lunedì 23 marzo 2015

L'allena-mente

Tanti numeri, ma niente matematica!

Salve a tutti!
Oggi continuiamo sull'onda dell'enigmistica, ma questa volta non ci saranno caselle da riempire, e metaforicamente parlando, non avrò solo un'aiutante, ma ben due.
Minerva: Come, due? E chi è questo maleducato che pretende di soffiarmi il posto?
Ahi, ahi, ahi, ti sei dimenticata di salutare il pubblico!
Minerva: Ah, già, giusto. Un saluto piumato a tutti i nostri aspiranti solutori!
Ecco, così va molto meglio.
Minerva: Adesso che ti ho accontentata, torniamo alle cose importanti. Con chi è che dovrei dividere i riflettori?
Non ti preoccupare, non è proprio l'ultimo arrivato: per questa puntata chiamiamo in soccorso nientepopodimeno che Oscar Wilde! 

Minerva: Ah, be', allora un po' mi ricredo. Qua l'ala... ops, la mano, signor Wilde, sarà un piacere cederle metà del mio palco.
Guarda che un'immagine non basta a farlo arrivare qui per davvero! Non so mica resuscitare i morti! Al massimo posso farlo in senso molto, molto lato, servendomi di una simpatica collezione delle sue celebri frasi per i prossimi giochi. Saprai anche tu, suppongo, che Oscar Wilde era famoso per le ironiche sentenze che sputava su tutto e su tutti... mi ricorda qualcuno!
Minerva: Ehi, voleva essere una battutina? Non è affatto divertente!
Mamma mia, come siamo suscettibili... Su, al lavoro: presenta pure tu il prossimo tipo di gioco.
Minerva: E va bene. Quest'oggi vi presentiamo una serie di crittografie, un bel parolone che deriva dal greco e vuol dire all'incirca “scrittura nascosta”. Non è suggestivo, il greco? Io lo parlo benissimo, e anche il latino. Da dove credi che spunti il mio nome?
Tesoro, ti ho chiesto una presentazione, non un'autocelebrazione. Va' avanti.
Minerva: Oh, d'accordo... Dunque: una crittografia consiste in una frase o un brano composto da numeri o lettere che sono casuali solo all'apparenza, ma in realtà celano delle parole sensate. Alla fine del codice si trova una chiave che vi aiuta a decifrarne qualcuna, mentre al resto dovrete arrivare voi per tentativi, ricordando sempre la regola base: a numero (o lettera) uguale corrisponde lettera uguale, ovvero, se ritenete di aver capito a che lettera corrisponde il numero 1, quella lettera dovrà sostituire tutti gli 1 che trovate, e così via.
Benissimo, credo proprio che i nostri lettori stiano già affilando la matita, o il mouse. Pronti per la prima sfida? Eccola qui:

1 – 2 3 4 2 5 6 2 7 8 9 – 7 10 7 – 11 9 – 9 1 12 13 7 – 14 9 1 10 5 2 – 2 15 6 12 10 : – 2 – 3 2 16 4 1 6 12 2 16 2 7 15 2 – 6 1 – 7 10 16 2 – 12 11 2 – 17 1 6 – 13 10 16 6 7 6 – 18 9 7 7 10 – 9 6 – 4 5 10 4 5 6 – 2 5 5 10 5 6 . (Chiave: 1 2 7 15 10 = LENTO)

Minerva: Interessante, ma mi pare che ci siano ancora un po' di cosette da chiarire.
Già, hai ragione. Gli spazi tra i numeri servono al solo scopo di renderli più leggibili (la grafia “1 12”, se fosse tutta attaccata, potrebbe essere interpretata anche come “11 2”), mentre i trattini corrispondono ai veri spazi tra le parole. La punteggiatura (misera, ma presente) è quella reale, non andate a pensare a proporzioni o altre diavolerie matematiche solo perché vedete i due punti. Eventuali apostrofi e accenti, invece, non sono indicati: se ce ne sono, dovrete accorgervene voi. Ora che sapete tutto, armatevi d'ingegno e buona fortuna!

Adesso invece proviamone un'altra, ma con le lettere al posto dei numeri. Funziona esattamente come l'altra, con la differenza che avendo a disposizione più simboli, tutti perfettamente comprensibili anche se scritti di seguito, questa volta anche la spaziatura coincide con quella reale.

A BCDEF GDG F HLFHD, F MEFNOLPF: MEDQB GF NLB HRF HDCLGHLB B NHDESFEF L TLUFPPL CBG CBGD HRF N BAADGPBGB. (Chiave: UDEPF = FORTE)

Minerva: Chissà se i lettori saranno d'accordo con questi aforismi...
Vedremo, ma tu non rivelare niente! Ancora una variante, che di solito sull'intramontabile Settimana Enigmistica prende il nome di “Aneddoto cifrato”: un brano un po' più lungo, da decodificare senza l'aiuto di una chiave, ma solo con l'intuito, appoggiandosi ad alcune parole intere già rivelate. Vi dico solo che è un episodio abbastanza famoso con il nostro eroe come protagonista...

1 2 – ispettore – 3 4 5 6 2 6 7 8 – 9 10 11 8 12 8 – 6 7 – 9 8 7 8 13 14 8 – 12 9 14 11 15 15 4 14 8 – 4 12 9 6 14 – 16 11 7 3 8 , – 6 17 17 8 2 6 – 12 13 6 14 9 6 15 4 – 2 8 5 7 11 – 12 15 6 15 11 – Uniti: «18 1 6 7 9 4 12 6 – 3 6 – dichiarare?». 8 5 7 11 – 14 11 12 17 4 12 8 : «2 4 2 – 10 4 – 2 1 7 7 6 – 3 6 – 3 11 9 10 11 6 14 6 14 8, – 15 14 6 2 2 8 – 11 7 – 19 11 4 – 5 8 2 11 4».

Allora, vi siete divertiti?
Minerva: Spero proprio di sì! Arrivederci alla prossima sfida!
A presto, gente!

domenica 22 marzo 2015

L'allena-mente

Divertiamoci con le parole!

Saluti a tutti i lettori di passaggio.
Perdonate il prolungato silenzio. Non preoccupatevi, il blog è ancora vivo e vegeto, ma gli esami universitari non perdonano e di tanto in tanto il torrente delle idee va in secca.
Ho di recente riscoperto (per l'ennesima volta) il piacere dell'enigmistica, e siccome a quanto pare amo complicarmi la vita, sono ricaduta nella solita trappola: appena metto via la rivista, stanca di risolvere giochi altrui, mi cresce dentro una voglia irrefrenabile di realizzarne di miei! È un lavoro lungo e non sempre facile, ma dà tantissima soddisfazione: volete mettere il brividino nell'osservare i vostri amici alle prese col frutto delle vostre fatiche? Se volete imparare anche voi, vi basterà cliccare su Aenigmatica.it, che spiega benissimo le basi, e una volta fatto quello, armarvi di dizionario, creatività e più di un pizzico di pazienza e cominciare a produrre!
Siccome io sono una principiante assoluta, per l'occasione ho deciso di chiedere aiuto a una nuova, eccezionale assistente che da oggi si appollaierà di tanto in tanto sui vostri schermi. Date il benvenuto a Minerva, l'enigmista in erba!
Minerva: Ehi, a chi hai dato del pollo?
Ops... dimenticavo, è un tantino permalosa. Io starò più attenta, soprattutto dato che ho a che fare con una così brava con le parole, ma tu prendimi un po' meno alla lettera!
Minerva: E va bene, te la perdono, ma solo perché è la prima volta che lavoriamo insieme...
Menomale! Allora stringiamoci la mano, cioè, l'ala... oh, insomma, qualunque appendice ti venga più comoda, e diamo inizio a questa bella collaborazione!
Minerva: Sì, ma tu ricordati chi è il capo. Qui il tocco lo porto io!
Sgrunt... verrà il giorno in cui ci parleremo da pari a pari. In effetti, si avvicina sempre di più!
Minerva: Oh, ma davvero? Ti augurerei in bocca al lupo, ma dalle mie parti i lupi non hanno una gran bella fama. Sono come certi attori: una volta scritturati come cattivi, non si liberano più del ruolo!
Non importa, è il pensiero che conta. Vogliamo metterci al lavoro?
Minerva: Non aspettavo altro!
Bene, gente, apriamo la rubrica con il classico dei classici: un bel cruciverba! Per provare a risolverlo, vi suggerisco di scaricare e stampare l'immagine, ma se per qualche motivo questo non dovesse funzionare, purtroppo non so come aiutarvi se non dicendovi di realizzarvene pazientemente una copia sul primo foglio a quadretti che vi capita sottomano. Lo so, è noioso, a qualcuno potrebbe scappare la voglia di giocare, ma rassegnatevi...

Minerva: Sì, è abbastanza carino, ma le definizioni? Come hai intenzione di far giocare il tuo pubblico senza indizi per riempirlo?
Calma, adesso arrivano! Di regola, troverete sempre le definizioni dei nostri cruciverba nel testo del post, anziché come parte dell'immagine: risultano più chiare.
Minerva: Va bene, adesso possiamo darle o c'è ancora qualcosa d'importante da dire? Ah, già: per chi di voi non ha confidenza con il mondo dell'enigmistica, questo si chiama cruciverba a schema libero, cioè un gioco in cui le caselle nere sono disposte senza un ordine particolare. L'ideale per chi muove i primi passi nella realizzazione di enigmi: quelli a schema fisso sono più difficili!
Non avrei saputo dirlo meglio!
Minerva: Lo credo bene...
Uffa, certe volte fai proprio l'antipatica! Adesso diamo queste benedette definizioni, invece di star qui a battibeccare!
Minerva: Era una frecciatina sul mio becco, per caso?
No! Accidenti a te e alla tua mania per le parole! Non tutto quel che dico è un enigma da risolvere! E ora al lavoro!
Minerva: Va bene, va bene, non ti scaldare...
Okay, un po' di contegno. Ecco qui gli indizi.

ORIZZONTALI
1. Un frutto esotico col ciuffo.
6. Possono essere parallele o perpendicolari.
11. Allenatore all'inglese.
13. Unità di misura della velocità delle navi.
14. Il Capone celebre mafioso americano.
16. Un Pavel del calcio.
18. Il cereale che produce pannocchie.
21. Personificazione greca della terra.
22. Ante Meridiem.
24. Breve corso d'acqua.
28. Un movimento artistico novecentesco.
31. Lo è questa stessa frase.
33. Li costruiscono gli uccelli.
34. Sono dispari nelle travi.
35. Carlo …, antico archeologo e collezionista d'arte italiano.
36. Così si presenta Ulisse a Polifemo.
37. Un metallo prezioso.
38. Uno spicciolo di euro.
39. Insieme al seno in trigonometria.
41. Vendita al miglior offerente.
42. La cantante di Sincerità.
44. Colpevoli, malvagie.
45. Il Campeador eroe spagnolo.
46. Allegro e spensierato.

VERTICALI
1. Uno dei Tre Moschettieri.
2. A... capo dell'accademia.
3. Il contrario del sì.
4. Alcolisti Anonimi.
5. Servizio Civile Nazionale.
7. Le note prove di valutazione nelle scuole.
8. Raccolse gli animali sull'arca.
9. Quella Poetica è una raccolta di mitologia norrena.
10. La coda dell'aereo.
12. Relativo a un celebre filosofo tedesco.
15. Un articolo determinativo.
17. Squisita, gradevole al palato.
19. Le “terre” che comprendevano la Venezia Giulia e l'Istria.
20. Cavalca le onde.
23. Una nota della scala musicale.
25. Le Nazioni del rugby.
26. Famosi biscotti toscani.
27. Relazione tra due parole con pronuncia uguale e significato diverso.
29. Un undici friulano.
30. Pesanti, gravosi.
32. Le vocali nel gelato.
38. Circola per le strade a Londra.
40. Un noto gruppo industriale italiano.
43.Sono pari nel lato.

Minerva: Adesso sì che sembra tutto a posto!
Divertitevi, e arrivederci al prossimo enigma!
Minerva: Ciao ciao!

martedì 23 dicembre 2014

Finger knitting, che passione!

Un'idea regalo dell'ultimo minuto

Saluti a tutti quanti e, visto che siamo nel periodo, buone feste a chi le celebra. A proposito di feste, ormai è quasi Natale: avete già pensato ai regali? Come sarebbe a dire, no? Non preoccupatevi, la vostra gatta di biblioteca è qui per salvare la situazione! Oggi vi parlo di una tecnica semplicissima e divertente che ho trovato per puro caso in giro per il Web: il finger knitting, che per chi non ci sa fare con l'inglese significa lavorare a maglia con le dita. Proprio così: con queste istruzioni potrete confezionare facilmente, in una pigra serata invernale, una simpatica sciarpa ad anello senza toccare neanche un ferro, ma solo con le mani! Se avete una parente o amica freddolosa, è il regalo perfetto (ma anche se non l'avete: io ne ho realizzata una per la persona meno freddolosa che conosco!).
OCCORRENTE:
Un gomitolo di lana molto spessa o, meglio ancora, due un po' più sottili
Un paio di forbici
Opzionale: quattro penne o matite
Le vostre dita
Tanta pazienza
COME SI FA:
Premessa: le istruzioni sono scritte presumendo che siate destrorsi. Suppongo che a un mancino possa essere più comodo scambiare i ruoli delle due mani, ma non so se o come cambi il procedimento in questo caso. Inoltre, da qui in poi si darà sempre per scontato che abbiate scelto di usare due fili insieme, ma la procedura con uno solo è identica.
Per prima cosa, togliete eventuali anelli dalla mano sinistra, o il filo vi si potrebbe incastrare. Trovate il famigerato bandolo della matassa e legatevelo al pollice sinistro con un nodo scorsoio semplice. Cercate di non fare il nodo proprio all'estremo, ma di lasciare un po' di filo inutilizzato. Sembra senza importanza, ma se non lo fate ora avrete problemi dopo: quei centimetri che paiono inutili all'inizio serviranno alla fine. Afferrate i fili tra il pollice e la base delle altre dita.


Assicuratevi di aver svolto un po' i gomitoli (sarà un gesto che dovrete ripetere più volte: si lavora meglio se non tirano troppo) e prendete nella mano destra i due fili contemporaneamente. Da qui in poi li userete sempre insieme, come se fossero uno solo: per questo un gomitolo spesso e due più sottili si equivalgono. Fateli passare sopra l'indice, sotto il medio, sopra l'anulare e sotto il mignolo.



A questo punto avvolgete i fili intorno al mignolo e tornate indietro: sotto l'anulare, sopra il medio e sotto l'indice.



Noioso? Complicato? No problem, una delle parti peggiori è appena finita. Fate passare i fili sopra le dita, tutte e quattro, senza fare altri slalom, e lasciateli momentaneamente andare. Per non fare confusione, assicuratevi che la parte di filo che avete fatto passare tra le dita si trovi proprio alla base, più in basso che potete, e la parte appoggiata sopra un po' più in alto. Abbassare i fili sarà un altro di quei gesti che vi ritroverete a compiere spesso. Mi raccomando, fatelo: rende tutto più chiaro e previene molti errori.

Ora, partendo dal mignolo, sollevate il filo in basso e sfilatevelo da ogni dito facendolo accavallare su quello in alto, di fatto scambiandoli. Aiutatevi in questo passaggio piegando il dito di turno, così eviterete che il punto scivoli via.





Una volta assicurati i fili alle dita in questo modo, afferrateli e fateli passare sotto l'intera mano e poi sopra: dovreste trovarvi in una situazione simile a prima, coi fili che passano intorno all'indice e attraversano tutte e quattro le dita che state usando come telaio.

Accavallate di nuovo i fili dito per dito, sempre con quello sotto che passa sopra e si sfila. Ripetete il procedimento a oltranza, fino alla fine dei gomitoli. Sarà un lavoro ripetitivo, ma ne varrà la pena. Dopo qualche passaggio, la vostra sciarpa comincerà a pendere dal dorso della mano e dovrebbe avere più o meno questo aspetto. Sembra bruttino e terribilmente sbagliato, ma vi assicuro che è giusto.

Quando comincia a prendere forma sfilate il nodo dal pollice e scioglietelo. Tirate piano l'estremità e guardate cosa succede: dovreste ottenere una grossa treccia che vi dà l'idea dell'aspetto finale del vostro lavoro. Da qui in poi, consiglio di dare una gentile tiratina ogni tanto, senza cadenza regolare, quando vi viene in mente, giusto per assicurarvi che il vostro serpentone di lana intrecciata stia crescendo bene.

Premiamo fast forward sul telecomando: ora dovreste avere un gran bell'accumulo di sciarpa accanto a voi e due gomitoli che, via via che lavorate, si fanno sempre più piccoli.
Oh, no! Avete necessità d'interrompere il lavoro per riprenderlo in seguito (inventatevi voi il motivo). Come fare a sfilare il tutto senza perdere i punti in corso? Assicuratevi per prima cosa, per evitare confusione, di trovarvi all'inizio (o alla fine, a seconda dei punti di vista) di un giro.
Prendete quattro penne o matite, meglio se con alcune caratteristiche precise: tutte diverse d'aspetto, in modo da potervi ricordare quale fosse associata a quale dito, e più lisce possibili, senza pupazzetti all'estremità né altri ostacoli allo scorrimento. Con molta attenzione, sostituite ogni dito con una di esse. Fate qualche esperimento: potreste trovarvi meglio sfilando il punto e inserendovi subito la penna o matita, oppure allentandolo in modo da infilarla insieme al vostro dito per poi toglierlo e lasciarla da sola.
Una volta ripetuto il procedimento con tutte e quattro, dovreste trovarvi entrambe le mani libere e il lavoro interrotto dovrebbe apparire all'incirca così:

Andate a fare quel che dovete e, al ritorno, fate il gesto inverso: sostituite ogni penna o matita con il rispettivo dito. Se necessario, fatevi aiutare in questi passaggi da una seconda persona: io ho riscontrato qualche difficoltà nel farlo da sola, e ho sicuramente trovato più complicato riprendere che interrompere. È una tecnica lenta, che non va affatto bene se il vostro bisogno di fermarvi è improvviso, ma purtroppo non ne conosco altre.
Mandiamo avanti ancora un po' la cassetta (sì, sono antica, ma mi è simpatico l'effetto che fa un VHS accelerato, con le righe che attraversano lo schermo e i tipici rumorini associati, un DVD non dà l'immagine mentale che cercavo!) e vediamo cosa succede quando avete finito. Un consiglio spassionato: quando vedete che i fili sono agli sgoccioli, cercate sempre di fare un giro in meno piuttosto che uno in più. Ai fini della chiusura della sciarpa, è molto più scomodo trovarsi con un'estremità troppo corta e difficile da maneggiare che con una troppo lunga che si può poi semplicemente tagliare. Assicuratevi di nuovo di trovarvi tra un passaggio e l'altro, prendete il poco filo rimasto e fatelo passare sotto la parte avvolta al mignolo.

Sfilate la lana dal mignolo e tirate piano: l'estremità dovrebbe cominciare a chiudersi come in foto. Fate lo stesso con le altre dita, una per una, fino a liberarvi tutta la mano.

Ora ripescate l'estremità iniziale dal mucchio di lana che si sarà sicuramente formato, trovate un buco qualsiasi tra i primi punti di quella opposta e infilatevi la parte extra di filo: ora capite perché all'inizio bisognava lasciarne pendere un po', vero? Fate lo stesso all'altro capo e legate le estremità con il più semplice dei nodi. Il tutorial che ho seguito suggerisce di ripetere la procedura un altro paio di volte per maggiore sicurezza, ma così facendo io ho riscontrato un problema: tende a formarsi una sorta di accumulo, mentre noi puntiamo a una chiusura invisibile. Furbescamente, io mi arrangio chiudendo con un nodo doppio o pure triplo, senza ripetere. Giuro che funziona, ho tirato e non si sfila. Basta stringere più che si può.


Armatevi di forbici e, con molta attenzione, tagliate l'eccesso: dovete tagliare vicinissimo alla chiusura, in modo che non resti più nulla di pendente, ma senza spezzare inavvertitamente altre parti.

Dovreste avere un enorme anello di lana intrecciata, a prima vista non semplicissimo da maneggiare, come quello in foto.

Afferratelo in qualsiasi punto e mettetevelo al collo (o, se la chiusura non vi è riuscita perfetta, assicuratevi che si trovi dietro, dove si vede poco) e cominciate a fare diversi giri, finché la sciarpa smetterà di pendere fino a terra. Il bello è che potete tenerla larga o stretta quanto volete. Se siete maldestri come me, avrete bisogno di qualche esperimento per trovare la larghezza giusta: io ho fatto una prova e l'ho messa troppo stretta, non dico fino a soffocare, ma procurandomi un certo fastidio. Messa come si deve è comodissima, promesso.

Forza, armatevi tutti di gomitoli: avete ancora il tempo di confezionare un regalino per riscaldare qualche conoscente sensibile al freddo in questo inverno appena cominciato! Con meno lana, meno pazienza o una combinazione delle due cose, potreste realizzare con lo stesso sistema anche dei simpatici bracciali artigianali.
Come ultimo colpo di coda, ringrazio di cuore la mia amica S. che si è prestata come modella: per realizzare le foto del tutorial ci volevano almeno tre mani, due che lavorassero e una che scattasse! Thank you, merci, gracias, danke, arigato, insomma... ci siamo capite! Sarai ricompensata per l'impegno con un esemplare tutto tuo, il che poi è solo una scusa per farne un'altra: una volta cominciato, non ci si ferma più, parola di Gatta.

sabato 20 dicembre 2014

In sala lettura: Il Baco da Seta, Robert Galbraith

Un tessuto sì, ma di citazioni

Salve a tutti, cari lettori. Oggi continuiamo la “gloriosa” tradizione di prenderci ogni tanto un momento per parlare di libri, e lo facciamo con un titolo che forse vi ricorderà qualcosa: si tratta del secondo nella serie di Cormoran Strike, firmata Robert Galbraith alias J.K. Rowling, col cui primo volume avevo inaugurato tempo fa il mio angoletto delle recensioni.
Prima di addentrarci a parlare della trama, che preferisco accennarvi a pennellate veloci per non cadere nel rischio di rovinarvi la sorpresa finale (ed è una sorpresa, fidatevi: conoscendola, sapevo fin dall'inizio che il finale sarebbe stato del tutto insospettabile, ma le mie congetture si fermavano lì), soffermiamoci un momento sul titolo. Con questo secondo episodio sta cominciando a formarsi uno schema ricorrente: sospetto che da qui in poi su ogni copertina figurerà il nome di un animale e che la connessione tra esso e il contenuto non sarà mai immediatamente evidente.
Rispetto alla perplessità che aleggia su quasi tutto il primo volume, in cui non si scopre se non molto più avanti cosa c'entri il cuculo, tuttavia, stavolta almeno il mistero del titolo è risolto presto: Il Baco da Seta è un riferimento al manoscritto di un romanzo che fa da perno all'intera storia, che l'autore aveva battezzato Bombyx Mori, ovvero il nome scientifico dell'insetto, che però nel contesto diventa il nome del protagonista, il quale non si sente affatto a disagio nel suo mondo con una denominazione del genere, dato che anche gli altri vantano un'impressionante collezione di nomi e soprannomi di varia natura uno più strano dell'altro: Succuba, Zecca, Tagliatore, Vanaglorio, Arpia, Epicoene e (preparatevi al peggio) Phallus Impudicus, a sua volta un nome scientifico, però di un fungo velenoso.



Pare quasi che la nostra autrice, che stavolta passa dall'ambiente dei flash fotografici a uno che conosce ancora meglio, quello dell'editoria, abbia trasferito sulla vittima, Owen Quine, scrittore di fama scarsa e opinione di sé altissima, l'abitudine dei nomi tematici: alla lista di nomi di uccelli per stavolta si aggiunge solo il vezzeggiativo della figlia di lui, Orlando “Dodo” Quine (sì, è femminile, lunga storia), una ragazza con gravi disturbi dell'apprendimento che a ventiquattro anni aveva dato a Strike, da come ne parlava la madre, l'impressione di una bimba di non più di dieci, e per di più nel corso del libro si specifica per benino l'origine reale del nome di Cormoran, che non ha quella famigerata T finale perché con i volatili non c'entra proprio nulla ed è invece il nome di un gigante del folklore britannico (un brutto colpo alla mia teoria dei pennuti, ma comunque un nome parlante nel suo solito stile, vista la stazza del detective: nomen omen, come sempre!). Particolarmente intelligente, poi, la scelta di un animale estinto e incapace di volare nonostante la sua appartenenza alla classe degli uccelli: sarà anche questo un riferimento alla disabilità del personaggio?

In comune con l'altro libro c'è il fatto che anche questa storia di omicidio non comincia come tale: se quello di Lula Landry era stato liquidato come suicidio, quello di Quine inizia come un caso di persona scomparsa, con la moglie, Leonora, che si presenta nell'ufficio di Strike per chiedergli di ritrovarlo. Owen è un pessimo marito, il perfetto ritratto dell'artista capriccioso, ed è normale che sparisca dalla circolazione per alcuni giorni per poi tornare, ma ne sono passati già dieci, più del solito, e lei decide di rivolgersi al nostro eroe, che nel frattempo, con la notorietà acquisita dopo il caso di Lula, ha cominciato a farsi una discreta fama e lavora incessantemente, per lo più come pedinatore di coniugi presunti infedeli.
Nell'andarsene, Owen ha portato con sé il manoscritto del suo ultimo romanzo, Bombyx Mori, per l'appunto, che se fosse pubblicato rischierebbe a quanto pare di causargli una pioggia di problemi legali: dietro ognuno di quei nomi improbabili si nasconde infatti, neanche troppo mascherata, una riconoscibilissima persona reale, dalla moglie all'amante, dall'editor a uno scrittore rivale, alcune accusate anche di fatti gravissimi (uno su tutti: Quine insinuerebbe che sia stato lo stesso marito, Michael Fancourt, a scrivere una parodia anonima che tempo addietro aveva spinto la sua prima moglie al suicidio). Uno scritto, insomma, che gli procurerebbe parecchi nemici se fosse stampato e distribuito al grande pubblico.
L'indagine subisce una svolta quando è Strike stesso a ritrovare il cadavere di Quine proprio in un luogo dove la moglie si professava convintissima che non fosse, perché per quanto ne sapeva lo odiava e non vi metteva piede da anni. Non solo la natura del caso cambia da sparizione a omicidio, ma il crimine è avvenuto riproducendo esattamente la modalità della morte del protagonista di Bombyx Mori, chiaro autoritratto, ponendo così il colpevole necessariamente nella rosa di coloro che l'hanno già letto (che purtroppo non sono pochi). Breve ma necessario interludio: se non vi dico di preciso come muore Owen, è per metà per evitare spoiler e per metà per non vomitare sulla tastiera. Rispetto a colei che autocensurava il suo immaginario per adattarlo a un pubblico giovane e aveva inventato come picco di malvagità un incantesimo in grado di dare una morte veloce, pulita e senza tracce, Il Baco da Seta è un romanzo davvero molto crudo. Pare quasi che la Rowling stia tirando fuori in un colpo solo tutto lo schifo che si era tenuta dentro per non impressionare i bimbi innocenti che sognavano l'undicesimo compleanno per andare a Hogwarts. Non sono particolarmente schizzinosa, perlomeno quando leggo (i film sono un'altra storia, provo molto meno ribrezzo con la carta che con la pellicola), ma ho trovato l'assassinio di Quine assolutamente disgustoso. Lettore avvisato, mezzo salvato. Simili avvertimenti andrebbero apposti anche per quanto riguarda il linguaggio, che è (al solito) molto più pieno di “Vaffanculo” rispetto alla saga del maghetto, e per i riferimenti sessuali, che di necessità abbondano, perché i romanzi di Quine sono in generale parecchio espliciti. Vale la pena di andare avanti, se non vi scandalizzate, ma non dite che non ve l'avevo detto.
Tra copie di Bombyx Mori che circolano e ricerche sui lavori precedenti di Owen, il libro diventa un interessante sistema di scatole cinesi, con i personaggi di un'opera letteraria che ne divorano e citano in continuazione altre, sia reali sia di fantasia, e per di più con ogni capitolo che si apre con una breve frase tratta da un libro che, a saper leggere tra le righe, ne anticipa il contenuto. Altro che seta, questo è un tessuto, certo, ma d'intertestualità. Tanto di cappello.
Ricordate l'appunto di poco conto che avevo fatto a Il Richiamo del Cuculo, secondo cui gli interrogati ricordavano troppo e troppo bene? Ho come l'impressione di non essere stata l'unica a notare il difettuccio, perché stavolta “Robert” ovvia al problema alla radice, per prima cosa ponendo il fattaccio a distanza di meno tempo, e secondo, premurandosi di far specificare quando necessario ai personaggi, spontaneamente o in risposta a domande precise, qualcosa del tipo: “Sono sicuro che sia così perché...” e via dicendo, con il testimone di turno che collega plausibilmente il dettaglio richiesto a un altro fatto che è certo di rammentare.
Parallelamente all'indagine, tra acute interviste più simili a partite a scacchi che a colloqui in cui Strike calcola attentamente ogni mossa per cavare dai conoscenti e colleghi della vittima più informazioni possibili e pian piano tratteggia una complessa storia di dissapori personali e letterari che danno dell'universo della carta stampata l'impressione di una vasca piena di squali, stratagemmi per infiltrarsi come ospite aggiuntivo a feste a cui non era stato invitato e un paio di concitate scene in auto con un'inedita Robin passione stuntwoman al volante, prosegue anche la vita personale dei nostri eroi, nelle quali si profilano all'orizzonte ben due matrimoni. Da una parte c'è quello di Robin con il noiosiss... ehm, rispettabilissimo Matthew, che viene rimandato a causa della morte della madre di lui, stavolta per cause naturali, e dall'altra quello di Charlotte Campbell, la bellissima e altolocata ex di Cormoran, che finisce addirittura sulla copertina di un giornale di gossip per la sua unione con un visconte che pare non aver nulla da invidiare al Royal Wedding tra William e Kate, che peraltro fa da sfondo al romanzo, dato che la storia si svolge in quel periodo, e addirittura aiuta Strike a ricordarsi dell'esistenza di una pista inesplorata perché, per una coincidenza furbescamente architettata dall'autrice, un personaggio porta lo stesso nome della sorella di Kate. Tra alti e bassi vari, sembra che alla fine sul fronte sentimentale siano entrambi messi meglio di com'erano partiti: Charlotte ricorre a un ultimo, disperato tentativo di tornare tra le braccia di Cormoran alla vigilia del fatidico sì, ma lui dimostra finalmente di avere la forza di volontà di ignorare il suo SMS, lasciarla al triste destino che si è scelta da sé e cominciare a guarire dalle ferite lasciate dalla loro relazione malsana, mentre Robin, che inizia a rendersi conto di quanto l'atteggiamento del fidanzato ostacoli il suo lavoro e reprima la sua indipendenza, prende il coraggio di confessare a Matthew la portata del suo amore per l'investigazione, che esisteva già da prima di Strike e non dev'essere dunque motivo di gelosia, e ottiene un certo grado di ammorbidimento da parte di lui, che comunque non ne è entusiasta. Se si arrenderà del tutto per il bene del loro futuro matrimonio o se si lasceranno prima dell'altare è ancora tutto da vedere. Venghino, venghino, signore e signori, si accettano scommesse!
E così, con i sostenitori di un eventuale futuro sviluppo romantico tra i protagonisti ancora pieni di speranze e Robin che aspetta con ansia che cominci il corso d'addestramento offertole dal capo, dal valore ben più ufficiale di qualche sparuto incarico lontano dalla scrivania, mettiamoci in attesa anche noi, sì, ma dell'uscita del terzo episodio...
A presto, amici!
Valutazione complessiva: 

sabato 29 novembre 2014

Dalla malignità umana non si scappa...

... nemmeno andando nello spazio!

Saluti di proporzioni galattiche a chiunque passerà di qui. Scusate il prolungato silenzio, ma oltre a un orario talmente fitto da farmi desiderare la Giratempo di Hermione ho da incolpare anche un nuovo hobby. In modo del tutto inaspettato, la vostra gatta di biblioteca si sta lentamente trasformando in una Trekkie coi controfiocchi. Mi è nata quasi dal nulla una passione per la fantascienza, genere che per anni avevo beatamente ignorato, senza poter dire né di amarlo né di odiarlo, e se mi chiedete dove io sia stata in tutto questo tempo posso rispondervi con relativa sincerità che mi sono presa una vacanza a sedici e qualcosa anni luce da qui, sull'immaginario pianeta Vulcano, perché ultimamente ci ho pensato così tanto che è quasi come esserci stata. (Santo cielo, “sedici e qualcosa”, Spock mi farebbe a fettine. Senza almeno un paio di decimali non lo si fa contento. Quanti erano di preciso? 16,45?)
Ma adesso passiamo a parlare di qualcuno che nello spazio è andato davvero. Se non avete trascorso questi ultimi giorni in un bunker tagliato fuori da qualunque forma di comunicazione, molto probabilmente saprete che domenica 23 novembre l'astronauta italiana Samantha Cristoforetti è partita con la navicella Soyuz per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale. Ammetto che se non fosse stato per questa mia nuova fissazione con “l'ultima frontiera” (sì, era una citazione, secondo voi sono già da ricovero?) non avrei seguito l'evento con tanta trepidazione, ma sta di fatto che ho passato la serata a seguire lo streaming del lancio ed è stata un'esperienza che avrei raccomandato a chiunque.
Ebbene, ricordatemi di non andare mai nello spazio, o più in generale di non diventare mai famosa, perché se alla nostra AstroSam invidio le meravigliose vedute della Terra dalla stazione, certamente non vorrei essere al suo posto sotto tanti altri aspetti, in primis il fatto di essere costantemente sotto gli occhi del pubblico. Quando una persona è celebre, vuoi per invidia, vuoi perché fare certi commenti a distanza e nascosti dietro uno schermo fa cento volte meno paura che dirli in faccia, non può compiere un singolo, stramaledetto passo, in condizioni di gravità normali o meno, senza che le piovano addosso da ogni parte commenti di una cattiveria tale che mi stupisco che l'essere umano possa averne in sé così tanta. Sarà che ho un grande rispetto per la Cristoforetti, sarà che si è sempre comportata come una persona alla mano tutta intenta a dimostrare di essere ancora una donna normale nonostante il suo status tutt'altro che normale, ma quando sento certe critiche nei suoi confronti è quasi come se avessero insultato una mia amica. Mi rendo conto di esagerare, ma quel faccino un po' furbetto che ci sorride dalle stelle mi ispira una tale simpatia che non posso farne a meno.
Eccovi una breve carrellata del meglio del peggio, o del peggio del meglio, insomma... avete capito, no?
Cominciamo con una serie di commenti su Facebook che purtroppo sono costretta a riassumervi perché ho perso di vista lo screenshot. Detto molto in breve, in mezzo a tanti che per fortuna le facevano gli auguri per la missione, qualcuno ha pensato bene di sottolineare o che secondo lui è brutta, o che per essere lì dov'è doveva essere per forza raccomandata.
Ora, io sono la prima a pensare che l'accusa di sessismo ultimamente voli con un po' troppa facilità, ma si può sapere cosa importa se AstroSam non è Miss Universo? È lassù per condurre degli esperimenti, tra i quali non credo che sia contemplato quello di fare la prova di come sia sbaciucchiarsi in microgravità. Qui conta solo il suo cervello, non il suo aspetto. Al massimo, se proprio vogliamo preoccuparci del suo fisico, auguriamoci che resti in forma e che le condizioni di vita sulla ISS non le causino troppi disturbi. In tutto la squadra è composta da sei persone, ma degli americani presenti non mi risulta che qualcuno risponda al nome di James T. Kirk. In caso contrario mi preoccuperei, perché quello colleziona ragazze in giro per la galassia come se fossero figurine, ma per ora Samantha è al sicuro, il nostro caro playboy non dovrebbe nascere fino al ventitreesimo secolo. E a proposito di playboy, vogliamo parlare di quel “mostro d'intelligenza” che si è permesso di supporre che ce ne sia stato qualcuno all'interno dell'Accademia dove la nostra eroina ha sacrificato gli anni migliori della sua vita per diventare quello che è oggi? Io non c'ero e non posso sapere come sia andata, ma stiamo parlando di una persona selezionata tra più di ottomila potenziali candidati. Trovare la raccomandazione una volta, soprattutto in Italia, è un fatto che non mi stupisce, ma trovarla tutte le volte, dall'inizio alla fine del percorso? Spock si divertirebbe a calcolare le probabilità di una cosa del genere. Ah, no, scusatemi, lui non si diverte. Mai. (Certo, caro... non ti crede nessuno!)
Sempre nella stessa vena, una pagina umoristica di cui non mostro il logo per non beccarmi recriminazioni ma che molti di voi riconosceranno sicuramente dal font ha pubblicato questo:

E qui concedetemi un moto femminista di rabbia, se non altro perché anch'io sono un esemplare di quella specie protetta chiamata “ragazze che non pensano allo shopping 24 ore su 24”. Siamo in estinzione, lo so, ma esistiamo, proteggeteci! Infatti, puntuale come un orologio svizzero, arriva subito il commento che avrei voluto fare io:

Direi che non c'è altro da aggiungere.
Ma lasciamo perdere il perché e il percome: legittimamente o meno, Sam alla stazione ci è arrivata, e vi trascorrerà i prossimi sei mesi. Se seguite la sua pagina Facebook, saprete che ha l'abitudine di pubblicare foto della Terra scattate dalla Cupola (PS: anche gli americani e i russi chiamano quella parte Cupola, in italiano, perché a quanto pare è di costruzione nostrana), ma anche e soprattutto scatti divertenti di sé e dei suoi compagni d'avventura in momenti di vita quotidiana, come l'improvvisata cena di Ringraziamento consumata a testa in giù. Ma che bella cosa, direte voi: anche a tutti quei chilometri dalla Terra riesce a raggiungere un certo grado di normalità. Se avete pensato qualcosa del genere, sappiate che io sono con voi, ma non tutti lo sono. Questo è quanto è stato detto in relazione a una foto corredata da una didascalia che parlava di uno degli esperimenti:

Per fortuna, a dimostrazione che qualcuno che ragiona in modo sensato a questo mondo c'è ancora, tale commento ha subito scatenato un signor dibattito, al quale mi sono anche permessa di partecipare. Vi riassumo brevemente le mie posizioni.
Primo: c'è una differenza abissale tra tutto quello che gli astronauti stanno facendo in questi giorni e la minuscola parte che possono, o decidono di, condividere. Se si fanno vedere sorridenti e intenti a fare cose che non hanno l'aria di essere professionali, è per una quantità di ragioni: magari non hanno il permesso di pubblicare materiale direttamente relativo agli esperimenti in corso, o magari è una scelta d'immagine ben precisa. Quella di Samantha è una pagina pubblica, per l'amor del cielo! Se condividesse solo foto di cavi fluttuanti e attrezzature varie, incomprensibili per i non addetti ai lavori, come d'altronde se ne vedono sempre sullo sfondo, quanti pensate che la seguirebbero ancora? Può passare di lì chiunque, dalla nerd patentata come me che si tiene aggiornata perché lo sente come un passo in più verso l'Enterprise al bambino sognatore che prende in prestito l'account della mamma per guardare le sue imprese perché da grande vuol fare anche lui l'astronauta. L'idea di professionalità che si è fatta questa persona, la quale poco più sotto esprime addirittura stupore nei confronti dell'ESA che permette di pubblicare queste foto al di sotto delle sue regali attenzioni, scoraggerebbe una grossa fetta di fan. Ma per l'appunto, se l'ESA le permette, non saranno poi così ridicole e poco professionali, o sbaglio?
Secondo: la sua interpretazione quantomeno personale delle foto mi fa ridere per non piangere. È vero, ce n'è stata una che mostrava Sam che pedalava su una sorta di speciale cyclette spaziale, ma se collegasse il cervello alle dita che digitano saprebbe che non si trattava affatto di un gioco, ma di una parte ben precisa della sua strettissima tabella di marcia. Un'ora o due di esercizio fisico al giorno sono assolutamente necessarie in microgravità per evitare una quantità di spiacevoli conseguenze che non vi so spiegare bene. Dov'è McCoy quando serve? È anche vero che ce n'è stata una che mostrava l'attuale comandante in atto di correre senza peso lungo un corridoio, ma come la didascalia spiegava benissimo, non si trattava di una gara di corsa ingaggiata così, tanto per fare (anche perché Sam non si trova nell'inquadratura, ergo non stava gareggiando con lui) ma di uno scatto che mostra quanto sia bravo lui, che è nello spazio da più tempo, a muoversi in quelle condizioni, rispetto a lei che è arrivata da poco. Le gare vere, se ci saranno mai, si faranno dopo: per ora Sam stava solo esprimendo la sua ammirazione per il suo diretto superiore. Dov'è la mancanza di professionalità? Le foto alla Terra, che peraltro sono bellissime, sono parte integrante di quel lavoro che secondo questo meraviglioso esemplare umano non sta facendo, e anche i suoi predecessori, come Parmitano, ne scattavano a bizzeffe. Infine, due parole sui famosi asparagi reidratati che nell'immagine incriminata Sam acchiappava direttamente con la bocca: solo perché si è fatta vedere mentre mangiava un singolo boccone in modo un po' più giocoso tu sai con certezza che non ha consumato il resto del pacchetto rispettando perfettamente il “galateo” dello spazio? E se invece avesse deciso di prendere il cibo in quel modo perché, mangiandolo con le mani come suggerisci tu, se le sarebbe sporcate? Ti ricordo che, con l'acqua che si comporta in quel modo strano, lavarsi sulla ISS è una delle incombenze più scomode!
Un'altra chicca: Samantha è l'unica italiana in un equipaggio composto da americani e russi, come dimostra anche il simpatico dettaglio, se l'avete mai notato, del nome sulla divisa traslitterato in cirillico appena sotto i caratteri latini. Comunicherà, suppongo, in inglese, che è solo una delle tante lingue che parla. Neanche con il russo ha problemi, e ho sentito raccontare da persone che lo studiano che c'è da strapparsi i capelli. Io non ne so una parola, ma i pochi, sparuti esempi in russo fatti dal mio professore di Linguistica mi hanno sinceramente fatto paura. Tanto di cappello alla nostra poliglotta. Le sue didascalie e gli estratti del diario di bordo (che farfalle nello stomaco quando li vedo, quasi quasi mi aspetto di vederli corredati con le date astrali!) sono sempre bilingui, italiano e inglese, a beneficio di tutti quelli che passano a leggere. Credereste mai che possa capitare da quelle parti qualcuno col coraggio di fare le pulci alla sua grammatica? Eppure è successo! Non riesco più a rintracciare il commento di quell'adorabile grammar nazi, cosa che mi fa sospettare che l'abbia cancellato dopo essersi finalmente resa conto di quanto sia stata miope nel far rilevare una cosa di questo genere di fronte a uno scatto mozzafiato del nostro pianeta visto dall'alto, ma vi garantisco che fino a poco fa c'era ed esprimeva tutta la sua delusione nei confronti dell'astronauta che parla inglese “come una che ha fatto la scuola estiva a Londra” (e questo cosa mi dovrebbe significare? Non è forse vero che entrare in contatto con l'inglese per la strada ti lascia con una conoscenza superiore rispetto ai soli libri? Quello che io prenderei come un complimento, nel contesto, era decisamente venato di critica, come se le tanto celebrate vacanze studio all'estero fossero inutili, e io sono ancora qui a chiedermi perché).
Notare, peraltro, che AstroSam era “colpevole” soltanto di aver fatto un uso dei tempi verbali non elegantissimo, non proprio da libro di testo, ma che nell'inglese parlato di tutti i giorni può capitare, specie a una persona che abbia passato un periodo in un Paese anglofono, com'è capitato a lei, che è stata a lungo a Houston per addestrarsi al Johnson Space Center. Notizie dell'ultim'ora: una lingua non è un monolito, è una cosa viva, che cambia, e nessuno la parla come l'ipotetico John e l'immaginaria Jane che insegnano ai bambini a dire “The cat is on the table”. C'è un'altra didascalia in cui Samantha a mio parere ha effettivamente saltato un articolo: roba da poco, può rimanere nella penna (o tastiera) a chiunque, ma mi è venuto un brivido, già vedevo la maestrina tornare alla carica...
In breve: fatevi un promemoria anche voi per ricordarvi che la celebrità costa. “Essere famosi”, non si sa bene poi per cosa, oggi è il (genericissimo) sogno di molti, ma per me somiglia di più a un incubo. Se siete disposti, in cambio dei riflettori, a dovervi impegnare giorno e notte a essere maledettamente perfetti, per poi scoprire che comunque è inutile, perché le critiche arriveranno in ogni caso, la scelta è solo vostra. Io preferisco restarmene nell'ombra a fare i miei errori in pace, grazie. Come dice il titolo, dalla malignità umana non si scappa nemmeno andando nello spazio.