossato l'ultima volta che gliene era andato bene uno. E non è superstizione, questa? Certo che lo è, solo una versione personale invece di una comunemente accettata! Il concetto, a ben vedere, è lo stesso: si tratta sempre di adottare una linea d'azione che si crede fermamente possa influenzare in positivo gli eventi, quando in realtà le due cose sono completamente scollegate. L'uomo, da che mondo è mondo, quando vede un effetto va a cercarne la causa; se poi azzecchi quella corretta è tutta un'altra faccenda. Prende piede la convinzione che un gatto nero che attraversa la strada porti male (quando l'unico potere nefasto del povero micio era quello, nei tempi antichi, di spaventare i cavalli di notte e far loro disarcionare qualche malcapitato viaggiatore)? Chi ne vede uno e ci crede attribuirà qualsiasi evento negativo successivo alla palla di pelo, anche se non c'entra nulla. Il primo colloquio con quella cravatta al collo va bene? La si metterà anche al secondo, quando invece la probabilità di dire qualcosa di sbagliato davanti al Megadirettore Galattico non è affatto diminuita.


Un momento, ne siamo proprio certi? Davvero i portafortuna non hanno alcun effetto? Allora perché portandoli con sé ci si sente così bene?
E proprio qui sta la sorpresa: se un oggetto o un atto scaramantico non possono avere alcuna influenza sugli altri, ne hanno eccome su di noi, e se forse col loro aiuto non saremo più fortunati nel senso che le casualità saranno tutte a nostro favore, è possibilissimo che sapremo giocare meglio le più o meno metaforiche carte che ci capitano, buone o cattive, e ci sono fior di studi che lo dimostrano.
In cinque diversi esperimenti condotti presso la Booth School of Business dell'Università di Chicago (Usa), è stato chiesto a dei volontari di tentare la fortuna in alcuni giochi dopo aver compiuto azioni scaramantiche come toccare ferro, oppure non scaramantiche come ad esempio lanciare una palla. Risultato? Chi aveva compiuto il gesto propiziatorio era meno preoccupato se la prova andava male, e già questo è un primo effetto benefico della scaramanzia. Ma non solo: gli scaramantici che avevano perso la sfida mostravano in seguito di aver dimenticato la propria malasorte e di non aver perso la sicurezza in se stessi.”*
E ancora: “In uno studio pubblicato su Psychological Science, la psicologa Lysann Damisch dell'Università di Colonia (Germania) ha dimostrato che gli amuleti migliorano realmente le prestazioni degli sportivi e li rendono più sicuri e determinati a vincere. Nell'ambito dell'esperimento, ad alcuni sportivi professionisti di discipline diverse è stato chiesto di consegnare il portafortuna inseparabile che li accompagnava in tutte le gare. […] A un gruppo di atleti, il portafortuna è stato riconsegnato prima della competizione, mentre al gruppo di confronto, con una scusa, no. Ebbene: le prestazioni degli sportivi costretti a gareggiare senza il portafortuna sono state nettamente peggiori rispetto a quelle di coloro a cui era stato restituito.”**
E dunque: la fortuna magari resta invariata, ma la sicurezza cambia, eccome se cambia, e sappiamo tutti quanto conti, specie se si è sotto pressione. Vuol forse dire che siamo tutti stupidi? Anche se fosse così facile definire le categorie di “intelligente” e “stupido” e assegnare all'una o all'altra ogni persona sulla Terra, e non lo è, quanto pensate che sia statisticamente probabile che tutti, ma proprio tutti i volontari degli esperimenti citati sopra, per un puro caso, fossero degli inguaribili idioti?
Per quanto smaliziati si possa essere, è un po' troppo sbrigativo giudicare male chiunque abbia orrore del numero diciassette (o tredici, a seconda delle culture): ricordate che quella stessa persona a cui voi, segretamente o meno, date della sciocca per aver fatto qualcosa, bollerà voi come sconsiderati per non averlo fatto.
Tutt'al più, se siete preoccupati che il vostro amico o parente o chissà chi stia permettendo alle sue credenze di controllare troppo la sua vita, provate un approccio più graduale. Invece di sbattergli in faccia un “Devi smettere di crederci perché...”, tentate con “Ma sei proprio sicuro di aver sempre rispettato il precetto? E cosa ti è successo quella volta che te ne sei dimenticato?”. Se siete i fedeli cavalieri della Signora Razionalità e di Madama Scienza, non vi sarà così difficile individuare una possibile causa alternativa, non legata alla superstizione, per i tragici racconti di malasorte che vi pioveranno addosso a questa domanda.
O altrimenti, se preferite non andare a impelagarvi in discussioni senza fine che termineranno, temo, con un gran bel nulla di fatto e lasceranno ciascuno fermo sulle proprie posizioni di prima, adottate il sanissimo principio “Vivi e lascia vivere” e lasciate che i vostri cari superstiziosi credano a quel che ritengono più opportuno. In fondo, che male fanno? Solo i casi estremi andrebbero fermati o quantomeno mitigati per il bene di tutte le persone coinvolte.
Prendiamo l'oroscopo, per esempio. Dal primo post, se qualcuno di voi l'ha letto, ricorderete che non ci credo: trovo che il tipico profilo della personalità del Toro mi descriva bene, anche se non perfettamente, e non sta a me dire se questo fosse scritto nelle stelle o se sia una coincidenza, ma non vedo perché a tutte le persone nate, come me, tra il 21 aprile e il 20 maggio, dovrebbero capitare all'incirca le stesse cose nello stesso periodo. In effetti, non ricordo una sola previsione che si sia avverata. L'elettrocardiogramma della mia vita sentimentale è rimasto piatto anche nelle settimane che promettevano meraviglie nel settore amoroso, alla faccia di tutte le presunte veggenti con le loro complicate mappe astrali.
Conoscerete, immagino, qualcuno che invece ci crede. Cerca più o meno scherzosamente di inquadrare il carattere di una persona appena conosciuta in base al segno? Lasciatelo fare: se poi costui o costei è tutto l'opposto, avrà ben modo di dimostrarlo. Si rifiuta di uscire di casa se l'astrologa di fiducia gli ha predetto un giorno sfortunato? C'è decisamente qualcosa che non va.
Ora, io capisco che avere un tot di regole da seguire possa dare sicurezza, o che una persona che si presenti dicendo di avere conoscenze o poteri superiori alla media diventi fin troppo facilmente un punto di riferimento per chi sente di averne bisogno, ma un conto è farsi aiutare a prendere una decisione da una persona che si spera che oltre alle stelle consulti anche il buonsenso, un altro è non muovere più un passo senza. Questa è di fatto una forma di dipendenza, e sono sicura che nel numero di chi si diletta di oroscopi e compagnia bella ci siano persone oneste che non abusano del potere che hanno sui clienti, ma è altrettanto vero che gli approfittatori pronti a calcare la mano per cavarne fino all'ultimo centesimo sono ovunque. Non so abbastanza di giurisprudenza da riempirmi la bocca di termini legali che definiscano per benino come si chiama questo crimine e cosa merita chi lo commette, ma non ci vuole l'Azzeccagarbugli per farsi venire in mente la parola “truffa”.
Correggiamo un po' il tiro e facciamo un esempio celebre che però con le stelle c'entra poco: Wanna Marchi e la storia del trucchetto del sale che conoscerete certamente se guardavate Striscia la Notizia nel 2001. Alle vittime, perché di vittime si tratta, veniva raccontato che quel sale (comune sale da cucina o, se preferite farvi belli coi paroloni scientifici, cloruro di sodio) aveva chissà quali proprietà tali per cui, se non si fosse sciolto in acqua, sarebbe stato un segnale che sul malcapitato incombeva il malocchio (da allontanare pagando profumatamente, chiaro!). Peccato solo che costei facesse ben attenzione a indicare quantità d'acqua studiate per non farlo sciogliere.
Ora, forse ci sarà stato qualche caso in cui il potenziale truffato aveva sufficienti nozioni di chimica per sapere che la concentrazione del sale superava il limite di solubilità, ma (senza offesa alla categoria) temo proprio che l'immortale “casalinga di Voghera” non lo sapesse e che magari, anche se aveva un amico scienziato, le fosse stato sconsigliato di parlarne ad anima viva con minacciose promesse di maledizioni (quest'ultimo dato non è certo, mi sembra solo il modo più immediato per scongiurare lo smascheramento).
Di fronte a casi simili, ahimé, non ho affermazioni da fare, ma solo domande: cosa succederà mai nel cervello di chi si lascia abbindolare fino a questo punto? Se io intraprendo qualcosa di nuovo di cui non so assolutamente nulla e la mia ignoranza mi porta a credere in perfetta buona fede alla prima informazione, anche sbagliata, che sento, è già più comprensibile, ma se qualcuno viene a contraddire qualcosa che credevo di sapere e io, nonostante le prove in senso opposto, mi fido, cosa sta succedendo in me? Il senso comune dice che un pacchetto di sale col malocchio c'entra ben poco, sempre che esista, poi arriva la Marchi, mi dice che è un metodo infallibile e io la seguo. Cosa mi ha fatto cambiare idea? Il suo modo di porsi? La paura per me e per i miei cari? Questo non lo so proprio. Continua a sembrarmi strano che il cervello umano sia così portato alla fiducia cieca in una più o meno presunta autorità.
Alziamoci un attimo dalle stalle alle stelle e tiriamo in ballo Aristotele, che anticamente veniva citato in merito a (quasi) tutto, era il pezzo da novanta che assicurava la vittoria in qualsiasi dibattito: “se Aristotele dice così, allora è proprio vero e tu che la pensi diversamente hai per forza torto”. Ebbene, il nostro filosofo aveva le sue idee anche su come fosse fatto il corpo umano, ma un medico moderno inorridirebbe a sentirle. E di questo, considerati i mezzi a sua disposizione, non possiamo certo fargli una colpa: non vuol dire che in realtà fosse un somaro, tutt'altro. Eppure la gente continuò a credere alle sue teorie anche davanti alle prove concrete dei suoi errori! Si dissezionava un cadavere e si scopriva che dentro era fatto così e così, ma finché Aristotele avesse continuato dall'alto della sua autorità a dire che era cosà, i signori dottori (non gli ultimi arrivati, dunque, non pensiamo a una massa di ignoranti) avrebbero affermato senza esitare che era cosà. Chissà, forse vedevano solo quello che si aspettavano di vedere. E finché tutto questo restava chiuso nei libroni di teoria passi, ma nel momento in cui si passava alla pratica c'era da preoccuparsi, non trovate? Voi sareste disposti a essere messi sotto i ferri da un chirurgo persuaso – poniamo – che il cervello non sia un organo poi così importante, messo lì principalmente per raffreddare il sangue?
E dunque, per il bene di tutti, se vedete che qualcuno vicino a voi si sta lasciando convincere a fare cose che vanno contro la logica comune, fate il possibile per dargli una bella scrollatina e dimostrargli che forse le cose non stanno esattamente come dice il suo guru del momento. Alla lunga vi ringrazierà.
Questo detto da colei che si piazzò sul podio di un concorso di latino indossando la “maglietta fortunata” il giorno della versione, eh. Non sono immune neanch'io al fascino del portafortuna, ma un conto è una maglietta con scritto “veni, vidi, vici” di fronte a un brano di Cesare, un conto è presentarsi in toga secondo il consiglio di una medium convintissima di aver parlato con l'autore in persona.

*Fonte: Airone, anno XXXIII – n° 395 – marzo 2014, pagg. 9-10
**Fonte: Airone, anno XXXIII – n° 395 – marzo 2014, pagg. 15-16

mercoledì 2 aprile 2014

Il topo buongustaio

Una passeggiata lungo il viale dei ricordi

Salve a tutti, e bentornati nel nostro spazio mangereccio! Pronti a mettere le mani in pasta?
Rémy: Io sì! Dai, dai, quando cominciamo?
Quanta impazienza! Potresti almeno salutare come si deve!
Rémy: Ops... Salut, mes amis...
Non mi dire che adesso oltre all'assistente devo assumere pure un traduttore simultaneo, eh!
Rémy: Mi sono lasciato un po' prendere, scusa! Qui qualcuno, non faccio nomi, ha una promessa da mantenere...
Va bene, va bene! Come anticipato, la ricetta di oggi arriva fresca fresca dalla terra della Tour Eiffel e della Bastiglia, della Senna e dei boulevards, degli inventori della mongolfiera e del cinematografo, insomma, per farla breve, dalla Francia! Contento adesso?
Rémy: Evviva!
Naturalmente, anche se la rubrica finora è stata decisamente di parte anglofona, la Francia ha prodotto a sua volta fior di autori, e siccome anche i loro personaggi sono esseri umani che prima o poi dovranno mettersi a tavola e mangiare, a saperlo cercare troviamo del cibo anche nella letteratura del Paese d'origine del nostro amico.
Oggi, per esempio, non solo inauguriamo la presenza francese nel nostro spazio, ma lo facciamo veramente col botto, chiamando in aiuto nientemeno che Marcel Proust.

Rémy: Però! Mica male! Mi sa che ho un presentimento su dove vuoi andare a parare...
Ce l'avranno in tanti, Rémy, davvero in tanti. Il passo a cui voglio appellarmi è un autentico mostro sacro, che probabilmente conoscerà anche chi non ha letto il libro intero (il che, lasciatevelo dire, è un'impresa non da poco, senza offesa per il nostro patriottico amichetto né per lo scrittore: il Guinness dei Primati lo considera il romanzo più lungo del mondo!). Eccolo qui:
Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa.
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Ebbene, da questo – soltanto questo: il sapore di un pezzo di dolcetto nel tè – si scatena una tale ondata di ricordi incatenati da produrre intorno alle tremila pagine!
Ora, se non siete francesi e quindi non legate chissà quali memorie infantili al gusto delle maddalene, o madeleines che dir si voglia, difficilmente per voi saranno così magiche, ma questo non significa che non le possiate provare: sono perfette per prendere un tè caldo con i vostri compagni di lettura!
Se ne trovano più versioni con sottili differenze, ciascuna delle quali pretende a caratteri cubitali di essere l'originale, e io purtroppo non ho parenti francesi che possano darmi una mano a raccapezzarmi. Ve ne propongo una, se per caso già la conoscevate diversa è solo questione di varianti. E dunque, senza ulteriori indugi...

Madeleines

Ingredienti:
100 g di farina
100 g di burro + un po' per lo stampo
100 g di zucchero semolato
2 uova intere
2 tuorli
la scorza grattugiata di 1 limone non trattato
1 bustina di vanillina
1/2 bustina di lievito in polvere per dolci
sale fino

Procedimento:
Lascia fondere il burro in un pentolino a fuoco dolcissimo (non deve scurirsi). Questa operazione è più semplice se usi il burro chiarificato che, tra l'altro, non contiene lattosio (lo trovi al supermercato). Quando il burro è fuso, spegni e lascia intiepidire.
Con la frusta elettrica, monta le uova e i tuorli con lo zucchero e un pizzico di sale. Quando il composto è soffice e gonfio, incorpora la farina, il lievito e una bustina di vanillina, facendo scendere il tutto a pioggia dal setaccio e mescolando con un cucchiaio di legno con movimenti dal basso verso l'alto.
Infine, incorpora il burro fuso freddo e la scorza grattugiata del limone.
Lascia riposare l'impasto a temperatura ambiente per un'ora.
Imburra lo stampo e riempi le cavità con l'impasto (non fino all'orlo perché tendono a gonfiarsi, quindi mantieniti qualche mm al di sotto del bordo).
Inforna a 200° per 12 minuti, dopodiché, togli dal forno e sforma dolcetti capovolgendo lo stampo. Imburra nuovamente e ripeti l'operazione fino ad esaurire l'impasto.
Accompagna con una buona tazza di tè o con una gustosa composta di frutta.

Rémy: Da leccarsi i baffi! Però le madeleines originali hanno una forma strana, proprio come dice il nostro signor autore, una forma che fuori dalla mia Francia non ho mai visto...
Eh, già! A voler essere proprio precisi, per fare questo dolce come chef comanda ci vuole uno stampo speciale che dia a ciascun biscottino la forma di una conchiglia. Se lo trovate in qualche negozio specializzato, buon per voi, altrimenti posso solo dirvi di controllare se per caso qualche francese D.O.C. ne mette uno in vendita su Internet! Sarà un buon modo per imparare un po' le lingue!
Arrivederci alla prossima mangiata... ehm, puntata!
Rémy: Au revoir!

martedì 1 aprile 2014

Sgranocchiando popcorn: "Storia di una ladra di libri"

Quando le parole sono più forti della morte

Cari amici, oggi si ritorna al cinema. Oltre al popcorn, vi suggerisco di premunirvi di una scatola di fazzoletti. Preferibilmente formato famiglia.
E perché, vi chiederete voi, cotante lacrime? Perché il film in questione è Storia di una ladra di libri, del 2013, con Brian Percival al timone della regia. Chiamatemi sentimentale, oppure (a vostra scelta) date tutta la colpa al mio ormai ampiamente dimostrato status di topo, o gatta, di biblioteca, ma è veramente toccante.
Germania, 1938. La nostra ladra si chiama Liesel Meminger (Sophie Nélisse) e la incontriamo per la prima volta su un treno che la sta portando, con la madre e il fratellino, all'altro capo del Paese. Stando al poco che si riuscirà a ricostruire, la madre è una comunista in fuga dal regime di Hitler che ha deciso di dare i figli in adozione. Dei due, solo Liesel arriverà sana e salva nella nuova casa: il piccolo morirà in viaggio, come si può intuire peraltro dal particolarissimo punto di vista narrativo del film. Di tanto in tanto, infatti, interviene una voce narrante tranquilla, superiore, appena un po' ironica, che rappresenta nientemeno che la Morte.
La causa del decesso non è ben specificata: da incolpare sono forse le condizioni proibitive del viaggio unite a una preesistente malattia. La scena, tuttavia, sacrifica la chiarezza in favore di una grandissima classe: una sparuta gocciolina di sangue e – espediente, questo, che ho trovato intelligentissimo – lo strillo di Liesel che si fonde col fischio del treno.
La carriera di ladra di libri per la nostra eroina comincia presto: al funerale si appropria di un volumetto caduto che si scoprirà poi essere un manuale per becchini e che conserva ancora quando arriva in Via del Paradiso come fosse la cosa più cara che ha.
La nuova vita sembra promettere bene e male in parti uguali: da una parte c'è Rosa Hubermann (Emily Watson) che si presenta come una vera aguzzina che non esita a chiamare Liesel “sporca” e “stupida” entro i primi due minuti, e dall'altra Hans (un grandissimo Geoffrey Rush che nel ruolo di simpaticone e, come vedremo, di maestro, sguazza come un pesciolino dai tempi de Il discorso del re), che invece la convince a uscire dall'auto dov'è rintanata semplicemente sorridendole e chiamandola, per scherzo, “Vostra Maestà”. Un piccolo appunto: a causa di ciò ho impiegato parecchio tempo a capire che “Via del Paradiso” era l'indirizzo reale e non un'altra sua invenzione per renderlo più invitante. Col tempo, per fortuna, anche Rosa si addolcirà e farà capire che brontola per lo più a vuoto, ma non è una cattiva persona.
Ebbene? Una storia qualunque sulla Seconda Guerra Mondiale e una ragazzina a cui piace leggere, sai che novità! E invece la novità c'è perché, come si scopre con un discreto shock poco dopo, quando arriva per la prima volta a scuola accompagnata dal vicino di casa Rudy Steiner (con cui nasce immediatamente quel tipo di amicizia a suon di “non ti sopporto, ma ti voglio bene”, e chissà che non ci sia qualcosa di più), Liesel non sa leggere. Non si sa bene perché non abbia mai imparato, ma è proprio così: la sua attrazione verso l'oggetto libro è completamente indipendente dalle parole che ci sono dentro.
Il comportamento dei compagni alla rivelazione sembra il classico episodio di bullismo (quando il termine “bullismo” ancora non si usava), ma è più significativo di quel che sembra: quando Liesel reagisce a pugni agli insulti del più cattivo di tutti, Franz Deutscher, si guadagna improvvisamente il rispetto generale. Niente di strano, direte voi. Ebbene, quello con cui la incitano a fare a botte è lo stesso identico tono con cui Franz e compari, sfrecciando per strada in bicicletta e sventolando trionfanti il giornale, annunceranno che la Germania è in guerra. Adesso è più inquietante, vero?
Dopo la memorabile figuraccia Liesel è inconsolabile, ma Hans, con pazienza, comincia a insegnarle a leggere, tra l'altro facendole confessare tra mille imbarazzi il furto del manuale, più o meno così:
«È tuo?»
[…]
«Non è sempre stato mio».
Segnatevi questo dialogo, perché tornerà con gli interessi.
Non solo Hans la guida piano piano dall'inizio alla fine del suo primo libro, ma fa di più: essendo di mestiere imbianchino, non ha problemi a rivestire i muri della cantina di un abbecedario gigante con tanto spazio vuoto perché Liesel vi possa aggiungere parole nuove.
Praticamente un idillio, eh? Sbagliato. Col suo secondo furto, Liesel salva da un pubblico rogo di libri (oh, l'atroce sofferenza! Alla futura bibliotecaria che c'è in me viene la nausea, e non solo per nobili questioni sulla libertà di stampa, ma proprio alla vista della carta in fiamme di per sé!) una copia de L'uomo invisibile di H.G. Wells, ma è notata dalla moglie del borgomastro. Quando poi dovrà consegnarle una cesta di bucato pulito e stirato, la scena è di quelle che ti fanno afferrare i braccioli fino a lasciarvi il segno per l'ansia: «E così ti piacciono i libri?». Pare la strega delle fiabe che sta per metterla in gabbia e ingrassarla fino a mangiarsela. Invece Ilsa è più una fata madrina che una strega, e ogni volta che Liesel fa le sue consegne la lascia stare per un po' nella fornitissima biblioteca del figlio Johann, morto nel conflitto mondiale precedente, perlomeno fino a quando la scopre il marito (che, sarà bene specificare, aveva fatto precedere il rogo da un discorso che a quelli dello stesso Hitler aveva poco da invidiare).
In breve tempo, insomma, le pareti-abbecedario scoppiano di parole. E qui sarà bene fermarsi e notare un particolare che mi ha dato un certo fastidio. Io capisco che il film non sia di produzione tedesca, ma per quale arcano motivo tutte le insegne e i cartelli per strada sono in tedesco e invece ogni volta che Liesel legge o scrive lo fa in inglese? Non può essere la sua lingua d'origine, a giudicare dal nome, e dubito che Hans e Ilsa siano perfettamente bilingui.
La situazione precipita quando, con uno stacco brusco, si passa dalle scene paesane a un misterioso vetro spaccato che, a sapere un po' di storia, fa capire subito dove siamo prima ancora che spunti la didascalia: è la Notte dei Cristalli. Un ragazzo ebreo, Max Vandenburg, riesce a scappare dal caos e si presenta trafelato e denutrito alla porta dei nostri eroi, che – come si intuisce presto – avevano contratto un debito con la sua famiglia quando il padre aveva salvato Hans nella Prima Guerra Mondiale. Rosa ha i suoi dubbi, ma infine accettano di ospitarlo. Anche Max si porta dietro, come la nostra eroina, un libro che “non era sempre stato suo”, un libro che parla di Hitler. Solo più avanti si vedrà chiaramente che è una copia del Mein Kampf.
Scampato a un controllo della cantina al cardiopalmo (come farà a non rivelarsi trasalendo per il rumore mentre l'agente butta giù oggetti e picchia sul soffitto, proclamandolo infine troppo basso per diventare un rifugio antiaereo, io proprio non lo so).
Arriva il Natale, e la cantina è talmente fredda che vi si possono trasportare intere secchiate di neve per farne un pupazzo e una battaglia con tutti i crismi. Max, che non ne ha mai celebrato uno, tuttavia ha un regalo per Liesel: il suo ex Mein Kampf. Dico “ex” perché il giovane, non avendo altro da fare, ha passato le giornate seduto a cancellarne ogni singola pagina con la vernice. Non si capisce cosa stia combinando finché non glielo consegna: quello che vediamo dell'operazione è una foto del Führer che sparisce sotto le pennellate. Più che un regalo pare uno sfogo. Invece è proprio un dono, il migliore che le potesse fare: un libro vuoto, dove le uniche parole sono la dedica e poi, nella prima pagina, alcune lettere ebraiche per lei indecifrabili che vogliono dire “scrivi”. E basta. Il resto sta a lei.
Nel gelido scantinato, Max si ammala a tal punto che si teme non si svegli più, ma Liesel continua imperterrita a leggergli ad alta voce libri “presi in prestito” da Ilsa entrando dalla finestra della biblioteca. Ma se un solo furto può anche passare inosservato, tanti prima o poi saranno scoperti, e così succede anche alla nostra eroina: per fortuna a sorprenderla è Rudy, che ben presto le estorce anche l'esistenza di Max. Franz a sua volta li sente discutere: non arriva in tempo a carpire il gran segreto, ma sa che qualcosa c'è e per scoprire cos'è ricorre ai pugni. Purtroppo la scena si svolge su un ponte e, nella colluttazione, il diario mascherato da Mein Kampf cade nel fiume. Rudy si espone al serio rischio di assideramento per salvarlo. Se non è affidabile ora, che altro deve fare per provarlo?
Intanto, la guerra accolta con tanta gioia dai compagni si fa sentire nei suoi aspetti peggiori: il padre di Rudy viene arruolato e più avanti il ragazzo stesso, che è un eccellente corridore, viene scelto per un addestramento speciale e – per qualche ora, non di più – vagheggia di scappare perché “vuole crescere prima di morire”. Certo che finire a giocare nei boschi a chi grida più forte il proprio odio per Hitler non è una grande idea: sono lontani da tutti e nessuno sente, grazie al cielo, ma mette tanta ansia che ci si dimentica quanto sia commovente.
C'è un nuovo sviluppo quando Hans commette un errore fatale: espone la famiglia al sospetto difendendo un vicino di casa di cui sono appena state scoperte le origini ebraiche e Max, ormai guarito, deve lasciare la casa. Poco dopo, anche il nostro capofamiglia viene coscritto, nonostante l'età: pare che Liesel, pezzo per pezzo, stia perdendo tutti. Ma “perdere” non significa “dimenticare” e la nostra eroina si mette a sua volta nei guai, urlando il nome di Max per strada quando vede un uomo che gli somiglia in una fila di ebrei destinati a un campo chissà dove.
E qui, signori, cominciano le dolenti note, perché l'ultima parte del film è una sequela di scherzi del caso talmente improbabili da far colare a picco la credibilità: prima la camionetta di Hans è coinvolta in un'esplosione che lo costringe a tornare a casa zoppo e con le orecchie malandate ma vivo, poi Via del Paradiso viene bombardata per errore e Liesel si salva solo perché si era addormentata in cantina mentre compilava il suo prezioso diario e Hans, chissà perché, aveva deciso di lasciarla lì al freddo invece di prenderla di peso e portarla a letto. Non era la stessa cantina dichiarata inefficace come rifugio da un cosiddetto esperto?
Alla vista dei suoi cari morti, Liesel sviene tra le macerie e quando si sveglia, peraltro trovandosi davanti al naso un libro di cui naturalmente si appropria senza pensarci due volte, scopre che il padre di Rudy è tornato illeso ed è disposto ad adottarla e prenderla come aiutante nel suo negozio. Tra l'altro, non per essere macabra, ma qui avrei bisogno dell'aiuto di un esperto per essere sicura della prossima affermazione: i cadaveri estratti da quel che resta di Via del Paradiso non hanno, per il poco che so, l'aspetto di persone sorprese dalle bombe. Capisco la volontà di evitare di scadere nel grottesco, che è sempre cosa buona e giusta, ma composti e pulitini come sono sembra quasi che si siano addormentati. E credetemi, io non sono il genere di persona che nei film vorrebbe sempre un po' di sangue in più, tutt'altro.
Due anni dopo, la vediamo alzare gli occhi dal lavoro al suono della campanella dell'ingresso. Indovinate un po' chi ha spinto quella porta? Non vi faccio spoiler, anzi sì: è qualcuno che i più pessimisti supponevano già finito in un forno crematorio da qualche parte.
In un finale che chiude il cerchio, il narratore-Morte ci rivela a spizzichi e bocconi che Liesel vivrà fino a novanta onorevolissimi anni, piena di figli, nipotini e soprattutto libri, dato che a giudicare dallo stato dell'appartamento è diventata scrittrice.
Insomma: uno spaccato di vita senza errori storici macroscopici (ma il periodo non è il mio forte, dovrebbero essere davvero enormi perché io me ne accorga), una protagonista adorabile con intorno un cast coi controfiocchi, ma una narrazione qui e là confusa e forse un po' troppe felici casualità, come se qualcuno fosse stato indeciso tra una conclusione senza speranza e una che invece addolcisse un po' la pillola amara della Seconda Guerra Mondiale.
Valutazione complessiva:

lunedì 31 marzo 2014

Le parole di Piermario

Quinta puntata

Salve a tutti, e bentornati nella rubrica di Piermario, il Panda del Vocabolario! Vogliamo cominciare? Su, Pier, una bella entrata trionfale!
Pier: Salve...
Ma stai bene? Dov'è la tua solita allegria? Vuoi un po' di bambù per ridarti la carica?
Pier: Non ho fame...
Oh, bella! Ti sei preso l'influenza?
Pier: Eh, no, però forse è vero che sono malato...
Non fare il misterioso, spiegami cos'hai, se no non riusciamo ad andare avanti con la puntata!
Pier: No, dai, mi vergogno un po', mettiamoci al lavoro e magari te lo dico dopo. Scusate il disagio, tutti quanti.
Ahi, ahi, ahi, il nostro panda è arrossito! Almeno credo, sotto il pelo non si vede bene... Suvvia, se sei pronto, ti faccio il conto alla rovescia. Tre... due... uno... apri la busta!

Pier: La parola di oggi è “flebile”!
Adeguata all'atmosfera sottotono, direi... Nell'attesa di estorcere il gran segreto al nostro amico, regia, cosa ci puoi proporre al riguardo?

Pier: Sarebbe a dire?
Accipicchia, regia, andiamo sul complicato... Chi non è pratico di musica ci starà guardando malissimo!
Pier: Musica! Ma certo, che bella idea! Non sono granché come pianista con queste zampe, ma...
Eh? Si può sapere di che parli? Dicevamo, chi suona uno strumento probabilmente lo saprà, ma a beneficio di chi invece di spartiti non capisce un'acca converrà spiegare che questa doppia P vuol dire “pianissimo”: se la trovate all'inizio di un brano, significa proprio che va eseguito a basso volume, con un suono che la parola di oggi, appunto, descriverebbe molto adeguatamente. Il fido dizionario (Zingarelli 2008) riporta:

flebile agg. 1. Di suono o voce fievole, sommessa, tenue | (est.) Esile.
2. (lett.) Lamentoso, supplichevole, dolcemente triste. sin. Fioco.
3. (mus.) Indicazione espressiva che richiede scarsa intensità di suono.

Pier: E quindi la regia aveva proprio ragione.
Come sempre, d'altronde. Visto, che la musica c'entra? La nostra parola descrive un suono sommesso così bene, ma così bene, che è perfino diventata un termine tecnico! Buona a sapersi.
Adesso ti decidi a sputare il rospo, o preferisci partire prima per la solita missione investigativa? Quella di oggi avrà una sorpresina...
Pier: Allora occupiamoci prima di quella, al pubblico interesserà sicuramente più della mia... ops!
Ah, e quindi hai una sorpresa per noi e vuoi tenere la bocca cucita fino all'ultimo, eh? Questo spiega molte cose...
Pier: A fine puntata te lo dico, promesso. Preferirei un bel fuori onda, a dir la verità...
Spiacente, ma le novità succose vanno trasmesse! Se no dove va a finire l'audience?
Pier: Mi fai morire di vergogna, è una faccenda personale! Smettila!
Va bene, va bene! Cappello, pipa, impermeabile e via! Vediamo un po' cos'ha in serbo per noi la storia della nostra parola.

flebile dal latino flebĭlis che deriva da flere cioè “piangere”*

Pier: Un po' diverso da quel che ci si aspetterebbe, no?
Eh, già! A sentire l'origine, si direbbe che il significato con cui la parola nacque fosse più simile al numero due, eppure, guarda un po', perfino secondo il vocabolario è passato in secondo piano e ormai, addirittura, è di uso solo letterario, soppiantato nel parlare comune (o non così comune, se è in estinzione) da tutt'altra cosa.
Pier: Che bizzarrie succedono quando passa il tempo...
Però! Bravo, Pier! “Bizzarrie” invece di “stranezze”, a quanto pare ti stai già sforzando un pochino... non è che adesso dobbiamo fare una puntata nella puntata?
Pier: Ehm... pensavo che potesse... lasciamo perdere, okay? Ragioniamo un po' su come sia capitato, invece.
Se lo dici tu... Dunque, di certezze ce ne sono pochine, ma direi che una logica nel passaggio di significato c'è, in fondo. Dopotutto, quando vuoi suonare lamentoso o supplichevole, come parli?
Pier: Direi abbastanza piano...
Infatti: se non pensiamo a un pianto rumoroso e pieno di strilli, ma piuttosto a un singhiozzare sommesso, la nostra parola è perfetta anche nel senso numero uno, eppure conserva intatta la sua origine dal verbo “piangere”. E se non lo sai tu, che quando fai quel faccino da cucciolo bastonato inteneriresti anche un cuore di pietra, non lo sa nessuno!
Pier: Tu dici?
Un po' di autostima, Pier! A chi non piacciono i panda? Non ti si può dir di no quando fai gli occhi dolci!
Pier: Sinceramente, adesso lo so io a chi m'interessa piacere...
Ohi, ohi, ohi, comincio a fiutare la natura della grande rivelazione! Voi no? Regia, io direi di prepararci a far partire la marcia nuziale...
Pier: Come, come? È un po' prest... volevo dire, perché mai?
Beccato! Con l'inizio della primavera, l'amore è nell'aria, a quanto pare...
Pier: Oh, e va bene! Mettitelo tu, il cappello! Sei proprio sulla strada giusta... però il resto a dopo!
Ma è una notizia bellissima! Perché ti vergogni tanto?
Pier: Siamo in pubblico, ed è una questione privata!
Capisco, tutti abbiamo bisogno di uno spazio personale. Non intendevo negarti il tuo, ma è il prezzo della celebrità! Ancora non sappiamo chi sia la fortunata, ma chissà come sarà contenta di conoscere una star!
Pier: Se la metti così...
Regia: Sorridi, Romeo, dopo c'è una sorpresa nella sorpresa!
Perdincibacco! Addirittura un intervento dalle alte sfere! Chissà cosa ti avranno preparato...
Pier: Oh... Se è quello che penso, l'esempio fallo pure da sola, io devo andare a lisciarmi il pelo! Scusami tanto!
Okay, lasciamo il nostro vanitoso amico alle sue accurate operazioni di toelettatura e vediamo un po' quale signor scrittore possiamo ripescare oggi.

In queste voci languide risuona
Un non so che di flebile e soave
Ch’al cor gli scende, ed ogni sdegno ammorza,
E gli occhj a lagrimar gli invoglia e sforza.
Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, Canto XII**

Pier: Magari sapessi scrivere così... Chissà, forse le piacerebbe...
A scrivere una poesia alla misteriosa signorina puoi anche provare, ma non ti auguro proprio di trovarti in una situazione come quella sopra: pensa un po' che questi versi riguardano un innamorato che ha appena ucciso la sua lei... Brutto esempio per un giorno così, lo so!
Pier: Che cosa triste... Altro che voce lamentosa, qui mi viene da piangere sul serio!
Tirati su, Pier, per favore! Se ho capito bene cos'ha in mente la nostra regia, devi essere al meglio! Un bel sorriso! Alla fine è “solo” un poema: bellissimo, importantissimo e tutti gli “-issimo” che vuoi, ma non sono mica cose successe davvero!
Pier: Lo spero bene...
Regia: E allora, Pier, sei pronto?
Pier: Eccome!
Regia: Ebbene, signore e signori, dimenticate per un momento di essere in una rubrica sulla lingua italiana e fingete di trovarvi nello studio di uno di quei programmi di riunioni strappalacrime, perché la fortunata pandina che ha fatto prendere al nostro assistente un brutto caso di mal d'amore... è qui!
Pier: Anna! Annina mia! Come hanno fatto a farti arrivare qui?
Anna: Lunga, lunghissima storia... Per ora al pubblico basti sapere chi sono. Mi presento, sono Annarita, la Pandina Forbita, e questo adorabile esemplare di bianconera sofficità è il mio ragazzo! Da poco, s'intende...
Pier: Eh, già! Sapessi come sono contento che ti abbiano fatto entrare in studio... Mi mancavi così tanto che mi era perfino passato l'appetito!
Anna: Oh, che cosa dolce... Però non deperire per me, eh? Anzi, sai che ti dico? Dopo la puntata andiamo a mangiarci un po' di bambù insieme!
Pier: Volentieri! Conosco un posto dove ci sono certi germogli che...
Ehm, scusatemi, sono qui anch'io! Ehi, piccioncini? Prometto che vi lascio subito soli, ma la puntata bisognerà pur chiuderla! Un po' di contegno!
Pier: Ops...
Anna: Non volevo distrarti troppo, tesoro.
Pier: Figurati. Un salutino e poi sono tutto per te!
Bene, allora direi che con questo lieto annuncio lo spazio di oggi si conclude qui. Vi abbiamo fatto venir voglia di dire a qualcuno di usare una voce un po' meno “flebile” quando vi parla piano piano e non sentite bene? Io spero proprio di sì, e sono sicura che anche Pier sarebbe d'accordo se non fosse già in dolce compagnia...
Anna: Oh, ma anch'io trovo che stiate compiendo un'opera davvero ammirevole! Adoro le parole! Più sono, meglio è!
Pier: Ci siamo trovati così, grazie al programma! Abbiamo un sacco di cose in comune: l'italiano da salvare, il bambù...
Anna: Siamo fatti l'uno per l'altra!
Che bella notizia! Con questo dobbiamo proprio salutarci, amici. A presto!
Pier: Arrivederci alla prossima puntata!